«Eviva Maria intorno all’albero della libertà» (7)

 

7 – La situazione nei centri attorno ad Arezzo

Come abbiamo detto nella prima puntata, nei primi di maggio 1799, vi furono insurrezioni antifrancesi in molti paesi e città della Toscana. Ma, i loro sviluppi furono alquanto variegati rispetto all’insorgenza di Arezzo e, molto spesso, dopo la prima fiammata, fu riportata la calma e l’obbedienza verso il governo di Firenze.

Guardiamo in breve cosa accadde nei paesi vicini ad Arezzo.

Castiglion Fiorentino era insorto la sera del 5 maggio, quando alcuni suoi abitanti atterrarono e arsero l’albero della Libertà.

A differenza di altre località, qui si conservarono negli incarichi i funzionari esistenti, come il Vicario, il Capo della Comune nonché ex Gonfaloniere ed i Consiglieri della Magistratura Comunitativa. Essi continuarono a prendere ordini dal Governo di Firenze. La popolazione, invece, assieme ai “capi-popolo” si pose dalla parte degli insorti aretini. In questo clima anarcoide, stimolati dalla stessa popolazione, cercarono di prendere le redini alcuni personaggi molto conosciuti e apprezzati, come il conte Orlando Paglicci, ex Capitano delle Bande Granducali. Fu quindi creata una “Deputazione per la Quiete Pubblica”.

Dice il Ghizzi che “Castiglione fu restio a partecipare all’insurrezione per naturale taccagneria e per ritrosia verso Arezzo: molta incertezza e titubanza a decidersi, ed aspettare di esser chiamato; il paese esser dominato da persone di poco cuore e meno testa”.

Dopo il passaggio dei Polacchi, i Castiglionesi richiesero il perdono al Governo di Firenze e utilizzarono subito il certificato del Generale Dabrowski, nonché la presenza nelle carceri paesane dei 4 polacchi e di un disertore della Repubblica Romana (originario di Città di Castello), in tal modo salvati dal massacro da parte dei popolani del contado. (Foto 1 e 2).

Castiglioni ottenne oltre all’immediato perdono, persino un elogio dal generale Gaultier: “La conduit de la Commune de Castiglione Fiorentino mérite quelques regards en raison de l’Humanité qu’elle à demontré en recuillant au son sein les quatre Polonais”.

CORTONA era insorta alle ore sei del 6 maggio, dopo che la sera precedente erano stati visti tanti fuochi nelle campagne circostanti. Era giorno di fiera e molta gente, fin poco dopo l’alba, si trovava nell’area del mercato. A un certo punto, era arrivato un corriere per il locale comandante francese e si era messo a gridare che gli austriaci erano arrivati a Firenze. Immediatamente la gente esplose in irrefrenabile contentezza, sfociata in un tumulto.

Fu “arrestata” la guarnigione francese, compreso il suo comandante, il tenente Iacobay, un ufficiale dal contegno corretto e pieno di tatto, che si era guadagnata la stima dei cortonesi.

Bruciato l’albero della libertà, in un caos indescrivibile, la popolazione creò un governo provvisorio formato da elementi di estrazione nobiliare, che cercarono in tutti i modi di riportare alla calma la gente.

Dopo gli scontri del 13-14 maggio con i polacchi, i maggiorenti cortonesi cercarono di liberarsi in fretta degli aretini e dei castiglionesi, che erano accorsi in armi a difendere Cortona.

Appena soli, il Vescovo Alessandri, il Proposto Curzio Venuti (parroco della Cattedrale), il clero cortonese e “i Nobili tutti”, ricondussero “nel retto sentiero i pochi faziosi”: si recarono dal Iacobay, ancora agli arresti, e provarono a convincerlo ad accettare un pacifico ritorno sotto i francesi. Iacobay accettò e, così, il 15 maggio il Cancelliere poteva già scrivere al Soprasindaco a Firenze: “oggi la rivolta è cessata e l’ordine si ristabilisce, atteso il perdono stato formalmente accordato ai rivoltosi in nome della Repubblica Francese, dal cittadino Jacobay comandante di questa Piazza”.

I Cortonesi avevano appena ricevuto il perdono, che arrivò la notizia di una colonna di soldati francesi in avvicinamento. Una delegazione cortonese si recò a parlamentare con il comandante della colonna, chiese il perdono, lo ottenne e, così, il 16 maggio 1799, 1.500 Francesi poterono entrare indisturbati in quella stessa Cortona che solo tre giorni prima – aiutata da poche centinaia di Castiglionesi e Aretini – aveva respinto ben 4.400 soldati Polacchi.

