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6 maggio 1799 – I popolani aretini insorgono al grido “Viva Maria”.
Arezzo, mattina del 6 maggio 1799. Alcuni minuti prima delle ore 8, nella parte alta dell’attuale Corso Italia, vicino a Piazza Grande, la gente che già aveva dato inizio alle sue attività artigianali e commerciali, unita a coloro che erano venuti in città per acquisti o per vendere animali da cortile e prodotti agricoli, nel discutere dell’attualità – fatta, come sappiamo, di diffuse rivolte antifrancesi nei paesi circostanti – iniziò ad eccitarsi, a levare clamori, a strapparsi la coccarda tricolore dai cappelli, a gridare: “Viva Maria”, “Viva l’Imperatore” e “Viva Ferdinando”.
Come ben sappiamo, l’essere in tanti a condividere uno stato d’animo, favorisce l’eccitazione, specialmente nei soggetti meno riflessivi. Fatto è che, un tal Peruzzi di Fontiano – “scemo di mente” o “demente” lo definiscono le cronache coeve – esaltato da tutti quei clamori e da quelle intemperanze antifrancesi, si mise a gridare “chi mi dà una scure per abbattere l’albero?”.
Fu come gettare benzina sul fuoco. A tutti i presenti, si manifestò chiaramente il primo obiettivo dove sfogare la loro rabbia repressa. Infatti, a pochi passi, in Piazza Grande, c’era l’Albero della Libertà, simbolo dell’odiato occupante straniero. Tutti corsero in Piazza e tra urla e imprecazioni, si accanirono sull’Albero.
Poco dopo l’inizio delle agitazioni (verso le ore 8), arrivò da Porta S. Spirito, nell’attuale Corso Italia, una “vuota e miserabile” carrozza trainata da “due scarni ronzoni”, con nel sedile anteriore un vecchio e accanto una vecchia che agitava una bandiera austriaca. La carrozza risalì il Corso, “seguita da un tale armato d’archibuso e da un altro di forcone di ferro da scuderia”; svoltò a sinistra per il canto de’ Bacci verso la Piaggia di S. Piero (via Cesalpino), imboccò via degli Albergotti e si diresse per l’attuale via Vasari verso Piazza Grande, fermandosi di fronte al primo arco delle Logge Vasari.
Evidentemente, lo scopo della messinscena era quello di richiamare l’attenzione popolare sulla bandiera imperiale, per far credere che gli austriaci fossero già entrati in Toscana. Anche in altri centri (Montevarchi, Terranuova, San Giovanni …), era bastato far sventolare una bandiera imperiale, per incendiare gli animi e far scoppiare rivolte antifrancesi. Ma ad Arezzo, non ci fu bisogno di quell’incitamento, che arrivò a tumulto già iniziato.
Si è spesso discusso sul luogo di provenienza della carrozza – definita da certuni, pomposamente, quadriga – ipotizzando la Fattoria granducale di Frassineto, ma al momento non ci sono certezze, mentre sappiamo che l’Agente di quella Fattoria, Giuliano Mannucci, da documenti della Presidenza del Buongoverno, a più di un mese dall’insorgenza aretina, il 10 giugno, risultava ancora fedele al nuovo corso francese. Così come la versione, che vuole i popolani aretini aver identificato nei due vecchi San Donato e la Madonna del Conforto, traendone impulso per l’insorgenza, non la troviamo mai nelle cronache coeve e nelle ricostruzioni più autorevoli degli eventi del 6 maggio.
Abbiamo lasciato i popolani aretini in Piazza Grande. Dopo aver abbattuto a colpi di scure l’Albero, si stavano impegnando nell’erigere una croce al suo posto, quando “comparvero 200 contadini armati di fucili, picche, falcioni ecc., con alla testa un Rossi delle Poggiola”, che entrati in Città si recarono verso la Pieve e Piazza Grande, accrescendo il numero degli esagitati.
Tutto quel chiasso, quelle grida, quegli schiamazzi, richiamarono l’attenzione di due ussari che erano di guardia al Palazzo Vescovile, sede del Comando Francese.
I due militari, salirono sulla Torre del Comune per capire da dove provenissero le urla. Una volta individuata la zona, ridiscesero, montarono a cavallo e si diressero in Piazza Grande, caricando la folla con la sciabola e sparando con le pistole, nel tentativo di disperdere i tumultuanti.
In realtà, ottennero l’effetto opposto. Infatti, alcuni popolani risposero al fuoco dando vita ad una breve, ma intensa sparatoria con alcuni feriti e qualche morto.
Vista l’impossibilità di riportare l’ordine e la calma, gli ussari scapparono verso il Vescovado, inseguiti dai popolani, ormai furiosi alla vista dei colpiti dal fuoco francese.
Di fronte al Palazzo Vescovile ci fu un’altra sparatoria, con qualche morto sia fra i francesi che fra i popolani aretini. Dai documenti, il 6 maggio risultano morti due soldati francesi e tre popolani, dei quali uno di Chiani e due di Battifolle.
Visto che continuava ad arrivare gente e considerando le esigue forze a disposizione, il capitano Lavergne ordinò di rientrare nel Palazzo. Quindi, i francesi si diedero alla fuga attraverso gli orti del vescovo e quindi per via Madonna Laura, uscendo poi per Porta S. Clemente.
