«Eviva Maria intorno all’albero della libertà» (4)

 

4 – L’arrivo della Legione Polacca e la fine delle trattative tra Arezzo e Firenze 

I giorni seguenti il 6 maggio 1799, Arezzo non aveva più un’amministrazione filo francese, i giacobini erano uccelli di bosco o in galera, i popolani rimanevano sovraeccitati e la Suprema Deputazione –riconosciuta dal popolo aretino come sua guida – operava su tre binari: preparava una forza armata per controllare gli insorgenti, cercava una trattativa con il governo francese di Firenze, approntava difese intorno ad Arezzo, nel caso i francesi avessero tentato una rappresaglia punitiva.

La Truppa armata era costituita in gran parte da giovani contadini, per il semplice motivo che in quel tempo l’agricoltura era l’attività di gran lunga predominante; comparivano, però, anche “artieri” (artigiani), bottegai, possidenti, coltivatori diretti, ecc. Tra i volontari troviamo abitanti di altri paesi dell’aretino e perfino esuli di Città di Castello.

Per emblema di questa truppa, furono utilizzate bandiere e gonfaloni con l’arme granducale, sui quali era spesso cucita l’immagine della Madonna del Conforto, fin dai primi momenti riconosciuta come Patrona dell’insorgenza (foto 1).

Seppur– come era accaduto in precedenza a Roma e nell’Umbria – fin da subito, il grido di battaglia più utilizzato dagli insorgenti, fosse stato “Viva Maria!”, nei documenti coevi questa esclamazione non veniva utilizzata per contrassegnare l’insorgenza antifrancese, definita “rivoluzione”, “insurrezione” o in altri modi.

Dai documenti, costatiamo come la Suprema Deputazione fosse alquanto ottimista, nel riuscire a raggiungere un pacifico accordo con l’amministrazione francese di Firenze. A tal fine, l’11 maggio, fece stampare un “Avviso – Notificazione”, in cui si cercava di giustificare l’insorgenza aretina del 6 maggio, attribuendone le cause al comportamento provocatorio dei Municipalisti e alla spropositata reazione degli ussari, al tumulto popolare. Vi si diceva che il popolo non sarebbe insorto “se non fosse stato spinto dall’imprudenza dei Francesi, che nella mattina del 6 maggio 1799 alla vista di pochi contadini che tumultuavano, presero le armi tirando più, e diverse fucilate, atto, che richiamò in folla il Popolo di Campagna nell’istante armato alla difesa”. Si rimproverava anche l’imprudente ordinanza del Commissario Reinhard, “per levarsi dalle Chiese e dalle Religioni tutti gli ori e gli argenti di loro pertinenza, niuno eccettuato”, che aveva creato molto malcontento tra il popolo.

Mentre le trattative tra emissari della Suprema Deputazione e Amministrazione civile di Firenze, guidata dal Reinhard, continuavano, il responsabile per le questioni militari – generale Gaultier – tentò di ricorrere alle maniere spicce, causando l’irreparabile.

Infatti, venuto a sapere che la Legione Polacca – comandata dal generale Jan Henryk Dabrowski (pronuncia “Dombroschi”) – in trasferimento da Napoli al Nord Italia, per dare manforte ai francesi impegnati dagli austro-russi, si trovava a Perugia, Gaultier spedì il capitano Lavergne dal generale polacco, con un ordine che prevedeva di occupare Cortona – anch’essa insorta – prendervi 10 ostaggi, 100.000 lire di contribuzione e lasciarvi un contingente di 100 uomini; proseguire per Arezzo, disarmare gli abitanti, arrestare i capi dell’insurrezione, fare giustizia sommaria, prelevare ostaggi, prelevare dalle casse cittadine una quota di 600.000 lire, impossessarsi della Madonna del Conforto e condurla a Firenze, pretendere una forte quantità di grano, incarcerare i preti, lasciare un intero battaglione di fanteria a presidio della Città.