FOIANO – Il 6 maggio fu spedita, dalle autorità di Foiano, una lettera al Presidente del Buongoverno di Firenze; vi si diceva che, “questa mattina alle ore 9, c’è stata una sollevazione”. La popolazione foianese aveva dato vita ad una sommossa. Il tutto era avvenuto perché alcuni ortolani provenienti da Cortona e da Castiglion Fiorentino, avevano portato la notizia (falsa) che gli Austriaci erano già entrati in Firenze ed avevano cacciato i Francesi. Tutto il giorno vi fu grande agitazione con tumulti e proteste. Venne rimessa nel Monte Pio la statua dell’ultimo Granduca dei Medici, Gian Gastone, furono usate violenze su alcuni filofrancesi.

La sera si tenne una riunione dei Rappresentanti foianesi, alla presenza del Podestà. Fu deciso di sospendere “l’esecuzione di qualunque partito che riguardi le feste già ordinate per il Governo Francese” e di spedire un espresso a un foianese dimorante in Firenze, affinché si informasse su chi comandava veramente e riferisse in tempi rapidi.

Il giorno 8 maggio venne adunata la popolazione per organizzare una Truppa Nazionale che fu affidata a Gaetano del Soldato.

Intanto, arrivarono le notizie richieste al concittadino di Firenze e si seppe che ancora comandavano i Francesi. Quindi, lo stesso 8 maggio, “nella chiesa della SS. Trinità di Foiano, alla presenza della massima parte dei Capifamiglia di detto luogo, invitati con precedente suono di tromba con la presenza del Giusdicente, d’unanime vocale consenso stabilirono e determinarono”:

– di rimettere le cose come erano prima del 6 maggio, giorno del tumulto.

– “I Padroni poi inculcheranno con tutto l’ardore ai rispettivi loro lavoratori di terre e dipendenti di starsene quieti”.

Il 12 maggio alcuni rappresentanti di Foiano andarono a Firenze dal Reinhard, al fine di scusare il Paese per la sommossa del 6 maggio e implorare il perdono. Il Reinhard rilasciò loro un Certificato, da utilizzare nei confronti di eventuali Comandanti Francesi, che fossero giunti in Foiano per reprimere la rivolta o per delle rappresaglie. Vi era scritto che “i Deputati della Comune di Foiano si sono presentati a Lui per detestare un errore momentaneo e per prostrare la sua sommissione alle Leggi della Repubblica Francese”.

Queste vicende fecero sì che, il 13 maggio, non si tenesse più la cerimonia per innalzare l’albero della Libertà. Infatti, da una relazione della Magistratura foianese dell’11 novembre 1799, sappiamo, che “la divina Provvidenza per singolare privilegio di questa Terra non ha permesso in tempo del già deprecabile Governo Francese, fosse eretto nella Piazz’Alta di detta terra l’infame e tartareo Albero così detto della Libertà o Libertinaggio”. Fu quindi deciso di non riempire la fossa, ma che essa servisse per innalzare una statua al Granduca Ferdinando III.

Foiano fu, dunque, l’unica località intorno ad Arezzo, dove non fu innalzato l’albero della Libertà.

MONTE SAN SAVINO – Già il 3 maggio al Monte ci furono dei tumulti, che verosimilmente interessarono anche la Nazione Ebrea. Il 4 maggio furono deputati due cittadini per recarsi ad Arezzo per riferire al Lavergne quanto accaduto. Il 5 maggio Lavergne inviò a Monte San Savino il Capitano Cisalpino Trolli, con quattro Ussari. Questo ne fu il motivo, testimoniato da Domenico Bacconi: “la sera in compagnia di molti altri avevo fatto «Eviva Maria intorno all’albero della libertà», detto Poggi venne in Arezzo insieme con Agostino Andreoni e Lorenzo Sestini a prendere della Truppa Francese per farci arrestare e se non era l’Arciprete del Monte saressimo stati tutti arrestati”. Anche Marco Roncucci testimonia che “vennero i Pollacchi da Arezzo al Monte S. Savino per arrestare alcuni che avevano fatto l’Eviva Maria in disprezzo dell’Albero della Libertà”.

Il 6 maggio, anche a Monte San Savino, alla falsa notizia dell’arrivo degli Austriaci in Firenze, la popolazione scese in piazza in massa, si recò ad abbattere e bruciare l’albero della libertà e presidiò le porte paesane, onde evitare che i “giacobini” locali fuggissero. Poi, una gran folla assalì il Ghetto “spezzando quelle porte esterne, ed interne delle case, che avevano chiuse, coll’intenzione di sacrificarli [gli ebrei, n. d. a.] ad un entusiasmo micidiale: alcuni compassionevoli s’opposero alla sanguinosa esecuzione, ma si unirono a trasportarli nelle carceri, ove tra vecchi, adulti e giovinetti, furono tradotti in mezzo ad insulti, invettive, e minacce, massacrati da colpi e lividi di percosse”.

