Fortezza: il bastione del Soccorso


Non intendo affrontare il tema nel suo complesso, perché non ho informazioni dettagliate e perché sarebbe troppo lungo. Mi limito ad un solo aspetto, fondamentale però per giudicare la distanza che corre tra la dominante cultura, o incultura, architettonica di questo paese e la comune sensibilità dei cittadini. Il tema è la bizzarra ricostruzione del “Bastione del soccorso” prevista nel progetto e annunciata tempo addietro da alcune immagini sui giornali.

Il bastione in oggetto è quello a nord, immediatamente dietro, o davanti, al così detto Calvario del cimitero. Chiunque si rechi in visita ai defunti se lo trova in bella vista, caratterizzato dalla mancanza di una parte consistente del muro che consente di vedere dentro il bastione stesso murature un tempo protette dal così detto “orecchione”, cioè la parte terminale curva, crollato.

Cosa prevede il progetto di “restauro”? Prevede che il muro crollato sia ricostruito con una cortina di lamelle di acciaio cor-ten (un acciaio rugginoso che mantiene inalterata questa proprietà) che ricostruiscano la sagoma originaria. Questo nella versione attuale, perché nella versione precedente il corpo scale-ascensore, che costituirà accesso nord alla Fortezza, era previsto rivestito di vetro.

E’ oggettivamente evidente che c’è l’intenzione di stupire con effetti speciali, convinti in questo modo di poter “dialogare” con l’opera dei Sangallo alla pari. Come a dire: “Sangallo, voi siete stati bravi ma io vi voglio dimostrare che lo sono quanto e più di te”. Perfidia, illazione, malignità la mia? No, solo conseguenza logica della scelta fatta dai progettisti, perché la normale, lineare, razionale scelta avrebbe dovuto essere quella di ricostruire esattamente com’era l’opera prima del crollo, e con le stesse tecniche, per riportare la Fortezza alla sua originaria consistenza.

Perché, si domanderà qualcuno? Provo a spiegarlo. Poniamo che una casa privata nel centro storico, per un evento qualsiasi, subisca il crollo di una cantonata ma l’edificio non necessiti di una demolizione totale e che la parte caduta sia ricostruibile senza difficoltà tecniche insuperabili. Cosa farebbe il suo proprietario? Accende un mutuo, se glielo danno, e presenta un progetto per ricostruirlo com’era prima del crollo. La Soprintendenza approva, il Comune pure. Si recuperano, ove possibile, le pietre a terra e si ricostruisce. E’ in buona parte il nostro caso, perché a terra vi sono molte pietre del crollo. Dove mancassero si integra con pietre “nuove” più simili possibile a quelle esistenti.

Proviamo invece ad ipotizzare che il proprietario venga convinto da un architetto “creativo” a ricostruire quella cantonata con un materiale contemporaneo. Diciamo a caso il vetro o l’acciaio cor-ten. Il proprietario magari è perplesso all’inizio ma si lascia coinvolgere perché si fida del suo architetto, anche perché questo gli fa intendere che, ormai che il danno è fatto, non si può ricostruire uguale, sarebbe un “falso storico”, una cosa un po’ da cafoni insomma, secondo la cultura di molti architetti, e che domani quella casa mostrerà invece a tutti la cultura e l’intelligenza del committente nel non avere fatto finta che niente sia accaduto ma anzi di aver voluto dimostrare quanto sia possibile il bisogno di “dialogo” tra vecchio e nuovo per “lasciare il segno della nostra epoca”. Non a caso, nella relazione al progetto del Comune trovata con Google si legge che il bene sarà ricostruito “secondo principi di rispettoso ed attento dialogo fra antico e nuovo”.

A questo punto il committente comincia a sentirsi importante, essendo riuscito l’architetto a contagiarlo con la sua vanità. C’è anche il caso che la casa vada a finire in qualche rivista con relativa intervista: occasione ghiotta, sai che figurone con gli amici che hanno fatto la casa nuova con gli archetti! Presenta il progetto alla Soprintendenza e al Comune. Sulla risposta della Soprintendenza potrebbero nascere dubbi. Una volta nemmeno l’avrebbero fatto entrare a Palazzo delle statue, da qualche anno a questa parte invece prima di negare il nulla-osta qualche pensierino potrebbe venir loro in mente. Ma alla fine è facile propendere per un niet.

In Comune invece non ci sarebbero dubbi: respinto per non conformità con le norme.

