«Eviva Maria intorno all’albero della libertà» (1)

 

1 – L’occupazione francese

Il Viva Maria di Arezzo fu una delle tante insurrezioni o “insorgenze” antifrancesi, che caratterizzarono i molteplici territori europei, occupati dalle armate rivoluzionarie prima e napoleoniche successivamente. Infatti, mano a mano che l’espansionismo francese, raggiungeva nuovi paesi, immancabilmente dopo qualche tempo, scoppiavano rivolte popolari, che inevitabilmente venivano represse nel sangue, alimentando una spirale di odi e rancori difficile da sopire. Ma, ad Arezzo, rispetto ad altre realtà, l’insorgenza ebbe successo e questo si deve ad un “garbuglio”, come lo ha chiamato il compianto prof. Roberto Salvadori, nella sua Prefazione a un mio libro: “… Emerge così che quel garbuglio deriva dal concorso di vari fattori. Il dramma del “Viva Maria” aretino, infatti, vede sulla scena molti attori, molti protagonisti: da un lato i contadini, la nobiltà locale, il legittimo governo granducale, il Senato fiorentino, il clero, gli eserciti messi in campo dall’Austria e dalla Russia contro le armate napoleoniche; dall’altro i francesi, i giacobini (o patrioti) italiani, a cui si possono aggiungere gli ebrei portati naturalmente a simpatizzare con la Francia rivoluzionaria che li ha proclamati cittadini come tutti gli altri”. Vediamo i vari aspetti del “Viva Maria”, cercando di portare ancora un po’ di luce in quell’avvenimento del quale, lo stesso Salvadori ha scritto: “Nell’età moderna è l’unico esempio di protagonismo di Arezzo, città in precedenza (e anche in seguito) dimenticata e perfino umiliata”.

 

Già alcuni anni prima dell’arrivo dei francesi, in Arezzo e nei paesi ad essa vicini, vi erano state alcune sommosse, legate ai forti rincari dei prezzi dei generi alimentari, in particolare del pane. Infatti, sia nel 1790, che nel 1792 e nel 1795, tumulti annonari avevano portato anche all’assalto di forni e negozi alimentari. Veniva attribuita la responsabilità di tali aumenti, ai provvedimenti di libero mercato, adottati dal Granduca Pietro Leopoldo e dai suoi ministri. E giacché ormai a Firenze c’era il figlio di Pietro Leopoldo – asceso al trono imperiale di Vienna nel ’90 e morto precocemente nel ’92 – il Granduca Ferdinando III, si cercava di spingerlo a revocare i provvedimenti paterni, non solo quelli economici, ma anche le riforme che avevano caratterizzato la sfera religiosa.

Dal 1796, poi, con il Miracolo della Madonna del Conforto, il territorio aretino e quello circostante, furono percorsi da un grande fermento religioso, che come un ciclone investì la religiosità di tutti gli abitanti. Questo rinnovato e rinverdito sentimento religioso contribuì di certo, in seguito, a far giudicare ancor più negativamente le tante azioni, perpetrate contro i vari aspetti religiosi, dagli occupanti transalpini e dai loro sostenitori locali, chiamati “Giacobini” o “Patriotti”.

Ben prima del loro arrivo nella Toscana e ad Arezzo, le truppe rivoluzionarie francesi avevano sparso molta diffidenza, scetticismo e avversione, nelle nostre popolazioni. Se fin dal 1796, con la temporanea occupazione del porto di Livorno da parte del generale Bonaparte – occupazione terminata l’anno dopo, dietro il pagamento di un milione di lire da parte del Granducato – le simpatie filo francesi erano crollate al minimo, l’occupazione del limitrofo Stato della Chiesa fece il resto.

Infatti, le notizie, portate dai mercanti e dai profughi umbri, delle feroci rappresaglie, operate dai soldati francesi a seguito delle altrettanto feroci ribellioni antifrancesi, avvenute nell’aprile 1798 a Città di Castello, a Castel Rigone ed a Magione, portarono a un vero terrore verso i transalpini, ormai alle porte dello stesso Granducato di Toscana.