Dabrowski (foto 2) – oggi eroe polacco, al quale fa riferimento lo stesso inno nazionale (Mazurek Dabroskiego: La mazurka di Dabrowski) – era a capo di una Legione di volontari, che speravano nella liberazione della Polonia dall’occupazione di Prussia, Russia e Austria. Per tal motivo combattevano con la Francia, dalla quale avevano avuto la promessa di essere ricondotti un giorno nella loro patria liberata. Purtroppo, venivano intanto utilizzati prevalentemente nella repressione delle rivolte antifrancesi in Italia. Dabrowski non ne era felice e nelle sue Memorie lo dice più volte. In particolare, paventava che nei ripetuti scontri con gli insorgenti, la sua Legione subisse un devastante stillicidio degli effettivi, che per ovvi motivi non era tanto facile rimpiazzare (foto 3). Pertanto, quando poteva, evitava scontri diretti e accettava volentieri compromessi, come farà a Castiglion Fiorentino il 14 maggio 1799.

Quando, una ventina di anni fa, iniziai a occuparmi del Viva Maria, cercai di conoscere la versione dei fatti del 1799, da parte polacca. Ebbi la grande fortuna di imbattermi nell’allora Direttore dell’Accademia Polacca di Roma – prof. Krzystof Zaboklicki – che mi procurò testi e documenti importantissimi, ma introvabili in Italia, come Pamietnik Wojskowy (Memorie Militari) del generale Dabrowski, la Histoire des Légions Polonaises en Italie sous le commandement du Général Dombrowski, di L. Chodzko, il monumentale lavoro di 1.500 pagine di Jan Pachonski, Legiony Polskie. Prawda i legenda, 1794-1807 (Legioni Polacche. Verità e Mito), oltre ad altri lavori di B. Zaydler, B. Bilinski e suoi, tutti legati all’argomento da me indagato. Gentilmente, la signora Dorota Knapczyk-Mattesini mi tradusse le parti di mio interesse e così, potei confrontare documenti e memoriali italiani, con i loro corrispettivi polacchi. E alla fine, mi giunsero perfino i complimenti e i ringraziamenti dello stesso prof. Zaboklicki, perché a suo dire, il mio lavoro era: “… anche un prezioso contributo agli studi sulla presenza militare polacca in Italia, nell’epoca napoleonica”.

Ma, al di là di tutto, mi chiedo come si possa, nel Terzo Millennio, lavorare alla storia di una vicenda come il Viva Maria, basandosi solo su memorie, stampe e scritti (spesso apologetici), di due secoli fa, volutamente ignorando documenti d’archivio e decine di indagini sul tema, anche polacche. E purtroppo, c’è chi continua a “lavorare” in questo modo …

Torniamo al Dabrowski. Egli attendeva in Perugia l’arrivo dalle Marche del suo vice, colonnello Jozef Chamand, che riportava indispensabili nuove divise per i soldati, per poi partire verso Cortona e Arezzo. Con un’inimmaginabile rapidità, invidiabile persino ai giorni nostri, il 10 maggio un mercante di pesce portò a Castiglion Fiorentino la notizia che alcune migliaia di polacchi, francesi e giacobini erano pronti a partire da Perugia, per “dare il sacco” “in questi paesi”. Lo stesso giorno, Castiglioni informò Arezzo e l’11 maggio la Suprema Deputazione spedì a Cortona 15 cavalieri per avere notizie più precise e per concordare dei comuni piani di difesa.

Il 12 maggio, in base ad una richiesta di approntamento di viveri e fieno, arrivata a Cortona da Perugia e subito portata ad Arezzo, fu chiara la consistenza della Legione polacca: 4.000 fanti e 400 cavalieri. Oltre ai tanti giacobini della Repubblica Partenopea e di quella Romana, che la seguivano.

