«Eviva Maria intorno all’albero della libertà» (8)

 

9 – Gli insorgenti aretini verso il Senese e la capitale Firenze

Appena due giorni dopo la presa di Cortona, l’imprevedibile e impaziente Capitano Giovanni Natti, l’11 giugno, con un distaccamento di truppe aretine, entrò in Montepulciano e vi si stabilì per controllare la Bassa Valdichiana, occupando uno dopo l’altro i paesi della zona e della vicina Val d’Orcia. Nel periodo che rimase a Montepulciano, il Natti acquistò certe stoffe da tre commercianti locali, per le divise dei cavalleggeri aretini. Sappiamo infatti che gli arruolati aretini avevano una loro divisa: l’uniforme della Truppa di Linea era blu con i paramani rossi, la coccarda in seta rossa-bianca-gialla-nera; gli Ussari erano vestiti di blu con paramani rossi, cappello tondo e pennacchio nero.

Sembra che il capitano Natti, mentre si intratteneva in Montepulciano per organizzare il locale presidio militare, più che inseguire i “giacobini”, corresse dietro alle belle donne, tra lo stupore e il turbamento dei benpensanti.

Uno scandalizzato Domenico Colombi, scrisse allo zio, Ludovico Ruscelli, “incaricato d’affari” della Comunità di Montepulciano in Arezzo, raccontando che il Natti pareva “molto propenso al bel sesso ed è nata una forte diceria per averlo veduto praticare e tenere nel proprio quartiere una giovane screditatissima”.

Non solo, ma il capitano aretino provocava ulteriore scandalo tra gli alti ceti, per la “confidenza che ha coi soggetti del basso popolo”. Fu così che il 25 giugno fu richiesta la sua sostituzione, seppur con le dovute cautele “per fare riguardo al decoro del Signor Natti, il quale per altra parte ha dei buoni requisiti per agire in Campagna con la sua Truppa”. Fu ventilata la minaccia di “non far passi relativi all’organizzazione della forza armata finché non è stato provveduto a questo disordine con mandare un soggetto che si richiede”.

Il 12 giugno una cinquantina di persone, parte di Arezzo e parte di Monte San Savino, passando dal territorio di Rapolano entrarono in Castelnuovo Berardenga, dove “atterrarono l’Albero della libertà incendiandolo, obbligarono i paesani a gettare sul fuoco la coccarda tricolore”.

Il 16 giugno fu installata la Deputazione locale a Castiglion Fiorentino e a Monte San Savino; il 18 giugno fu installata quella di Foiano, mentre il 20 giugno venne eletta la Deputazione di Marciano della Chiana. Anche altre città, seppur distanti, inviarono ad Arezzo dei deputati per chiedere l’alleanza con la Suprema Deputazione: il 2 giugno vennero i deputati di Orvieto; successivamente arrivarono quelli di Volterra, Lucignano, Città di Castello, Modigliana, Castiglion del Lago. La Suprema Deputazione stabilì con le varie Deputazioni locali un’alleanza di tipo federale, dove ognuno aveva la sua autonomia nel governo del proprio centro abitato, seppur obbligandosi a fare propri gli indirizzi politici e militari adottati dall’organismo aretino. Tutte le Deputazioni locali inviarono un loro rappresentante (incaricato d’affari) ad Arezzo, per mantenere rapidi rapporti fra la “capitale” dell’Insorgenza e le altre comunità alleate. Ricoprirono questa carica di “agente diplomatico” medici, giudici, possidenti, nobili, professionisti e, seppur raramente, anche qualche prete.

Dopo varie richieste di una esperta guida militare, fatte pervenire dalla Suprema Deputazione al Comando austriaco del Nord Italia, questo il 16 giugno inviò ad Arezzo l’Alfiere Carlo Schneider, affinché assumesse il comando delle bande aretine, che da quel momento furono pomposamente chiamate “Armata Austro-Aretina”.

Affermano le fonti che, al momento del suo arrivo ad Arezzo, il comandante austriaco trovò una truppa di circa 30.000 uomini armati. Erano già state liberate ampie zone: il Casentino, la Valdichiana, il Valdarno, Città di Castello, Orvieto, Volterra. Le bande aretine stavano combattendo in diversi fronti: il Marcucci alla Consuma, il Mari e il Brozzi nel Valdarno, l’Orselli e il Passerini a Magione e nel Perugino, il Natti a Chiusi e Pienza.Gli alleati Volterrani, al comando dell’Inghirami, stavano liberando le Maremme. (Foto 1)

Si può dire che da quel momento, l’insorgenza aretina del Viva Maria perse la sua caratteristica di moto improvvisato e spontaneo, per diventare uno strumento militare, organizzato e diretto da potenze straniere, volto a cacciare le residue forze francesi dall’Italia Centro-Settentrionale.

