10 – Dal pieno successo militare alla fine dell’Insorgenza.
Dopo aver cacciato i francesi da Firenze, le bande aretine dilagarono verso Prato, Pistoia, Pescia, attraversarono la Valdinievole e puntarono su Livorno dove si ricongiunsero agli altri insorgenti provenienti da Volterra.
Con la capitolazione di Livorno, che avvenne il 17 luglio, le armate aretine arrivano a liberare tutta la Toscana. (Foto 1)
Le operazioni militari continuavano speditamente contro le forze francesi ancora presenti nel Centro Italia. Il 25 luglio arrivò ad Arezzo il conte Giorgio Zuccato, tenente colonnello al servizio dello Zar e agli ordini del Maresciallo Alexander Suvarov. Ecco, dunque, che gli Aretini si ritrovarono comandati da ufficiali austriaci e, in minor numero russi, potendosi così fregiare del pomposo nome di Armata Austro-Russo-Aretina. Nel frattempo, però, incominciarono anche i contrasti con il Senato Fiorentino. Abbiamo tanti documenti che ce lo dimostrano e fra questi citiamo la lettera dei Deputati di Rassina alla Suprema Deputazione, del 26 luglio, dove si dice che “quando le SS. LL. Ill.me crederanno di unirsi agli ordini e reciproche convenzioni col Senato fiorentino, si faranno grazia porgerne a noi un loro preventivo riscontro per andare di concerto e per non esporci a qualche rimprovero o per una parte o per l’altra”.
Il 4 agosto, dopo un accordo con il locale comando francese, circa 6.000 aretini e coalizzati, fecero il loro ingresso in Perugia. Il Presidio francese, assieme ai giacobini perugini, si asserragliò nella Fortezza, con il patto che non avrebbe bombardato la Città se dalla stessa non fossero state mosse azioni contro la cittadella. Per 25 giorni vi fu una situazione di stallo, con gli aretini e i loro alleati in città ed i francesi in Fortezza. Poi, il 31 agosto vi fu la Capitolazione della Fortezza e tutta la città fu liberata.
Dopo questo importante avvenimento, anche il Granduca Ferdinando, sospettoso verso l’insorgenza, poco generoso e piuttosto avaro di riconoscimenti per Arezzo, si degnò di inviare due righe di plauso ai suoi sudditi, che dal maggio rischiavano le loro vite in suo nome.
Scrisse agli Aretini che con ammirazione e gratitudine egli aveva “esternato il dovuto plauso al coraggio, fermezza e fedeltà di tutto quel Popolo toscano”. Occorreva però, che tutta la Nazione toscana obbedisse agli ordini. Del Granduca? No, “di Sua Maestà Imperiale”!
Le bande Aretine avevano nel frattempo continuato la loro marcia verso Roma, per ricongiungersi con gli insorti napoletani che risalivano la Penisola da sud. Già erano state liberate anche Assisi, Viterbo,Vetralla e le truppe erano arrivate in vista della Porta S. Giovanni (secondo altre versioni Porta del Popolo), a due miglia dalla Città Eterna. Il 25 agosto, dopo un assedio, cadde anche Civita Castellana. (Foto 2 e 3)
Mentre le truppe più propriamente aretine dilagavano nella Toscana, in Umbria e nel Lazio, ci furono altre truppe, anch’esse definite come “Aretine”, che in realtà erano composte dai rivoltosi di Borgo S. Sepolcro, di Pieve S. Stefano, di Città di Castello e di altre località della Valtiberina.
Questi reparti, in stretto collegamento con gli Aretini, liberano uno dopo l’altro i paesi della vicina Umbria, appartenente alla filofrancese Repubblica Romana.
Poi, furono richiamate alcune truppe spedite a Città della Pieve e furono utilizzate, al comando di ufficiali austriaci, per prendere il Montefeltro. Là, fu la fortezza di S. Leo ad essere il centro della resistenza dei francesi e dei giacobini ivi asserragliati. San Leo fu assediata e, intanto, le bande si diedero alla conquista delle altre località. Quando il 13 luglio S. Leo cadde in mani aretine, tutto il Montefeltro era ormai già libero.
A questo punto la via per Ancona era spianata e gli insorgenti si spinsero fino alla città marchigiana, la quale fu assediata da reparti regolari austriaci e da bande “aretine”. Cadrà solo il 13 novembre.