Poco tempo dopo, gli aretini videro transitare per il loro territorio lunghi convogli di carri, carichi fino all’inverosimile di ex voto in argento e di altri oggetti e suppellettili religiose – trafugate nelle chiese umbre e laziali e dirette verso Parigi. Questo, ovviamente, fece aumentare la loro diffidenza nei confronti della stessa Francia che incominciarono a ritenere priva di pietà religiosa.

In questo contesto, si arrivò all’invasione della Toscana. Un’invasione illegittima dal punto di vista del Diritto internazionale, visto che il Granduca aveva in più occasioni manifestato la propria neutralità nei confronti della guerra, già in atto fra le varie potenze europee. La medesima Francia aveva riconosciuto ufficialmente lo status neutrale del Granducato, ma questo non bastò a evitare l’occupazione militare. Infatti, il 24 marzo 1799, le truppe francesi passarono il confine della Toscana di nord-ovest e si diressero verso la capitale.

Il 25 marzo, il Generale Paul-Louis Gaultier entrò in Firenze e il 27 il Granduca Ferdinando III partì per Vienna, portandosi dietro solo le cose personali e invitando i Toscani ad obbedire ai nuovi governanti.

Negli altri stati italiani, in precedenza occupati, la Francia aveva instaurato delle repubbliche “sorelle”, ma ormai la spinta rivoluzionaria si stava affievolendo e le nuove occupazioni non avvenivano per “liberare” le altre Nazioni, ma per aumentare il bacino da cui trarre sostentamento per la Grande Armée. Considerando anche le poco positive esperienze delle repubbliche Cisalpina, Romana e Partenopea, nella Toscana si preferì insediare un governo provvisorio con a capo un Commissario Governativo, Charles-Frédéric Reinhard, per le competenze amministrative e giudiziarie ed il Generale Gaultier per le questioni militari.

Anche per quanto riguarda il settore legislativo, gran parte delle leggi granducali fu lasciata in vigore, così come molti degli alti funzionari granducali, furono mantenuti al loro posto, salvo il Direttore delle Poste ed il Presidente del Buongoverno (Capo della Polizia).

Tra i pochi cambiamenti effettuati dal nuovo governo, il più importante fu la creazione di 11 Municipalità e l’istituzione di una Guardia Nazionale. Arezzo divenne dunque sede di una Municipalità.

Arezzo fu occupata il 6 aprile 1799. In mattinata arrivarono pochi soldati francesi: otto ussari al comando del Capitano Joseph Lavergne e di un altro ufficiale della Repubblica Cisalpina, il Capitano Trolli. La maggior parte degli aretini non fece alcun festeggiamento ai nuovi arrivati, che trovarono un clima alquanto freddo. I giorni seguenti arrivarono altri soldati.

I francesi occuparono il Palazzo vescovile ed il Seminario dove installarono, rispettivamente, il comando e gli alloggi per i soldati.

Il 14 aprile si tenne in Piazza Grande la solenne cerimonia per l’innalzamento dell’Albero della Libertà, ma anche in questo caso, oltre agli scarsi giacobini aretini, intervennero poche persone, in particolare alcuni “miserabili” a cui era stata promessa l’elemosina di un soldo alla fine della cerimonia. Lo stesso giorno un Commissario francese, venuto da Firenze per insediare la nuova Municipalità, se ne tornava via con 7.000 scudi prelevati dalle esauste casse comunali aretine.

Il 18 aprile la Municipalità aretina emanò un bando per costituire la Guardia Nazionale, ma nonostante le direttive fiorentine, che prevedevano l’adesione volontaria, ad Arezzo si obbligarono a prestare servizio tutti i “cittadini” maschi, fra i 20 ed i 60 anni, di qualsiasi ceto e condizione. Questa misura contribuì molto ad esacerbare gli animi degli aretini, anche perché si arrivò a far marciare spalla a spalla il contadino e il proprietario terriero, il povero e il ricco, l’ebreo e il sacerdote cattolico. E per la mentalità dell’epoca, si trattò d’inutili provocazioni, imposte dai giacobini locali.

