5 – Castiglioni, i polacchi e una strana nebbia …
Il 14 maggio 1799 fu una giornata molto dura e importante, sia per i polacchi sia per gli aretini. Scrive il Dabrowski nelle sue Memorie: “Il 25 floreal [14 maggio] il corpo è partito all’alba, tutto il giorno non abbiamo avuto altro da fare che appoggiare in ogni istante i reparti che difendevano i nostri fianchi e che quasi senza mai smettere hanno dovuto combattere con i ribelli”.
Ci furono scaramucce alle Piagge, a Tavarnelle ed a Montecchio. Qualche ferito da ambo le parti e almeno due morti tra i polacchi.
Come abbiamo visto, da Castiglion Fiorentino erano stati inviati a Cortona i migliori combattenti e i meglio armati. Essi, però, per paura della ripresa delle azioni polacche contro la città, erano rimasti a presidiare le mura di Cortona. I dirigenti della locale insorgenza, si resero conto che tentare una difesa di Castiglioni sarebbe stato probabilmente un suicidio collettivo.
I popolani, più focosi, erano decisi a combattere. I maggiorenti, più realistici, considerato che “ad onta di aver più volte sonata la campana a foco, pochi furono i contadini che comparvero armati”, puntarono su una trattativa con i polacchi.
Nell’incertezza, i più paurosi intanto scapparono sui monti circostanti, mentre i più devoti si radunarono per pregare il Crocifisso miracoloso della Chiesa del Gesù (foto 1).
Dal paese si sentivano già i tamburi polacchi, nella strada Regia, tra Montecchio e Castiglioni, mentre il fumo degli incendi testimoniava del pericolo incombente.
Tre persone coraggiose, presero in mano la situazione e decisero di trattare con il Dabrowski; furono il conte Orlando Paglicci, Giuseppe Ghizzi (nonno ed omonimo dello storico castiglionese) e Fiorenzo Gnagnoni.
I tre castiglionesi, accompagnati da un mercante di madonne di gesso e coroncine, originario di Barga e che per motivi di lavoro viaggiava spesso nella zona di Nizza, conoscendo così un po’ di francese, si incontrarono con il generale polacco alla Tavola di Sasso, nei pressi della Fornace (poco a nord dell’odierno Ponte della Nave, in via Adua).
Non ebbero difficoltà a convincere Dabrowski ad accettare la loro proposta: la Legione avrebbe percorso la nuova strada che passava in basso, a ovest del paese, reinnestandosi sulla strada per Arezzo alla Chiesa del Rivaio (attuale via Piave); i castiglionesi avrebbero portato alla chiesa del Rivaio vettovaglie, viveri e bevande per i soldati polacchi. Da certi documenti, risalenti al successivo giugno, al momento dell’ingresso delle truppe aretine in Castiglioni, vediamo che nei libri contabili del Camarlengo Comunitativo, c’erano degli elementi che facevano ipotizzare la mancanza di forti somme (già allora, a Castiglioni c’era un “buco” sul bilancio …). Probabilmente, fu pagata al Dabrowski anche una specie di indennità, per salvaguardare il territorio castiglionese, dove in effetti, non ci furono case bruciate e morti ammazzati.
Mentre i 4.400 polacchi e i loro alleati, sfilavano in basso, il generale Dabrowski ed i suoi più alti ufficiali entrarono in paese da Porta Romana, assieme ai tre castiglionesi. Poi, si recarono nel palazzo comunale. In omaggio agli ufficiali, alleati della Francia, furono liberati i pochi giacobini che erano nel carcere di Castiglioni.
Dalle Memorie del generale polacco veniamo a sapere anche un’altra vicenda, inimmaginata. I Castiglionesi, che avevano partecipato ad incontri con i dirigenti di Arezzo, al fine di coordinare la comune difesa dai polacchi, svelarono a Dabrowski il piano degli aretini. Gli raccontarono che i comandanti militari aretini, avevano preparato una forte linea di difesa nella gola dell’Olmo, dove aspettavano in forze i polacchi, armati anche di cannoni. Insomma, un bel doppiogioco, che valse a Castiglioni anche un elogio in un pessimo francese:
Liberté Egalité
Castiglione Fiorentino, le 25 Floréal an. 7°
Le Général de Division Dabrowski, Commandant le Corps Polonais en Italie, rend témoignage que la Commune de cet Endrois s’est comportée a son Passage de la maniere la plus amicale, et respondant au sistème d’une vraie et juste tranquillité.
Dabrowski
(foto 2)
Di questo elogio ne furono di sicuro a conoscenza, come mostrano alcune lettere tutt’oggi conservate negli archivi, sia il comandante francese di Cortona, che lo stesso generale Gaultier.
I Castiglionesi, presero due piccioni con una fava: salvarono il paese “dal saccheggio e dalla morte” e si procurarono un salvacondotto che sarebbe tornato utile l’anno successivo, quando ricomparirono i Francesi. Inoltre, partiti i polacchi, i dirigenti castiglionesi salvarono quattro loro sbandati e un disertore della Repubblica Romana, da fucilazione sommaria, rinchiudendoli nelle locali carceri; nei giorni successivi, li spedirono sotto scorta al comandante francese di Cortona (Guillot), ottenendo elogi da lui e anche dal generale Gaultier, da Firenze (foto 3, 4 e 5). Anni fa, durante alcuni lavori, per installare una cella telefonica nella base della Torre del Cassero, un tempo prigione comunale, in una fessura dell’intonaco fu trovato un filo di ferro, ripiegato a formare il nome JOZEF: Giuseppe in polacco. Uno dei quattro prigionieri del 1799?
