«Eviva Maria intorno all’albero della libertà» (6)

6 – L’imboscata del Ghetto di Vitiano e la “battaglia” di Rigutino: Arezzo si sente invincibile.

 

A metà mattinata del 14 maggio 1799, i primi soldati della Legione polacca del Dabrowski, arrivarono a Vitiano.

L’area, attualmente occupata dal centro di Vitiano, nel 1799 era poco abitata, non c’erano la chiesa e molte delle attuali case. Il Catasto granducale ci parla solo di campi seminativi e vitati, con aceri campestri e filari di viti “maritate”. A occidente della strada, c’era una “fabbrica” (officina di un fabbro) in cima alla salitella all’inizio dell’attuale paese, un centinaio di metri più avanti c’era l’antica osteria della Masina (accanto all’attuale bar). Poi, campi coltivati, fino al Ghetto, dove, a levante c’era un piccolo agglomerato, così avviluppato da giustificare il singolare toponimo. I proprietari: Albergotti, Sandrelli, Collegio Serristori, Rossi, Viviani e altri piccoli coltivatori diretti.

L’avanguardia del colonnello Józef Chamand aveva appena passato il bivio per la chiesa e il castello di Vitiano (oggi via del Barbino) e si apprestava a scendere la lieve discesa del Ghetto, poco prima del ponte sul Rio di Vitiano, quando incominciarono le fucilate che portarono alla prima fase di quella vicenda passata alla storia come la “battaglia di Rigutino”.

Ecco come raccontò l’episodio un contemporaneo: “… nel dì 14 (maggio n.d.a.) la campana del Pubblico (il Comune) annunziò la vicinanza del nemico. … Accorse in folla armato il contado, scortato da poca, ma coraggiosa cavalleria di zelanti patriotti, i quali per la via che da Arezzo conduce a Castiglioni, presso un luogo detto il Ghetto, investirono il Generale Dambrowski, che dopo vari colpi di fucile tirati dai contadini nelle imboscate, finalmente cadde rovesciato da cavallo per un colpo di sciabola scaricatogli da un giovane, Martino Romanelli del villaggio di Quarata.

Rimase ucciso parimente l’Alfiere la cui bandiera insieme col cappello del generale suddetto e col berretto di altro uffiziale del suo seguito parimente ucciso pende dalle pareti della cattedrale …” (Foto 1).

Il De Giudici precisa: “Sopra agili destrieri alcuni giovani aretini a spron battuto, e pieni di coraggio, andarono ad incontrare il nemico ad oggetto di spiarne gli andamenti e di avvertirne la città.

Incontrarono i Pollacchi verso Rigutino, sette miglia distante da Arezzo. Alcuni Uffiziali Pollacchi con pochi a cavallo precedevano il corpo della Divisione nemica di pochi passi. Furono questi attaccati dalla prima imboscata. I Giovani valorosi si avventarono con pistola e sciabola. Uno degli Uffiziali Pollacchi vi perdette la vita con qualche compagno. Egli era certo persona di alto affare.

Fatto il bel colpo i Giovani Aretini si videro addosso il forte dell’Armata nemica  e felicemente, senza alcuna offesa tornarono verso la Città a portarne l’avviso”.

Il generale Dabrowski nelle sue Memorie, accennando al tentativo di portare la Legione al Bastardo, annota: “I ribelli, accorgendosi del nostro piano, hanno deciso di disturbarci, attaccandoci con tutte le forze. Però inutilmente. Lo stesso giorno siamo arrivati nelle posizioni predestinate.

In quell’attacco morì il colonnello Chamand. Quando la notizia della morte di quell’ufficiale molto valoroso, amato da tutti – che fino ad oggi tutto il Corpo non riesce a dimenticare – è arrivata ai soldati, li ha infiammati di una tale rabbia che hanno ucciso qualche centinaio di ribelli e hanno fatto a pezzi il loro capo, strappandogli dalle mani il vessillo”.

Il prof. Pachonski, che conosce altri documenti polacchi, ricostruisce così l’avvenimento: “Il capo della I Legione, Chamand, con lo squadrone di cavalleria e il II battaglione delle legioni, procedeva avanti. Sembra che Chamand, vedendo la strada libera, si facesse avanti per orientarsi sulla posizione degli insorti assieme a quattro cavalieri … la versione del Commissario Reinhard dice che Chamand partì in veste di parlamentare, per discutere con gli insorti: tesi probabile ma poco verosimile.