Verso la fine di aprile, iniziarono a peggiorare vistosamente le condizioni economiche dell’intero territorio aretino, con penuria di grano e conseguente aumento del prezzo. Ovviamente, ne furono ritenuti responsabili i nuovi governanti e i loro sostenitori. Intanto, le continue offese (vere o presunte, poco importa) dei giacobini verso la religione, i sacerdoti e i credenti facevano salire l’ostilità del popolo nei confronti del mutato governo.

A nulla valsero i tentativi, fatti dalla Municipalità aretina, anche su direttive fiorentine – in particolare del Presidente del Buongoverno –  volti a migliorare le condizioni economiche dei più poveri, cercando di stimolare “i facoltosi, i mercanti ed altri” a immettere sul mercato cereali e altre mercanzie.

In questo contesto, di per sé esplosivo, iniziarono ad arrivare le notizie delle ripetute sconfitte inflitte ai francesi dalle Armate Austro-Russe nell’Italia del Nord.

I primi giorni di maggio iniziarono molti tumulti e vere insorgenze antifrancesi in molti paesi e città della Toscana.

Il 5 maggio vi furono tumulti a S. Giovanni Valdarno, Montevarchi, Civitella, Lucignano e Castiglion Fiorentino. L’obiettivo delle folle tumultuanti fu quasi sempre l’albero della Libertà, simbolo dell’occupazione francese. Il giorno dopo – 6 maggio 1799 –  insorsero contro i francesi le popolazioni di Monte San Savino, Foiano, Cortona, Poppi, Sansepolcro, Montepulciano e Arezzo.

 

 

 

2 – Il 6 maggio 1799 – I popolani aretini insorgono al grido “Viva Maria”.

 

Arezzo, mattina del 6 maggio 1799. Alcuni minuti prima delle ore 8, nella parte alta dell’attuale Corso Italia, vicino a Piazza Grande, la gente che già aveva dato inizio alle sue attività artigianali e commerciali, unita a coloro che erano venuti in città per acquisti o per vendere animali da cortile e prodotti agricoli, nel discutere dell’attualità – fatta, come sappiamo, di diffuse rivolte antifrancesi nei paesi circostanti – iniziò ad eccitarsi, a levare clamori, a strapparsi la coccarda tricolore dai cappelli, a gridare: “Viva Maria”, “Viva l’Imperatore” e “Viva Ferdinando”.

Come ben sappiamo, l’essere in tanti a condividere uno stato d’animo, favorisce l’eccitazione, specialmente nei soggetti meno riflessivi. Fatto è che, un tal Peruzzi di Fontiano – “scemo di mente” o “demente” lo definiscono le cronache coeve – esaltato da tutti quei clamori e da quelle intemperanze antifrancesi, si mise a gridare “chi mi dà una scure per abbattere l’albero?”.

Fu come gettare benzina sul fuoco. A tutti i presenti, si manifestò chiaramente il primo obiettivo dove sfogare la loro rabbia repressa. Infatti, a pochi passi, in Piazza Grande, c’era l’Albero della Libertà, simbolo dell’odiato occupante straniero. Tutti corsero in Piazza e tra urla e imprecazioni, si accanirono sull’Albero.

Poco dopo l’inizio delle agitazioni (verso le ore 8), arrivò da Porta S. Spirito, nell’attuale Corso Italia, una “vuota e miserabile” carrozza trainata da “due scarni ronzoni”, con nel sedile anteriore un vecchio e accanto una vecchia che agitava una bandiera austriaca. La carrozza risalì il Corso, “seguita da un tale armato d’archibuso e da un altro di forcone di ferro da scuderia”; svoltò a sinistra per il canto de’ Bacci verso la Piaggia di S. Piero (via Cesalpino), imboccò via degli Albergotti e si diresse per l’attuale via Vasari verso Piazza Grande, fermandosi di fronte al primo arco delle Logge Vasari.

Evidentemente, lo scopo della messinscena era quello di richiamare l’attenzione popolare sulla bandiera imperiale, per far credere che gli austriaci fossero già entrati in Toscana. Anche in altri centri (Montevarchi, Terranuova, San Giovanni …), era bastato far sventolare una bandiera imperiale, per incendiare gli animi e far scoppiare rivolte antifrancesi. Ma ad Arezzo, non ci fu bisogno di quell’incitamento, che arrivò a tumulto già iniziato.