Comunque, per cautelarsi e per dare fumo (anzi, nebbia) negli occhi degli aretini, i castiglionesi gridarono “al miracolo”, raccontando di una fittissima nebbia, fatta calare dal Crocifisso della Chiesa del Gesù, che avrebbe avvolto il paese, tanto da nasconderlo alla vista dei polacchi, i quali, ignari dell’esistenza di Castiglioni (!), se ne sarebbero passati in basso, verso Arezzo, senza colpo ferire (foto 6).
Gli aretini saranno stati anche creduloni, ma non fino a quel punto e, come abbiamo detto, spulciarono ben bene le carte comunali, mettendo al fresco i presunti “trappoloni” (bei tempi!).
Ecco quanto scritto nelle sue memorie, dal Dabrowski:
“Kastiglione Fiorentino, paese fra le colline e circondato da mura, costretti ad aprire i portoni, dal momento in cui abbiamo cacciato i ribelli dalle loro posizioni circostanti ed abbiamo iniziato i preparativi per attaccare con forza la città. Passando da quella città siamo venuti a conoscenza che soldati sconfitti avevano preso posizione ad Arezzo, con alcuni cannoni, e ci impedivano il passaggio”.
Dunque, Dabrowski viene a conoscenza dei piani degli aretini e si rende conto che tentare di prendere Arezzo con la forza e senza cannoni, metterebbe a repentaglio la vita di molti suoi soldati. Probabilmente i castiglionesi, senza volerlo, salvarono molti polacchi e altrettanti aretini dalla morte. Infatti, per non far correre inutili pericoli ai suoi, il generale polacco decise di ingannare gli aretini e sganciarsi per andare direttamente verso Firenze.
Questi furono i piani del Dabrowski che, come Giulio Cesare, scriveva in terza persona: “ha dato ordine al colonnello Chamand di andare avanti con il II battaglione di fanteria e uno squadrone di cavalleria, per tenerli in scacco, e nel frattempo il Generale con il Corpo è andato a sinistra per prendere posizione sotto il Bastardo, fra Firenze e Arezzo”.
Quindi, il generale polacco pensò di mandare un’avanguardia, al comando di Chamand, verso Arezzo, per far credere agli aretini che le sue intenzioni fossero quelle di attaccare la città; intanto lui avrebbe fatto deviare il grosso della legione da Pieve a Quarto verso San Zeno ed il Bastardo (San Giuliano) per poi prendere la via Fiorentina e raggiungere Firenze.
Questo, invece, era il piano dei comandanti aretini: “il Comando Militare vide che la posizione del luogo da Vitiano ad Arezzo non poteva essere più opportuna per un’imboscata.
La strada per la quale dovea passare il nemico era dominata dal monte vicino rivestito di selve, di alberi, di vigne e di grani. Vi si potea ben nascondere gente armata priva di tattica, ma ben avvezza a tirare di mira. Furono pertanto mandati a quella volta il Comandante Brozzi con i più risoluti. Fu anche disposto di lasciar inoltrare il nemico nella gola tortuosa dell’Olmo 3 miglia distante dalla Città, ove la strada per lungo tratto è serrata e dominata da monti a destra e a sinistra tutti ben rivestiti. Qui si gli dovea far fuoco alle spalle ed ai fianchi. Tutte queste disposizioni furono messe in esecuzione con tutta prontezza” .
La mattina del 14 maggio 1799, centinaia di contadini armati attendevano fin dall’alba i polacchi, lungo la strada da Vitiano all’Olmo, nascosti dietro le siepi, fra i grani, dietro i muretti, sotto i ponti e in altri ripari, pronti a fare fuoco e a indietreggiare immediatamente, per ricaricare lo schioppo ad avancarica.
I Polacchi, ripartiti da Castiglioni, proseguivano per la strada Regia, in ordine di marcia, preceduti dai tamburi che ne marcavano il passo.
Santino Gallorini
FOTO:
1 – La Chiesa del Gesù di Castiglion Fiorentino
2 – L’attestato rilasciato dal Dabrowski ai castiglionesi, ben conosciuto anche dal comandante francese di Cortona (Guillot) e dal Gen. Gaultier (copia di G. Ghizzi)
3 – Nota delle “robe” ritrovate in dosso “ai cinque ritenuti Pollacchi”, inviati da Castiglioni a Cortona
4 – Il Presidente del Buongoverno, Rivani, comunica al Vicario di Castiglioni che il generale Gaultier, ha stabilito che “la condotta di codesta Comune merita dei riguardi”, pertanto non subirà “veruna esecuzione Militare”.
5 – Il comandante della Piazza di Cortona, Guillot, scrive al Vicario di Castiglioni dicendogli che “il Perdono è già stato accordato” e invitandolo a mandare a Cortona “i cinque prigionieri Pollacchi, e Romani, che si ritrovano costì detenuti”.
6 – La lapide, sulla Chiesa del Gesù, che ricorda l’innocuo transito dei polacchi da Castiglioni
7 – Cartina con l’itinerario percorso dalla legione Polacca, il 13-14 maggio 1799, con i luoghi degli scontri armati:
1 – Terontola Alta
2 – Campaccio
3 – Cortona
4 – Fonte del Mazza – Montecchio
5 – Il Ghetto di Vitiano
6 – Rio Grosso di Rigutino
7 – Il Bastardo (San Giuliano)
Le + indicano le località dove sono documentati morti tra i popolani.