Altri reparti, comandati da uno dei più brillanti ufficiali aretini, Pietro Romanelli, iniziarono un’avanzata verso nord che li vide portare – assieme ad altri reparti austriaci – il vessillo con la Madonna del Conforto a Ferrara, a Rovigo ed in altre città romagnole e venete. (Foto 4)
Verso gli ultimi giorni di agosto, iniziarono a farsi sempre più frequenti le proteste degli armati delle Bande aretine, che lamentavano la scarsezza dei viveri e la mancanza di paghe. Inoltre, gli insorgenti criticavano il comportamento dei comandanti Austriaci che, a loro dire, spedivano nelle missioni più rischiose gli uomini delle Bande e riservavano ai loro soldati la gloria delle occupazioni. Par di vedere i Gurka o gli Indiani dell’VIII Armata nell’Ultima Guerra …
Ecco cosa scrisse il Comandante Brozzi alla Deputazione Aretina: “vengono a mancare i viveri ed i tedeschi si vogliono servire della nostra gente per dar l’assalto ai luoghi, che questi non sono i patti, ed i nostri si lamentano molto con noi, che gli si era promesso, acciocché venissero, di guardare i puri confini. … Temo che dalla nostra gente ne nasca un ammasso di ladri alla fine, stante che buoni, se condotti via dalle loro case, ad ora sono già doventati cattivi” . Insomma, un po’ come accadeva, secondo il detto, alle donne che nel medioevo se ne partivano “pellegrine” …
Comunque, ci si avvicinava a grandi passi verso la fine dell’Insorgenza armata. Ormai gli ordinati, disciplinati e uniformati reparti austriaci e russi erano molti e forti, non c’era dunque più bisogno delle multicolori schiere popolane.
Il 6 settembre, in base ad una “Notificazione” del Senato Fiorentino, emanata il precedente 26 agosto, fu chiesto il disarmo delle Bande aretine. Si suggerì di usare certe cautele, in particolare nei confronti dei coloni: “coi mezzi i più propri della dolce persuasiva” visto che “questa classe, cui esclusivamente dovevasi l’opera della felice insurrezione, non si poteva attaccar di fronte, con un congedo imperioso. Infatuati nel nome di vincitori, assuefatti ad una vita oziosa ed esente dai disagi dell’agricoltura e gelosi dei giornalieri avvantaggi di una non comune mercede, dovevano sentir con dolore il richiamo alle loro abitazioni ed agli antichi penosi travagli. Ma un tal richiamo era ormai necessario, non solo in parte ma in tutta la sua totalità sì da sgravar le casse di un costoso mantenimento come per rianimare l’industria colonica e restituire alle desolate campagne i loro coltivatori”. Insomma, la “vacanza” era finita, dei contadini non c’era più bisogno, tutti di nuovo a lavorare per il padrone …
Al loro posto sarebbe venuto ad Arezzo un presidio austriaco, che avrebbe sovrainteso al disarmo e avrebbe garantito la sicurezza e la tranquillità della Città.
Il Senato di Firenze, l’11 settembre, ordinò il disarmo degli ufficiali e dei soldati dell’Armata aretina, vietando loro perfino di indossare l’uniforme. Pochi giorni dopo, il 15 settembre, il medesimo Senato sciolse la Suprema Deputazione e con questo atto, ufficialmente finì il VIVA MARIA di Arezzo.
I popolani che per quattro mesi avevano combattuto nelle Bande del Viva Maria contro i francesi, tornarono alle loro case trovando una situazione economica alquanto simile – se non peggiore – a quella che avevano lasciato. Il grano, che nell’estate era sceso a poco più di 7 lire lo staio, verso la fine di settembre tornò ai prezzi praticati agli inizi di maggio (più di 8 lire), per poi iniziare una scalata che lo porterà fino alle 14 lire del 1800. Ormai era finito il momento delle “vacche grasse”, con l’accentramento delle derrate ad Arezzo; queste venivano di nuovo fatte confluire in Firenze, tornata a tutti gli effetti a rivestire il ruolo di capitale.
Ovviamente ricominciarono i mugugni e le agitazioni ed il Magistrato Comunitativo di Arezzo, già il 15 settembre, richiese al Vicario Regio di attivarsi, per far giungere ad Arezzo cospicue quantità di grano, per evitare “maggiori irrequietezze” tra la popolazione.
Poco più di tre mesi dopo, il 14 dicembre, il Comando Austriaco di Firenze fu costretto ad inviare 150 soldati per ristabilire la calma nell’Aretino, sempre interessato da proteste e tumulti.