Si è spesso discusso sul luogo di provenienza della carrozza – definita da certuni, pomposamente, quadriga – ipotizzando la Fattoria granducale di Frassineto, ma al momento non ci sono certezze, mentre sappiamo che l’Agente di quella Fattoria, Giuliano Mannucci, da documenti della Presidenza del Buongoverno, a più di un mese dall’insorgenza aretina, il 10 giugno, risultava ancora fedele al nuovo corso francese. Così come la versione, che vuole i popolani aretini aver identificato nei due vecchi San Donato e la Madonna del Conforto, traendone impulso per l’insorgenza, non la troviamo mai nelle cronache coeve e nelle ricostruzioni più autorevoli degli eventi del 6 maggio.

Abbiamo lasciato i popolani aretini in Piazza Grande. Dopo aver abbattuto a colpi di scure l’Albero, si stavano impegnando nell’erigere una croce al suo posto, quando “comparvero 200 contadini armati di fucili, picche, falcioni ecc., con alla testa un Rossi delle Poggiola”, che entrati in Città si recarono verso la Pieve e Piazza Grande, accrescendo il numero degli esagitati.

Tutto quel chiasso, quelle grida, quegli schiamazzi, richiamarono l’attenzione di due ussari che erano di guardia al Palazzo Vescovile, sede del Comando Francese.

I due militari, salirono sulla Torre del Comune per capire da dove provenissero le urla. Una volta individuata la zona, ridiscesero, montarono a cavallo e si diressero in Piazza Grande, caricando la folla con la sciabola e sparando con le pistole, nel tentativo di disperdere i tumultuanti.

In realtà, ottennero l’effetto opposto. Infatti, alcuni popolani risposero al fuoco dando vita ad una breve, ma intensa sparatoria con alcuni feriti e qualche morto.

Vista l’impossibilità di riportare l’ordine e la calma, gli ussari scapparono verso il Vescovado, inseguiti dai popolani, ormai furiosi alla vista dei colpiti dal fuoco francese.

Di fronte al Palazzo Vescovile ci fu un’altra sparatoria, con qualche morto sia fra i francesi che fra i popolani aretini. Dai documenti, il 6 maggio risultano morti due soldati francesi e tre popolani, dei quali uno di Chiani e due di Battifolle.

Visto che continuava ad arrivare gente e considerando le esigue forze a disposizione, il capitano Lavergne ordinò di rientrare nel Palazzo. Quindi, i francesi si diedero alla fuga attraverso gli orti del vescovo e quindi per via Madonna Laura, uscendo poi per Porta S. Clemente.

I transalpini, guidati dal capitano Trolli, proseguirono lungo l’Arno verso Firenze, facendo una sosta a Montevarchi, dove erano rientrati i disordini antifrancesi del giorno precedente, furono accolti fraternamente e curati i feriti. Il giornale filo francese di Firenze (Il Monitore Fiorentino) segnalò il solidale comportamento di Sandrina Mari, che ancora, evidentemente, non si era convertita alle ragioni dell’insorgenza: “La bella Cittadina Mari gli fornì delle fasce e delle fila occorrenti”. Purtroppo, uno dei soldati francesi feriti in Arezzo morì e fu sepolto in Montevarchi.

 

Arezzo era ormai libera dai francesi e i pochi giacobini o si diedero alla fuga o si rinchiusero nelle proprie abitazioni.

Appena si diffuse la notizia della partenza precipitosa dei soldati francesi, la città fu travolta da un’ondata di euforia, ma anche da una confusione ed una pericolosa anarchia. Ci fu anche chi si diede a cercare presunti giacobini ed ebrei, per portarli nelle carceri. Furono arrestati circa 35 presunti giacobini (tra cui sette donne e un prete) e una quindicina di ebrei, ritenuti filo-francesi, a prescindere. Un testimone annotò che fu una “giornata di vera costernazione, convenendo girare in mezzo a fucili, sciabole, pistole, stili …” .

Per evitare il peggio, il medesimo giorno le persone più influenti della città, cercarono di ripristinare una qualche forma di governo locale, ma costatata l’assenza di molti dei membri della Magistratura comunale (perché fuggiti, ammalati o in prigione), si cercarono altre soluzioni.