Iniziarono così i piani per entrare nelle forti città limitrofe, di Siena, Firenze e Perugia.

Verso la fine di giugno, i comandanti militari austriaci ed aretini, stavano predisponendo i piani per cacciare da Siena i circa 400 francesi del locale presidio, comandato dal capitano Giuseppe Ballet. Ma, il solito temerario Capitano Giovanni Natti, non ce la fece ad aspettare pazientemente e con le mani in mano, gli ordini. Pertanto, ancora di presidio a Montepulciano, organizzò la spedizione verso Siena, con armati della Bassa Valdichiana, della Valdorcia e delle Crete Senesi.

I giorni 26 e 27 giugno, iniziarono a convergere su Siena alcune colonne di insorgenti. Il Capitano Giovanni Natti, che proveniva da Montepulciano assieme ad una ventina di cavalieri, dirigeva le operazioni, assieme a don Antonio Massi e al Capitano don Giuseppe Romanelli.

I“circa venti armati a cavallo” del Natti, arrivarono inaspettatamente nei pressi delle mura cittadine e, dividendosi in due drappelli, assaltarono Porta Romana e Porta Tufi. I custodi si affrettarono a chiudere le porte, ma una moltitudine di popolani, assieme ai soldati della Truppa Nazionale che erano di guardia, le riaprirono con le accette e accolsero con festose grida “la piccola vanguardia aretina”. (Foto 2)

Penetrata in Siena, la piccola schiera aretina “si divide in varie contrade, e al replicato rimbombo de’ colpi di fuoco e dei Viva Maria, il popolo accorre in folla, e si unisce co’ suoi vendicatori” .

Parleremo in un’altra puntata dei tragici fatti di Siena, del 29 giugno 1799, che portarono al massacro di 13 ebrei ed al saccheggio del Ghetto, da parte della plebaglia senese.

Qui ricorderemo che i soldati francesi e molti giacobini si rifugiarono nella Fortezza, che fu posta sotto assedio dagli insorgenti, mentre la città fu subito liberata. Vi furono, però, alquante violenze, perquisizioni e carcerazioni, in un caos indescrivibile ed unico, che non ci sarà né a Firenze, né a Perugia e neppure nelle altre città. La capitolazione della Fortezza di Siena venne firmata nel pomeriggio del 4 luglio ed il successivo 6, i Francesi furono fatti uscire in colonna in mezzo a due ali di armati aretini, che resero loro gli “onori militari”.

Dopo la liberazione di Siena, nell’arco di pochi giorni, grazie anche a spontanee sollevazioni delle popolazioni alla notizia del loro arrivo, gli uomini del Capitano Sforza liberarono Roccastrada (7 luglio), Massa Marittima (8 luglio), Follonica (8 luglio), Campiglia (8 luglio). I francesi si rifugiarono a Piombino, ma anche da qui vennero cacciati dai corsari provenienti dall’Elba. Per ultimo fu liberato San Vincenzo. I Francesi fuggiti da Piombino vennero fatti prigionieri a Bibbona.

La spedizione Inghirami, partita da Volterra liberò Cecina (6 luglio), Bibbona (8 luglio), Vada (8 luglio), Castiglion della Pescaia, Grosseto (3 luglio), Castiglioncello, Rosignano, il forte del Boccale e si diresse verso Livorno dove entrò il 17 luglio.

Intanto, il 5 luglio il generale Gaultier fece evacuare Firenze, per dirigersi con le truppe, i funzionari civili, e i giacobini fiorentini, verso Livorno. Il potere passò nelle mani del Senato, un organo consultivo formato da anziani politici, da molti anni pressoché esautorato dal Granduca, dei propri poteri. (Foto 3)

Gli Aretini iniziarono ad avvicinarsi a Firenze, ma il Senato, temendo quelle truppe poco disciplinate, ricorse alla scusa che ancora c’erano reparti francesi a Prato e Pistoia e chiese ai Comandanti Mari e Brozzi, di portarsi verso quelle città, per impedire ai nemici di tornare nella Capitale. (Foto 4)

I comandanti aretini capirono che si trattava di un imbroglio e la presero male. Non sappiamo se progettarono un assalto, che avrebbe potuto avere conseguenze pesanti. Per fortuna, la situazione fu risolta grazie all’intervento dell’ex ambasciatore inglese a Firenze, Lord Wyndham, arrivato a fine giugno in Toscana e ormai alla testa della colonna aretina del Valdarno, a fianco dei suoi comandanti (Mari e Brozzi).