I transalpini, guidati dal capitano Trolli, proseguirono lungo l’Arno verso Firenze, facendo una sosta a Montevarchi, dove erano rientrati i disordini antifrancesi del giorno precedente, furono accolti fraternamente e curati i feriti. Il giornale filo francese di Firenze (Il Monitore Fiorentino) segnalò il solidale comportamento di Sandrina Mari, che ancora, evidentemente, non si era convertita alle ragioni dell’insorgenza: “La bella Cittadina Mari gli fornì delle fasce e delle fila occorrenti”. Purtroppo, uno dei soldati francesi feriti in Arezzo morì e fu sepolto in Montevarchi.
Arezzo era ormai libera dai francesi e i pochi giacobini o si diedero alla fuga o si rinchiusero nelle proprie abitazioni.
Appena si diffuse la notizia della partenza precipitosa dei soldati francesi, la città fu travolta da un’ondata di euforia, ma anche da una confusione ed una pericolosa anarchia. Ci fu anche chi si diede a cercare presunti giacobini ed ebrei, per portarli nelle carceri. Furono arrestati circa 35 presunti giacobini (tra cui sette donne e un prete) e una quindicina di ebrei, ritenuti filo-francesi, a prescindere. Un testimone annotò che fu una “giornata di vera costernazione, convenendo girare in mezzo a fucili, sciabole, pistole, stili …” .
Per evitare il peggio, il medesimo giorno le persone più influenti della città, cercarono di ripristinare una qualche forma di governo locale, ma costatata l’assenza di molti dei membri della Magistratura comunale (perché fuggiti, ammalati o in prigione), si cercarono altre soluzioni.
Alla fine, fu deciso di affidare il governo della città ad esponenti dell’aristocrazia ed a personaggi stimati e rispettati dal popolo, che andò a prelevarli presso le proprie case “a bandiere spiegate”.
Fu così formata la Deputazione del Governo Provvisorio della Città di Arezzo per S. A. R. Ferdinando III, (Suprema Deputazione) suddivisa in un Governo Civile ed in un Governo Militare.
Governo Civile.
Deputati Effettivi: cav., priore, barone Carlo Albergotti, cav. Tommaso Guazzesi, dott. Francesco Fabbroni, dott. Niccolò Brillandi (giureconsulto), capitano Luigi Lorenzo Romanelli
Deputati Onorari: cav. Angelo Lippi, dott. Francesco Vivarelli-Fabbri, Girolamo Perelli, Anton Francesco Ruscelli, Vincenzo Paolucci, Francesco Pierazzi.
Segretario generale: Benedetto Mancinotti, monaco benedettino-cassinese.
Segretario Attuale: Stanislao Fini.
Governo Militare: cav. Angelo Guillichini (Comandante in capo), cav. marchese Giovan Battista Albergotti (Maggiore della Piazza), capitano Giuseppe Herry, conte Giovan Battista Brozzi (Maggiore), Giuliano Girolamo Montelucci (Maggiore).
Il Guillichini era Capitano di Vascello del Granduca, Giovan Battista Albergotti aveva prestato servizio quale ufficiale nella Marina di Malta.
Fin dal medesimo 6 maggio, la Suprema Deputazione si impegnò per formare un “armamento locale troppo necessario per la difesa della Città”. Furono così invitati gli aretini a “darsi in nota” per costituire un corpo di almeno 200 armati “per vigilare alla comune e privata sicurezza” ed aiutare così, “quelli che si affaticano per il ritorno della pubblica quiete”.
L’intento della Suprema Deputazione era quello di contenere i disordini, più che prepararsi a combattere i francesi, con i quali ipotizzava di dover concordare un onorevole rientro incruento e senza rappresaglie per la città.
Quella dell’immediata creazione di una “truppa” armata fu un’esigenza comune anche ad altri centri insorti in quei giorni contro i francesi, come Cortona, Castiglioni, Foiano e Monte San Savino. Il motivo sempre il medesimo: frenare eccessi, violenze, “carcerazioni a capriccio”, saccheggi ed altri atti proditorii. Ovviamente, si nascose al popolo la verità, spiegandogli che questa truppa serviva per difendere i centri abitati dal possibile ritorno dei francesi.
Per informare la popolazione e farle conoscere le disposizioni della Suprema Deputazione, furono stampati ed affissi in Arezzo molti proclami ed avvisi. Queste stampe portavano quasi sempre l’intestazione “Religione – Lealtà – Costanza”, che si contrapponevano al “Libertà – Uguaglianza” dei bandi francesi.
Fin dai primi giorni dell’insorgenza, la Suprema Deputazione, con intelligenza e prudenza cercò di tenere calme le teste più calde e allo stesso tempo ricercò contatti “sotterranei” e discreti con il governo francese di Firenze, al fine di riportare Arezzo all’obbedienza senza far subire alla città gravi rappresaglie militari e/o economiche.
Se da un lato essa continuava ad arruolare uomini per formare un corpo militare, operava lavori di fortificazione della città e si procurava armi e munizioni, da un altro spediva emissari a Firenze e cercava la mediazione di alte personalità, come il Vescovo di Sansepolcro, Costaguti, tenuto in buona considerazione dal governo francese e successivamente accusato di “giacobinismo” dai suoi fedeli più oltranzisti.
Santino Gallorini