Alla fine, fu deciso di affidare il governo della città ad esponenti dell’aristocrazia ed a personaggi stimati e rispettati dal popolo, che andò a prelevarli presso le proprie case “a bandiere spiegate”.

Fu così formata la Deputazione del Governo Provvisorio della Città di Arezzo per S. A. R. Ferdinando III, (Suprema Deputazione) suddivisa in un Governo Civile ed in un Governo Militare.

Governo Civile.

Deputati Effettivi: cav., priore, barone Carlo Albergotti, cav. Tommaso Guazzesi, dott. Francesco Fabbroni, dott. Niccolò Brillandi (giureconsulto), capitano Luigi Lorenzo Romanelli

Deputati Onorari: cav. Angelo Lippi, dott. Francesco Vivarelli-Fabbri, Girolamo Perelli, Anton Francesco Ruscelli, Vincenzo Paolucci, Francesco Pierazzi.

Segretario generale: Benedetto Mancinotti, monaco benedettino-cassinese.

Segretario Attuale: Stanislao Fini.

Governo Militare: cav. Angelo Guillichini (Comandante in capo), cav. marchese Giovan Battista Albergotti (Maggiore della Piazza), capitano Giuseppe Herry, conte Giovan Battista Brozzi (Maggiore), Giuliano Girolamo Montelucci (Maggiore).

Il Guillichini era Capitano di Vascello del Granduca, Giovan Battista Albergotti aveva prestato servizio quale ufficiale nella Marina di Malta.

Fin dal medesimo 6 maggio, la Suprema Deputazione si impegnò per formare un “armamento locale troppo necessario per la difesa della Città”. Furono così invitati gli aretini a “darsi in nota” per costituire un corpo di almeno 200 armati “per vigilare alla comune e privata sicurezza” ed aiutare così, “quelli che si affaticano per il ritorno della pubblica quiete”.

L’intento della Suprema Deputazione era quello di contenere i disordini, più che prepararsi a combattere i francesi, con i quali ipotizzava di dover concordare un onorevole rientro incruento e senza rappresaglie per la città.

Quella dell’immediata creazione di una “truppa” armata fu un’esigenza comune anche ad altri centri insorti in quei giorni contro i francesi, come Cortona, Castiglioni, Foiano e Monte San Savino. Il motivo sempre il medesimo: frenare eccessi, violenze, “carcerazioni a capriccio”, saccheggi ed altri atti proditorii. Ovviamente, si nascose al popolo la verità, spiegandogli che questa truppa serviva per difendere i centri abitati dal possibile ritorno dei francesi.

Per informare la popolazione e farle conoscere le disposizioni della Suprema Deputazione, furono stampati ed affissi in Arezzo molti proclami ed avvisi. Queste stampe portavano quasi sempre l’intestazione “Religione – Lealtà – Costanza”, che si contrapponevano al “Libertà – Uguaglianza” dei bandi francesi.

Fin dai primi giorni dell’insorgenza, la Suprema Deputazione, con intelligenza e prudenza cercò di tenere calme le teste più calde e allo stesso tempo ricercò contatti “sotterranei” e discreti con il governo francese di Firenze, al fine di riportare Arezzo all’obbedienza senza far subire alla città gravi rappresaglie militari e/o economiche.

Se da un lato essa continuava ad arruolare uomini per formare un corpo militare, operava lavori di fortificazione della città e si procurava armi e munizioni, da un altro spediva emissari a Firenze e cercava la mediazione di alte personalità, come il Vescovo di Sansepolcro, Costaguti, tenuto in buona considerazione dal governo francese e successivamente accusato di “giacobinismo” dai suoi fedeli più oltranzisti.

 

 

 

3 – L’insorgenza aretina: moto spontaneo o piano prestabilito?

 

Sono più di due secoli che si discute se, l’insorgenza del Viva Maria di Arezzo, sia stato un evento spontaneo e casuale oppure si sia trattato di un piano, ben congegnato fin nei minimi particolari e riuscito perfettamente.