Per tenere tranquilla la popolazione ed evitare eccessi, “sotto la direzione di Ufiziali eletti ad alta voce popolare” venne costituita una Truppa di volontari. I giorni seguenti l’insorgenza, i Savinesi si misero in contatto con gli Aretini e collaborarono attivamente alla comune difesa.

Dai documenti sembrerebbe che, dopo qualche giorno, la calma fosse tornata al Monte e la truppa arrestasse i presunti colpevoli della sommossa. Infatti, il 24 fiorile (13 maggio) il Presidente del Buongoverno scrisse al Vicario del Monte per chiedere che verificasse se le persone arrestate dagli abitanti del luogo erano “realmente i promotori e i capi della seguita insorgenza”.

Il 19 maggio la Magistratura Savinese spedì al Soprasindaco della Camera delle Comunità una lettera con cui lo informava che “con l’aiuto del Parroco, dei sacerdoti e dei ministri finisce l’insurrezione iniziata il 6 maggio”. Sperava adesso, assieme al popolo, nel perdono francese.

Rassina. Da una lettera – proprietà di Giovanni Moneti – scritta da un funzionario della cancelleria di Rassina, al fratello dottor Filippo Ticciati in Firenze e datata 14 maggio 1799, sappiamo che dopo una sollevazione avvenuta i primi di maggio, era tornata la calma. Poi, il precedente sabato, 11 maggio, era arrivato a Rassina un commissario Aretino, con 60 uomini:

“Qua era tutto tornato in calma dopo una piccola scintilla di insurrezione, originata più dall’esempio dei circonvicini paesi che da un vero spirito di ribellione, quando per riaccenderla giunse qui sabato sera un Commissario Aretino con sessanta uomini armati, che vennero per coalizzarsi con questi paesi. Da quest’epoca si riaccese la rivolta in tutta la sua estensione, e furono subito sostituite alle Tricolori le Cuccarde Imperiali e Nazionali”. […]

 “Il Cancelliere alla voce sparsasi il giorno di questo arrivo si era portato a Poppi da quel Vicario per protestarsi che egli non sarebbe stato più in grado di dare esecuzione agli ordini venuti da Firenze atteso la forza armata, e per domandargli come doveva contenersi. Sicché io solo (e figuratevi con che coraggio) fui obbligato ad andare a trovar quartiere a detta Truppa”. […] “Giovedi andai a Subbiano a fare Incanto. Appena vi fui arrivato cominciarono a fare un bisbiglio, e discorrevano di volermi arrestare perché non avevo la cuccarda Imperiale, sicché dovei mettermela per non correre questo pericolo. Similmente il Donzello sarebbe stato arrestato se non era sollecito a fuggire, perché fu da noi mandato a pubblicare gli ordini del Governo. Con tutte queste cose immaginatevi in quali afflizioni ci troviamo. Io sono stato tentato mille volte di tornarmene a casa, ma dato luogo alla ragione, ho creduto di non dover precipitare questo passo senza prima sentire cosa ne pensate voi, e cosa ne pensa nostro Padre, al quale manderete subito la presente, perché sappia anch’esso lo stato critico nel quale mi trovo. Quando mi scrivete scrivetemi con cautela, perché qui sono aperte tutte le lettere, arrestati, e frucati tutti i forestieri soprattutto astenetevi dal darmi delle nuove. … Addio”. (Foto 3 e 4)

 

 

Insomma, dopo il passaggio della Legione polacca, uno a uno, gli “alleati” di Arezzo ritornarono all’obbedienza verso il governo francese. Gli aretini, invece, sospettando severi castighi per l’accoglienza riservata al Dabrowski e ai suoi soldati, si impegnarono nell’accrescimento della loro forza militare e nell’espansione del territorio da essi controllato.

Santino Gallorini

 

FOTO

1 – Lettera del Presidente del Buongoverno al Vicario di Castiglion Fiorentino, del 2 Pratile (21 maggio), con cui comunica che il Generale Gaultier, visto il comportamento della Comune, assicura che non ci saranno rappresaglie.

2 – Lettera del Comandante della Piazza di Cortona, Guillot, al Vicario di Castiglion Fiorentino, del 3 Pratile (22 maggio), con cui si consiglia di inviare dei deputati a Firenze, per ufficializzare la sottomissione al Governo.

3 – Lettera di un funzionario della Comune di Rassina, al fratello dottor Filippo Ticciati, in Firenze, del 14 maggio 1799. Proprietà Giovanni Moneti.

4 – Prima pagina della Lettera di un funzionario della Comune di Rassina, al fratello dottor Filippo Ticciati, in Firenze, del 14 maggio 1799. Proprietà Giovanni Moneti.

 

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