Chamand fu ucciso a colpi di fucile per mano di Romanelli e data la superiorità degli avversari morirono con lui altri due suoi compagni, invece i due rimasti in vita si salvarono con la fuga. Chamand cadde da cavallo combattendo con la sciabola in mano. Romanelli, giudicando dal cappello con il gallone era convinto che si trattasse del generale stesso”.

Quindi, appare chiaro che l’uccisione del vice di Dabrowski fu un episodio fortuito, che vide protagonisti alcuni giovani aretini a cavallo, inviati in avanscoperta per “spiare” le mosse dei polacchi. Mentre si avvicinavano al Ghetto, sentirono i tamburi dell’avanguardia polacca, quindi si nascosero in una via laterale alla Strada Regia (forse, la via che portava verso la loc. Casale) e vedendo Chamand procedere a distanza dalla fanteria, solo con pochi compagni, tentarono l’agguato, riuscendo ad uccidere lui e due suoi compagni. Non ci fu nessun piano studiato a tavolino e nessun titolato “condottiero” a guidare sul campo l’azione.

Padre Arturo Buresti, nato e cresciuto in loc. Il Ghetto, mi raccontava della memoria ancora viva, quando lui era giovane, tra gli abitanti del luogo, dello scontro con i polacchi. Nel campo subito dopo le case, a levante della strada, la gente del luogo raccontava di ossa umane affioranti dopo le arature. In effetti, da ricognizioni effettuate una quindicina di anni fa, vi sono stati ritrovati numerosi frammenti di ossa craniche (parietale, occipitale, mascellare …), di arti e di altre parti scheletriche, oltre a un proiettile in piombo da fucile da guerra e un frammento dell’elsa di una sciabola. Guido Stocchi, grande esperto di armi antiche, giudicò compatibili con l’epoca dello scontro, entrambi i reperti (Foto 2).

Dopo l’episodio del Ghetto, la marcia dei polacchi verso l’Olmo, fu tutta un calvario e i legionari si trovarono sotto le innumerevoli schioppettate sparate dai popolani aretini, appostati lungo il loro percorso (Foto 3).

Arrivati nell’area del Rio Grosso di Rigutino – alla fine dell’attuale paese, verso Arezzo – i polacchi trovarono anche una barricata, difesa da molti popolani provenienti da varie zone dell’aretino. Si dovettero aprire il passo con aspri combattimenti. Dai Registri dei Morti delle parrocchie aretine, vediamo che in quello scontro, persero la vita quattro popolani di Rigutino, uno di Ottavo, uno di Policiano, uno di Santa Flora a Torrita e uno di Sant’Agata alle Terrine, oltre a un ferito di Sant’Anastasio. Due di essi erano contadini della Fattoria di Frassineto e uno della Fattoria del Collegio Serristori di Ottavo (Foto 4).

Al Rio Grosso vi furono violenti scontri, che poi sfociarono in una vergognosa rappresaglia, alla “nazista”, che coinvolse undici poveri vecchi (tra i 70 e i 92 anni!) sorpresi nelle proprie abitazioni per il solo motivo che, a causa dell’età e degli acciacchi, non erano potuti scappare via. I polacchi assalirono tutte le case di Policiano, spingendosi fin sulle pendici del Castello (Loc. Volpaia) e chi trovarono ammazzarono.

Scrisse sulla vicenda Enzo Droandi, che di stragi se ne intendeva: “si è di fronte ad una vera rappresaglia militare, oscenamente illegittima”. Ricordo quando nel maggio 1999, il prof. Zaboklicki entrò a visitare la Mostra sul “Viva Maria”, a Rigutino; a lui, che conosceva solo la versione polacca, dove si parlava di “ribelli” uccisi, nel leggere i nomi delle vittime, con accanto l’età e la modalità della morte (spesso “nel suo letto”), si inumidirono gli occhi. Questo per ricordare, ancora una volta, che è sempre meglio non accontentarsi di una sola versione dei fatti.