Ovviamente, se piano ci fosse stato, esso sarebbe stato preparato da elementi dell’aristocrazia di Arezzo e delle sue campagne, con l’ausilio dell’alto clero, i cui esponenti erano in gran parte soggetti provenienti dalle medesime famiglie dell’elite aretina: Albergotti, Brozzi, Guazzesi ecc.

C’è chi sostiene a spada tratta un’ipotesi e chi l’opposta. Anch’io negli anni Novanta, all’inizio delle mie ricerche, basandomi perlopiù su documentazione memorialistica e ricostruzioni di poco posteriori agli eventi del 1799, mi ero convinto dell’esistenza di un piano, per far insorgere il popolo aretino. Poi, consultando le migliaia e migliaia di documenti dell’Archivio di Stato di Firenze, dell’Archivio di Stato di Arezzo e degli Archivi comunali dei centri della Valdichiana, mi sono fatto un’idea diversa. E, al momento, non sono bastati a riportarmi all’iniziale convincimento, i pur generosi tentativi di coloro che hanno ricercato eventuali documenti, al fine di dimostrare l’esistenza di un piano.

Il mio ragionamento è semplice e chiaro: come scrisse Flaiano, gli Italiani sono specialisti nel correre in soccorso del vincitore. Questo è ben costatabile in tutte le epoche e anche oggi: quanti “bersaniani” fino al midollo, li sentiamo adesso osannare Renzi? E questo vale anche per il Viva Maria. Quando l’insorgenza parve avere vinto, in tanti cercarono di attribuirsi meriti. Tanto più, quando si ventilavano benemerenze, rimborsi, gratificazioni, da parte del Granduca.

Leggendo i lunghi elenchi del “Riscontro di tutte le suppliche” e delle “Informazioni della Deputazione di Arezzo … alle diverse suppliche”, ci prende un po’ di nausea. In tantissimi avanzano meriti da far valere, campagne che li hanno visti protagonisti, collaborazioni, suggerimenti, aiuti, prestiti, indumenti perduti in guerra ecc. da vantare. Quindi, richieste di gratificazioni più svariate: da un posto alla Sapienza di Pisa per un familiare, a un avanzamento nella pubblica amministrazione, da un impiego pubblico a una promozione o un “beneficio ecclesiastico”, da un rimborso in denaro a una pensione, da un sussidio a un vitalizio, da un cappotto o una coperta a un posto da militare, dall’autorizzazione a portare le armi a un riconoscimento, qualunque esso sia.

In tal contesto, molti presentarono anche “carte false”, nel senso che si attribuirono meriti poco verosimili. Da qui il vaglio della Deputazione e le frasi “sembra meritevole”, “si dovrà richiedere riscontro”, “appare meritevole”, “appare discutibile la richiesta”, “appare opportuno richiedere informazioni”, “non è possibile stabilire”, “non è noto in Arezzo”.

Ebbene, vi sembra possibile, credibile e logico, che se qualcuno avesse potuto vantare di aver predisposto – da solo o assieme ad altri – un piano per far insorgere il popolo aretino, l’aver organizzato una truppa armata clandestina, l’aver sobillato altri personaggi o comunque aver avuto un qualche merito nei fatti del 6 maggio, non sarebbe poi corso a presentare una richiesta di benefici al Granduca?

Gli stessi che, in certe ricostruzioni postume, si accreditano o vengono indicati da altri (magari loro discendenti), quali autori del supposto “piano”, non sono immuni dal vizio italico della ricerca di benemerenze. Infatti, appaiono negli elenchi, ma possono vantare meriti solo posteriori all’insorgenza del 6 maggio.

Gli unici, che possono chiedere riconoscimenti al Granduca, per aver favorito l’insorgenza aretina del 6 maggio 1799 sono: Giorgio Ortensi della Chiassa, di professione “polverista” (produceva polvere da sparo), che diffuse “la falsa nuova dell’arrivo degli Austriaci in Firenze”; Antonio Ravelli di Trento; Antonio Ercolani bracciante di Arezzo; Paolo Franceschini di Castiglion Fiorentino, dimorante in Arezzo; Giovan Battista Lisi e Bernardo Franceschini delle Poggiola e Silvestro Pasquini di Borgo a Giovi. Tutti per essere stati “fra i fautori” o “fra i primi capi” dell’insurrezione. Non ci sono gli Albergotti, i Brozzi, i Romanelli, i Montelucci, i Natti, che arriveranno dopo.