La situazione economica stava sempre più peggiorando e lo scontento della popolazione andava aumentando. Non bastò a lenire le amarezze il Motuproprio emanato dal Granduca Ferdinando III, il 10 febbraio 1800, da Vienna.
Con esso, il Granduca voleva ufficialmente ringraziare gli Aretini per la grandissima prova di attaccamento alla sua persona ed alla dinastia dei Lorena.
Nel Motuproprio veniva deciso:
“I. Erigere in Capo di Provincia la Città di Arezzo, volendo che oltre il Contado vi si riunisca un conveniente territorio …
- Sarà eretto un Monumento nella Pubblica Piazza di Arezzo con un’Iscrizione analoga agli avvenimenti più rimarchevoli, e più brillanti dell’Insurrezione Aretina …
III. La R.A.S. dimanderà al nuovo Sommo Pontefice da eleggersi, il Titolo di Arcivescovado per la Sede Vescovile di Arezzo.
- Stabilisce fin da ora S. A. R. che nella Sua Reale Paggeria vi sia sempre un posto da godersi da un Cavaliere Aretino …
- Ogn’anno nella Festa degli Omaggi, soliti prestarsi nel giorno di S. Giovanni, la Città di Arezzo, in vece della solita Bandiera che la rappresenta, potrà mandare un Carro con Geroglifici e Pitture analoghe alla felice Insurrezione.
- Nello Stemma della Città di Arezzo si accresceranno degli Emblemi analoghi alla religione e fedeltà degli Abitanti.
Si promettevano ricompense e riconoscimenti a coloro che avevano dato prove di singolare valor militare oppure avevano animato l’insurrezione. Allo stesso tempo si proponevano indennizzi per i familiari dei caduti. Per tali scopi fu deliberata la costituzione di una Deputazione che avrebbe vagliato le singole situazioni personali. Ne abbiamo accennato in una precedente puntata, sottolineando le tante e anche bizzarre richieste, formulate da chi ostentava meriti. (Foto 5)
Purtroppo, per tanti motivi, anche estranei alla stessa volontà del Granduca, quasi tutte le promesse contenute nel Motuproprio rimasero disattese.
Tra una difficoltà e un’altra, si arrivò al 14 giugno 1800, quando Napoleone, entrato in Italia con un forte esercito, sbaragliò a Marengo le armate austriache, che vi persero molti cannoni e migliaia di soldati. Il 15 giugno fu firmato l’armistizio ad Alessandria.
In Toscana si capì subito che di lì a pochi mesi sarebbero tornati i francesi. Sia il Senato Fiorentino che il Generale comandante dell’esercito austriaco, Annibale Sommariva, pubblicarono proclami per invitare gli uomini addestrati ad usare le armi ad arruolarsi, per formare unità mobili.
Giovan Battista Albergotti si mise subito in azione e nel luglio, Arezzo ridiventò la “capitale” della resistenza antifrancese. Verso metà luglio si recò in città Orazio Nelson, per incontrare il Capitano Pietro Rossi e Giovan Battista Albergotti, forse per concordare un piano di difesa.
Vennero pure il re Carlo Emanuele di Sardegna e la regina Carolina di Napoli, ambedue per rendere omaggio alla Madonna del Conforto.
Nel settembre 1800 furono costituite in Arezzo quattro Legioni Mobili composte da sei compagnie ognuna.
Santino Gallorini
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1 – “Don Bartolomeo Stanti, Cappellano e tenente delle Truppe Arezzine che fecero il felice ingresso in Livorno dietro l’evacuazione dei Francesi il dì 17 luglio 1799”
2 – Stendardo del Viva Maria, conservato a Roccalbegna (GR)
3 – Trascrizione della scritta riportata sullo stendardo di Roccalbegna
4 – Cartina delle principali direttrici delle spedizioni delle truppe “aretine”:
Linea retta: maggio 1799
Stelline: giugno
Rombi: luglio
Pallini: Agosto
5 – MOTUPROPRIO del Granduca, con cui si ringrazia Arezzo e gli aretini per la loro prova di attaccamento. Si promette la creazione della Provincia e la richiesta al papa di erigere in arcivescovado la diocesi aretina.
6 – Al Popolo di Perugia
7 – Al Popolo Romano
8 – Il Tenente Colonnello Giorgio Zuccato, comandante delle truppe dello Zar di Russia, all’Armata Aretina