I timori e l’apprensione salirono al massimo, sia in Arezzo che negli altri due centri e nei tanti piccoli paesi che, entro pochissimi giorni, sarebbero stati attraversati dai polacchi. Cortona spedì dei suoi rappresentanti ad Arezzo, per chiedere “pronto soccorso”. La Suprema Deputazione inviò nella città vicina un contingente armato, al comando del Capitano Giovanni Natti, al quale si unirono parecchi armati di Castiglion Fiorentino, comandati da Vincenzo Paglicci.

Il 13 maggio, fin dal mattino presto vi furono duri scontri tra l’avanguardia polacca e i popolani cortonesi, nella zona di Terontola Alta, Pozzo di San Giuseppe e Cortoreggio (foto 4). I combattimenti si spostarono poi verso il Campaccio, Metelliano, Pergo, San Marco in Villa, fino a raggiungere le mura di Cortona poco prima delle otto di sera (foto5).

Purtroppo, se Cortona era difesa dalle sue alte mura, non lo era altrettanto dai suoi contadini, che invece di entrare in città, se ne scapparono in campagna. Il memorialista Cecchetti dice che di 2.000 che erano a contrastare i polacchi nei paesi sotto la città, ne entrarono in Cortona solo 300. Probabilmente erano di più, ma non sufficienti per sostenere un deciso attacco. E per fortuna che c’erano gli aretini e i castiglionesi, a presidiare le porte S. Agostino e S. Domenico, le più vulnerabili.

Dabrowski, tentò di assalire la città, ma non disponendo di artiglierie, dopo alcune ore di sparatorie, verso le 23 ordinò il ripiegamento ai piedi del colle, dove i suoi soldati e i loro alleati, sbandati della Repubblica Romana, si abbandonarono a saccheggi, violazioni di conventi e monasteri, devastazioni, incendi, stupri, sequestro di giovani donne, uccisioni.

Fu una dura giornata, contrassegnata da violenti sparatorie, che per fortuna, considerando anche la poca precisione delle armi dell’epoca, causò meno vittime di quelle dichiarate nelle cronache e memorie contemporanee: non i 400 polacchi morti delle memorie cortonesi (Cod. 427 della Biblioteca Comunale) o i 150 polacchi “distesi dalle mura” di cui parla Francesco Albergotti, ma il tenente Wasilkowski e circa 20 soldati semplici uccisi, tra Terontola e Cortona, oltre ad altri 10 ufficiali (tra cui 2 maggiori e 5 capitani) e una trentina di soldati rimasti feriti (Memorie Militari del Dabrowski e documentazione locale). Una ventina i polacchi caduti prigionieri, alcuni dei quali trucidati brutalmente dai contadini, inferociti per gli incendi delle loro case e dei pagliai.

Dai registri dei Morti delle Parrocchie cortonesi, che vanno da Terontola a S. Eusebio, risultano 22 vittime cortonesi, di cui almeno 7 uccise nelle rappresaglie. Tra questi ci fu l’ottantenne curato di S. Marco in Villa.

Il mattino dopo, 14 maggio, i polacchi partirono presto, verso le 4, in direzione di Castiglioni e Arezzo.

Santino Gallorini

 

 

FOTO:

1 – Particolare di una bandiera degli insorgenti: si vede l’immagine della Madonna del Conforto

2 – Il generale Jan Henryk Dabrowski, in un quadro a olio conservato presso l’Accademia Polacca di Roma.

2a – Dichiarazione autografa di Dabrowski.

3 – Legionario polacco. (Accademia Polacca di Roma).

4 – La chiesetta di S. Giuseppe, presso Terontola Alta, dove il 13 maggio morirono negli scontri alcuni popolani e alcuni polacchi.

5 – Lapide presso la Villa Campaccio (Cortona), dove si ricordano gli scontri tra popolani e polacchi.

6 – Sigillo in cera lacca della Piazza di Perugia (Proprietà del compianto amico Guido Stocchi).

 

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