Ma, per chi non fosse persuaso, parleremo anche della restante e fittissima documentazione. Documentazione davvero oggettiva: quella dei Podestà e Vicari dei centri insorti e quella del Presidente del Buongoverno di Firenze (capo della polizia), a cui arrivavano le informative dai suoi sottoposti e che si procurava informazioni, delazioni e relazioni, dalla sua efficiente rete sul territorio.

Da tali documenti vediamo quanto segue.

CLERO – Ad Arezzo non c’era il vescovo, perché mons. Marcacci era morto in gennaio. Guidava la diocesi il Vicario, Bernardino Cellesi, che fin dall’arrivo dei francesi in Toscana, si attivò per richiamare i parroci, affinché invitassero il popolo “a viver quieto, stare a sé e rispettare chiunque come conviene ai buoni Cristiani …”. Lo stesso fecero i vescovi vicini, di Fiesole, Sansepolcro e Cortona, che pubblicarono avvisi e appelli alla mansuetudine e al rispetto delle leggi dei nuovi “padroni”. (Vedi foto n. 2 e 3).

Quando arrivarono i francesi nelle città e nei paesi, vescovi, arcipreti, monsignori e semplici sacerdoti parteciparono alle cerimonie per l’innalzamento dell’albero della libertà, cantando il Te Deum. Quando inizieranno le inquietudini, il Presidente del Buongoverno scriverà spesso a vicari, podestà e giusdicenti, affinché “di concerto con i Parrochi e altre persone oneste”, mantengano tranquille le popolazioni. In tanti luoghi (Lucignano, Monte San Savino, Tegoleto ecc.), furono i locali parroci a riportare la calma, facendo rientrare le insorgenze popolari. (Vedi foto 4)

Il prof. Roberto Salvadori ha scritto: “abbastanza numerosi furono i parroci che mostrarono simpatia per la Rivoluzione e per la Francia”. Infatti, troveremo a insorgenza vincente, numerosi sacerdoti inquisiti e puniti, con mesi di “esilio” ed esercizi spirituali alla Verna, per aver mostrato simpatie per le idee rivoluzionarie.

Non ho trovato documentazione che provi – e neppure faccia ipotizzare – come l’insorgenza aretina sia stata promossa dal clero. Del resto, il Proclama del Generale Gaultier del 6 aprile 1799, era piuttosto chiaro: in caso di insurrezioni, se parroci e preti non si fossero immediatamente messi di fronte agli insorgenti per fermarli, sarebbero stati “riguardati come capi dei complotti della insurrezione e puniti come tali”.

ARISTOCRATICI – Scrive il prof. Roberto Salvadori: “Da più parti è stato sottolineato l’atteggiamento di prudenza e di moderazione tenuto, dinanzi all’insorgenza, dalla nobiltà aretina. Questo comportamento è evidente perfino nei suoi capi militari, a cominciare da Giovan Battista Albergotti che non esita a intervenire personalmente, a cavallo e con la spada sguainata per disperdere la folla che minaccia la vita dei giacobini arrestati”. Si tratta dei logici atteggiamenti tenuti da chi, più di altri ha da temere e da perdere, in caso di sommosse popolari.

Chi avrebbe pagato eventuali penali richieste dal governo francese alla Città? Dove si sarebbero indirizzati i soldati francesi in caso di saccheggi, se non nelle loro ricche residenze? Ve lo immaginate un nobile, proprietario di decine di poderi, armare i propri contadini e mandarli contro l’occupante, perché con i suoi provvedimenti e atteggiamenti “affama il popolo”? E se una volta cacciato l’occupante, i contadini si mettevano in testa che, forse, l’affamatore era il loro padrone? Non c’era stata per caso, da qualche parte, una rivoluzione, dieci anni prima, che aveva visto volare tante teste di ricchi aristocratici?

Comunque, al di là delle domande, più o meno legittime, i fatti, cioè i documenti, ci mostrano i nobili aretini – così come quelli dei paesi vicini – indossare le vesti dei “pompieri”, più che quelle degli incendiari.

