Elezioni politiche anche su Marte

Immaginiamo che il marziano Kunt sia sceso ad Arezzo, anziché – come racconta Ennio Flaiano – a Villa Borghese. Ipotizziamo che egli cerchi di capire gli Aretini, in un momento significativo come la campagna elettorale, a tre mesi dalle elezioni. Supponiamo anche che egli si lasci incuriosire dai loro costumi.

Ovviamente Kunt d’acchito coglierebbe le differenze con il suo pianeta.
Su Marte, infatti, le campagne elettorali cominciano molto presto. Il che significa, considerati i diversi sistemi di misurazione del tempo, almeno un anno terrestre prima delle elezioni. Lassù, inoltre, vige un sistema di democrazia ipermatura e i candidati sono sottoposti al vaglio degli elettori, che vogliono sapere tutto di loro, ivi compreso il numero di occhi, che variano da individuo a individuo. È noto che uno sguardo acuto e di vasta visuale fa sì che i politici eletti siano più attenti alle esigenze dei concittadini e lungimiranti. Su Marte i candidati si muovono per tempo (anche la lunghezza delle gambe conta…) e si fanno conoscere. Ad Arezzo, invece, essi sembrano disinteressati alla restante popolazione, dediti come sono ad accordi intestini. Vedono di fronte a sé una neoplebe di sudditi, che per i Marziani è una categoria strana, visto che non hanno conosciuto il medioevo. I politici aretini, inoltre, non si decidono mai sui nomi dei candidati: temono di essere responsabili della sconfitta e di non sapere come difendersi dalle critiche più di quanto ambiscano a battersi per una vittoria. Si direbbe che ad Arezzo non vi sia una classe politica, perlomeno come la intendono su Marte, né da una parte degli schieramenti, né dall’altra.

Gli eletti marziani poi si sobbarcano a numerosi compiti amministrativi, che costituiscono un impegno tale da indurli a non rinnovare, nelle tornate successive, la loro disponibilità. Se ne vanno esausti e “onorati”, che è un termine marziano che non saprei come tradurre. Ad Arezzo – osserva Kunt – quelli che entrano in politica non vogliono più uscirne, tanta è la loro dedizione… Parrebbe che il senso del dovere li incolli come su uno strato di Super Attak, un adesivo inesistente su Marte. I politici aretini, così, elaborano una forma transumana di eternità.

I Marziani sono attenti solamente a ciò che essi definiscono come “bene comune”, che è, anche questa, una locuzione intraducibile.
Kunt osserva addirittura la candidatura di un commerciante, che su Marte si dedicherebbe solamente a decorare i gusci degli esoscheletri, attività per cui eccellerebbe. Pare che dietro di lui, ignaro di amministrazione, ci sia una corte di seguaci di quella religione che promette l’eternità politica. È un credo come altri e Kunt rispetta laicamente. Si tratta di una fede elettiva di cuginanza, ma forse ancora di più: di Fratellanza d’Italia. Si oppone a quel commerciante, un navigatore democratico che proviene da traversate nel mare regionale e, una volta riesumato, viene consacrato anche lui al culto della politica eterna.

La cultura, poi, su Marte, ha un gran peso, perché tutti ritengono che essa, sebbene non garantisca il bene futuro di una comunità, rappresenti comunque il principale antidoto verso la devastazione che certamente segue all’ignoranza. Ma ai politici aretini tutto questo non interessa. Su questo punto gli schieramenti opposti sono d’accordo. Kunt non comprende, anche se è sempre molto comprensivo verso tutto ciò che è incomprensibile. In questo caso, tuttavia, le cose superano la sua immaginazione. Anche per questo decide di tornare su Marte. Resta da chiarire cosa faranno gli aretini, quelli del popolo suddito, se accetteranno il loro destino o sceglieranno anche loro di volare su Marte.

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