Intanto è chiara la disparità di trattamento: il Comune nega al privato proprietario nel centro storico di una casa di comune edilizia di base, e con qualche ragione, che gli infissi siano in alluminio, ancorchè di forma e colore simili, se non identici, a quelli di legno, ma per se stesso si concede la libertà di ricostruire una parte consistente di un monumento con vetro prima e con lamelle di acciaio cor-ten poi. E’ evidente che qualcosa non torna nel metodo. Ma nel merito torna anche meno. Se nel caso del privato si romperebbe, con la nuova cantonata, quella straordinaria unità nella diversità che rappresenta il fascino e il miracolo dei nostri centri storici, nel caso della Fortezza si rompe, anziché ricostruirla, l’unità d’insieme di un monumento che è opera di carattere militare di grande rilievo storico e architettonico, nella vana presunzione di distinguersi da essa e dal suo autore lasciando il segno, convinti come pochi delle proprie capacità progettuali e “creative”. Quando invece il non-falso progetto dovrebbe essere quello sapiente, umile, rispettoso di ricostruirlo esattamente com’era e dov’era, non per fare un “falso”, ma per fare una “vera” manutenzione straordinaria ad un edificio crollato, esattamente come si fa in quasi tutto il mondo e come fa ciascuno in casa propria. Quale falso maggiore potrà esservi di un bastione, che è una fortificazione militare e quindi deve dare anche l’impressione di solidità e resistenza, che ricostruirla con materiale non solo fragile, ma privo di massa, di spessore, di forza e che di fatto non chiude l’edificio ma lo lascia aperto, negando la sua stessa natura?

Ma, inusitatamente, proprio questa è invece la scelta fatta dai progettisti. Infatti si legge ancora nella relazione: “L’assetto attuale del Bastione del Soccorso e le ferite inflitte dalle mine ottocentesche hanno condotto la ricerca e l’ipotesi progettuale verso la traduzione del grande varco aperto nella compagine muraria quale nuovo punto di contatto interno-esterno della Fortezza. In tal modo si intende affrontare un problema di carattere pratico e funzionale quale la reazione di un ulteriore punto di accesso e di uscita dalla fortezza, ridefinendo allo stesso tempo quella “ricomposizione dell’immagine” che in questo caso è risoluzione volumetrica di un elemento determinate del sistema fortificato quale è un bastione angolare….

Riprendendo dunque la geometria del lobo cuoriforme del bastione, la stessa viene riproposta con un alternarsi di pieni e vuoti realizzato con uno schermo di lamelle di acciaio cor-ten curvate in modo da riproporre la forma perduta e della lunghezza necessaria – e quindi variabile – che ne “richiuda” il varco seguendo le linee irregolari del crollo, restando da queste leggermente distaccate”.

Ricomposizione dell’immagine, c’è scritto, quando si tratta di uno stravolgimento dell’immagine, e addirittura si parla di “alternanza di pieni e vuoti”, quando una lettura elementare della Fortezza, di qualsiasi Fortezza, mostra una evidente continuità di pieni, di mura privi di bucature, di potenti masse dove le aperture rappresentano il vero punto debole. Non sarà mica un caso se si chiama Fortezza e non Debolezza!

Quindi, non solo non vi è rispetto per l’unità d’immagine del bene, ma nemmeno per la corrispondenza tra la sua funzione assolutamente unica e specialistica, quella delle difesa e della chiusura dell’opera rispetto all’intorno e alla città. Il “contatto interno-esterno” non c’era, non doveva esserci e dovrebbe continuare a non esserci, se non sotto il profilo strettamente funzionale: scale e ascensori quanti ne servono, ma la chiusura, la solitudine della Fortezza non può essere violata per uno sfizio progettuale che nega il suo essere. Inoltre, anche stando alle intenzioni di questo progetto, sarà mai possibile che questa “apertura” si debba manifestare proprio a nord, dove la città non c’è, o meglio, dove c’è la città dei morti, e collocata a stretto tra le mura e il cimitero stesso, in una parte dove toccherà andare a cercare l’ingresso con i cartelli? Per essere consequenziali con l’idea (sbagliata) di aprire, il lato giusto avrebbe dovuto essere a ovest o a sud. Il danno sarebbe stato maggiore ma almeno sotto il profilo esclusivamente logico-teorico dei progettisti sarebbe stato coerente con il loro assunto di aprire alla città.

Ma forse c’è ancora tempo per ripensarci, almeno c’è da augurarselo. Bene che prosegua la meritoria opera di restauro e di scavo e che il progetto si evolva alla luce di quanto ritrovato e di quanto si ritroverà, ma non compiamo questa inutile e sbagliata violenza alla Fortezza. Sappiamo tutti che le Fortezze medicee rappresentano, con la loro chiusura rispetto alla città, il segno di un potere imposto dall’alto, e non a caso in alto è la loro collocazione, nel luogo più sicuro e controllabile, ma la nostra Fortezza ha continuato a svolgere la sua funzione di isolamento per altri scopi, molto meno violenti e marziali, tanto da valere per essa come per pochi altri luoghi il motto hippie “Fate l’amore, non fate la guerra”. Sarebbe bello se i nostri ragazzi potessero riscoprire questo luogo, ormai chiuso da tempo, per questo scopo che ha costituito un passaggio importante nell’educazione sentimentale di qualche generazione.

Pietro Pagliardini

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