Un testimone ci racconta che i polacchi, “irritati parte dalla perdita del Generale, parte dalle fucilate … incominciarono a commettere i più orribili eccessi. Incendiarono case adiacenti alla strada e pagliai, roppero ziri da olio, aprirono botti da vino, e dopo averne tracannato senza misura le lasciarono aperte. Uccisero impotenti che trovarono per entro le case di dove portarono via vesti, panni, lini, vino, rame, giumenti, vaccine, ferro e tutto ciò che loro fu più a grado. Entrarono nella chiesa di S. Anastasio (Olmo) presso la Dogana dove stracciarono parati sacri, portarono via vasi sacri, malmenarono sacre immagini e reliquie e commessero enormi sacrilegi contro il SS. Sacramento dopo aver fatto lo stesso anche nella chiesa di Pieve a Quarto”. (Foto 5).

Dunque, un grosso reparto di un esercito straniero in ritirata, supportato da parecchi elementi italiani; bande di guerriglieri che – singolarmente e/o in gruppi – cercano di disturbarlo, con attacchi repentini, imboscate, cecchinaggio; il reparto che, impossibilitato a fermare gli attacchi dei “ribelli”, si abbandona a saccheggi, incendi e stragi di impotenti. Si replicherà 145 anni dopo, con tedeschi invece di polacchi, ma con ancora elementi italiani a dare manforte.

 

Abbiamo cercato di capire quante vittime ci furono negli scontri e nelle rappresaglie fra il Ghetto e l’Olmo. Dabrowski nelle sue memorie accenna all’uccisione di “qualche centinaio di ribelli”. Il Pachonski precisa che i polacchi “attaccarono gli insorti con tanto furore facendo 500 vittime”.

Le fonti aretine ci dicono che “da Cortona fino al Bastardo ne mancarono (di polacchi uccisi) circa cinque o seicento e molti ne rimasero gravemente feriti”. Un recente autore, parla di circa 1.000 polacchi morti (!). Ovviamente, sia le fonti aretine che quelle polacche hanno esagerato, attribuendo al nemico perdite 10-20 volte superiori a quelle reali. Sappiamo infatti, che i morti aretini, tra Vitiano e Olmo furono meno di 25. Dabrowski non parla delle perdite polacche, ma di sicuro non furono quelle sopra citate.

Purtroppo, nei paesi interessati dagli scontri, ancora non vi erano cimiteri pubblici e i morti venivano sepolti all’interno delle chiese o sull’antistante sagrato. Ma, i morti polacchi, che avevano profanato chiese ed Eucarestia, furono ritenuti “senza dio”, quindi non registrati dai parroci e sepolti qua e là. Cronisti contemporanei agli eventi, parlano di caduti polacchi caricati su carri e portati via dai compagni; scrivono anche di roghi in cui furono poi bruciati i cadaveri, per evitare eventuali scempi. Oltre alle ossa di alcuni morti, probabilmente polacchi, ritrovate al Ghetto, conosciamo due tombe rinvenute anni fa a Policiano, in loc. Oliveta, che per la tipologia delle tegole con cui erano stati coperti i cadaveri, devono essere assegnate all’età moderna: caduti polacchi? (Foto 6).

La sera del 14 maggio, mentre continuavano le razzie, i polacchi si accamparono al Bastardo e qui curarono i loro feriti (Foto 7).

Erano passate da poco le due della notte del 15 maggio quando Dabrowski ordinò ai suoi legionari di rimettersi in marcia verso Firenze. Sappiamo che i loro feriti “trasportati erano ne’ carri, ma fu spaventevole la quantità esorbitante di fascie e panni insanguinati che la truppa lasciò nel campo del Bastardo” (Foto 8).

Gli aretini seguirono a distanza i polacchi e ogni tanto li attaccavano. Fu così che nei pressi del bosco di Malafrasca – fra la Stazione di Laterina e Bucine – Dabrowski preparò un tranello: divise la colonna in tre sezioni e cercò di accerchiare gli aretini. Ne nacque un ennesimo scontro e almeno 3 giovani delle Bande aretine, originari di San Giustino, vi furono fatti prigionieri e, quindi, fucilati (Foto 9).