Fu trovato un singolare accordo con il Senato Fiorentino. Si trattava di permettere l’ingresso degli Aretini in Firenze, senza far firmare al Senato una capitolazione formale, che ne avrebbe sminuita l’autorità. Il diplomatico inglese escogitò un particolare formulario, basato su domande e risposte, chiarissimo anche per i meno abituati ai patti diplomatici. Inoltre, nelle domande veniva omesso il soggetto, in modo da non dare un riconoscimento ufficiale all’armata aretina. Ad esempio l’articolo I recitava: “Si domanda se il Senato Fiorentino desideri avere in Firenze l’Armata Aretina – Il Senato risponde che lo desidera vivamente”.

Fu così che il 6 luglio, gli Aretini entrarono trionfalmente in Firenze liberata. Alla loro testa c’erano il Comandante Lorenzo Mari (ex Capitano dei Dragoni granducali), sua moglie – la bella Sandrina Mari – il Comandante Giovanni Brozzi e l’ex ambasciatore inglese Wyndham, che pare fosse anche un ammiratore della gentile signora (di certo la conosceva da molti anni, avendo favorito nel 1794 l’acquisto di 500 bovini per la flotta inglese, dal padre di Sandrina, mercante di carni); dietro di loro seguiva un frate zoccolante (fra Bartolomeo da Monte San Savino) con un’enorme croce processionale, che i maligni dissero in legno di sughero. Quindi fu la volta delle pittoresche schiere di contadini e artigiani fattisi soldati, frammisti a contingenti austriaci. Ad applaudire l’ingresso dei liberatori aretini c’era anche il poeta Vittorio Alfieri. Egli un tempo era stato di simpatie filo-rivoluzionarie e aveva scritto pure un’ode intitolata Parigi Sbastigliato. In seguito aveva cambiato parere e maturato un “crescente disgusto per la Francia”, “vedendo e osservando il progresso di tutti i lacrimevoli effetti della dotta imperizia di questa nazione, che di tutto può sufficientemente chiacchierare, ma nulla può mai condurre a buon esito”. L’Alfieri si diceva addolorato profondamente nel vedere “la sacra e sublime causa della Libertà in tal modo tradita, scambiata, e posta in discredito da questi semifilosofi” nonché “atterrito dal vedere la prepotenza militare e la licenza e insolenza avvocatesca posate stupidamente per basi di libertà. Era così fuggito da Parigi e riparato in Firenze assieme alla moglie. (Foto 5 e 6)

Dal 6 luglio 1799, Firenze si trovò ad esser parte di un territorio che aveva, quale capitale di fatto, l’antica rivale Arezzo. Per i recalcitranti Fiorentini, valse quanto lo Schneider aveva detto nel giugno ai Cortonesi, che lo pregavano di non far dipendere Cortona da Arezzo: «Milano, Roma e Napoli in questo caso dovrebbero dependere da Arezzo, perché Arezzo ha promosso ed è sede della Insurrezione». (Foto 7 e 8)

Santino Gallorini

FOTO

1 – La Madonna del Soccorso di Borgo San Lorenzo (FI). Dipinta nel 1799 da Pietro Paolo Colli, è chiaramente ispirata alla Madonna del Conforto di Arezzo, alla cui intercessione si attribuiva la recente “liberazione” della cittadina mugellana, da parte delle truppe aretine.

2 – “Siena liberata dal giogo francese dagli Aretini”. Incisione di G. B. Cecchi, su disegno di Pietro Ermini, 1800. La stampa è dedicata “al Nobile Giovanni Natti”.

3 – Stampa che ritrae “il popolo fiorentino giubilante”, mentre innalza le armi granducali (5 luglio 1799). Nella bandiera a destra si nota l’immagine della Madonna del Conforto.

4 – Stampa che celebra l’ingresso delle truppe aretine in Firenze

5 – L’ingresso degli aretini in Firenze, con alla testa Sandrina Mari, Lord Wyndham e Fra Bartolomeo da Monte San Savino. Acquerello di Giuseppe Ghizzi.

6 – Sandrina Mari. Particolare di un affresco in Villa Bianchi in Ceggiano (SI)

7 – Giovanni Brozzi e Lorenzo Mari, comandanti aretini, fanno appello alle loro truppe che, entrando in Firenze, non si abbandonino a saccheggi e violenze. Promettono ricompense per chi obbedirà e “rigorose pene militari” per chi effettuerà arresti o insulti.

8 – Dott. Paolo Leoni: Allocuzione all’Armata Alleata aretina nel suo desiderato ingresso nella Città di Firenze.

 

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