Il passaggio dei polacchi colpì profondamente i nostri antenati che, già subito dopo l’evento, lo perpetuarono in stampe, scritte e lapidi. Il ricordo poi, si è tramandato fino ai giorni nostri. Curioso il fatto, raccontatomi da mio padre e da altri testimoni, che durante l’ultima Guerra, al vedere alcuni soldati polacchi assieme agli Alleati, che avevano su una manica la scritta “POLAND”, certi contadini si allarmarono dicendo “Quelli sono cattivi, sono polacchi …”. (Foto 10, 11, 12 e 13)

L’apparente fuga dei 4.400 veterani polacchi di fronte agli improvvisati soldati aretini, creò immenso entusiasmo ad Arezzo. Gli aretini non sapevano che il Dabrowski aveva già deciso di lasciar perdere Arezzo e dirigersi a Firenze. Il fatto poi, che in tasca a Chamand, fosse ritrovata la lettera del Gaultier al Dabrowski, con i severi ordini da applicare contro Cortona e Arezzo, confermò la sensazione di aver scampato un gravissimo pericolo. Ci si chiese: come era potuto accadere? Sarà stata la Madonna del Conforto ad aiutare gli Aretini? Ma, se la Madonna era con Arezzo, chi avrebbe potuto fermare la sua marcia?

Ecco, allora, come lo stesso Commissario Reinhard si rese conto che, il passaggio della Legione polacca: fece crescere enormemente l’orgoglio dei ribelli. Le vie della conciliazione e quelle delle minacce furono volta a volta impiegate. Il vostro commissario (Reinhard, n. d. a.) con decreto del 29 floreale e il generale in capo Macdonald con due decreti del 3 pratile ordinarono a queste communi di abbassare le armi e di ricevere la guarnigione francese, sotto la minaccia di essere distrutte e rase al suolo. Queste minacce che non ebbero effetto aumentarono l’audacia degli aretini. Essi fecero delle incursioni nei comuni circostanti prelevando grani, bestiame, armi e casse pubbliche” .

Santino Gallorini

 

FOTO

1 – Stampa che raffigura l’uccisione del colonnello Chamand, al Ghetto di Vitiano.

2 – Palla di piombo ed elsa di sciabola, rinvenuti al Ghetto di Vitiano e, secondo l’esperto di armi Guido Stocchi, compatibili con lo scontro del 14 maggio 1799.

3 – Veduta aerea dell’allora Strada Regia (oggi SR 71), tra il Ghetto e Rigutino, dove avvennero i più cruenti scontri tra popolani e polacchi.

4 – Elenco dei popolani morti a Rigutino (Registro dei Morti).

5 – Ex Voto “Per Grazia Ricevuta”, offerto alla Madonna del Conforto: vi sono raffigurati due cavalleggeri polacchi che feriscono ripetutamente un contadino, a valle di Policiano (proprietà di don Natale Gabrielli).

6 – Due delle tegole che proteggevano due scheletri, in loc. Oliveta, a Policiano. Essendo di fattura post-medioevale, hanno fatto pensare a probabili sepolture di soldati polacchi.

7 – Dichiarazione del Pievano di Battifolle, dei danni che “ha dovuto soffrire” un suo parrocchiano, “dalle Truppe Pollacche”. Vi appaiono rubati, tra le altre cose, una cavalla, una mula e cacio per 46 lire (Foto di Martino Martini).

8 – Due sciabole rinvenute nella ex Villa Pontenani, a Val di Colle. Secondo Guido Stocchi, una era del Capitano Pontenani, mentre l’altra potrebbe essere di un ufficiale polacco. (Proprietà degli eredi del compianto Nanni Palleggi).

9 – I tre giovani morti a Malafrasca. (Registro dei Morti di San Giustino – Foto di Pandolfo Pandolfi).

10 – Epigrafe della cappella di Villa Cicaleta a Sant’Angelo di Cortona (anno 1800).

11 – Scritta dipinta nella chiesa di Ottavo, nel 1807.

12 – Villa Roselli a Pieve a Quarto. Sul colombaio si intravede la lapide in pietra.

13 – Lapide di Villa Roselli a Pieve a Quarto, che ricorda l’incendio appiccato dai polacchi (anno 1799).

 

 

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