Scrisse Antonio Albergotti, in un biglietto per il fratello Giovan Battista, che in seguito sarà il capo dell’Insorgenza: “Rammentate a tutti i nostri contadini di stare quieti nelle case loro e non si muovere in veruna occasione popolare … lo stesso dite a tutti”.

Il Presidente del Buongoverno, pare ben consapevole di questa situazione e invita i Vicari e i Podestà dei paesi insorti, a cercare la collaborazione dei nobili e del clero, per riportare la calma.

Del resto, molti di questi nobili, non appaiono entusiasti del ritorno del Granduca e se, quando l’insorgenza era ormai consolidata, si impegnarono nel Viva Maria, guidandone le truppe per il Centro Italia, non ebbero poi difficoltà – una volta tornati i francesi – a collaborare fattivamente con il Regno d’Etruria e con l’Impero Napoleonico.

Carlo Albergotti, ad esempio, che era stato a capo della Deputazione Civile, sia nel Regno d’Etruria, che durante l’annessione della Toscana all’Impero francese, “fu sempre considerato negl’impieghi Comunitativi”. Fu membro del Consiglio Municipale di Arezzo, Provveditore della Fraternita del Laici e Amministratore dei vacanti benefizi Ecclesiastici. Anche Giovan Battista Albergotti, numero due del Governo Militare del Viva Maria, nel 1808 è tra i membri del Consiglio Municipale di Arezzo e nel gennaio 1814 lo troviamo tra quelli che furono incaricati di organizzare un Corpo di Guardia Urbana per garantire l’ordine in città.

AGENTI DELLE FATTORIE GRANDUCALI – Arezzo aveva nella vicina Valdichiana molte grandi Fattorie Granducali e dei Cavalieri di Santo Stefano. Pertanto ci sono stati alcuni storici che – senza portare documenti certi – hanno sostenuto che i fattori e i loro più diretti sottoposti, avessero sobillato i loro contadini, al fine di indurli a opporsi ai francesi.

Se però, guardiamo bene i documenti, ci accorgiamo che in più occasioni esistono indizi, che ci portano a concludere come alcuni fattori fossero in realtà di sentimenti filo francesi e che comunque, non avessero alcuna simpatia per le “spedizioni” dei loro contadini fuori dai poderi della fattoria.

Ad esempio, l’Agente della Fattoria di Montecchio, di proprietà dei Cavalieri di Santo Stefano – Michele Francioli – viene annoverato fra i filo francesi dallo stesso Presidente del Buongoverno, che ne caldeggia la protezione da parte del Vicario di Castiglion Fiorentino.

L’Agente della Fattoria di Frassineto – Giuliano Mannucci – ancora il 22 maggio scriveva alla Soprintendenza dello Scrittoio delle Possessioni – da cui dipendeva la fattoria – illustrando l’atteggiamento tranquillo dei suoi contadini. Altre lettere risalgono all’8 giugno ed al 10. Con la seconda lamentava un’incursione di alcuni armati aretini alla Fattoria e narrava del panico avuto da lui e dagli altri residenti.

Del resto neppure gli occupanti francesi attribuirono alcun ruolo di sobillatori dell’insurrezione agli agenti delle fattorie.

Credo che da bravi funzionari granducali, così come i Vicari e i Cancellieri, anche i fattori obbedirono alle direttive emanate dal Granduca, al momento della sua partenza dalla Toscana. Si apprestarono quindi con coscienza, a eseguire quanto veniva loro comandato dalla nuova amministrazione francese di Firenze.

Anche a insorgenza ormai scoppiata e vincente, gli agenti delle fattorie granducali ebbero sempre un atteggiamento tiepido e fornirono aiuti in uomini, cavalli, biade, foraggi e alimenti sempre con il contagocce e solo se ripetutamente sollecitati dalla Suprema Deputazione. Le carte sono lì, a dimostrarlo. Basterebbe leggerle.

 

Abbiamo visto, però, che il mattino del 6 maggio, quando già era scoppiato il tumulto e la folla si era radunata in Piazza Grande per accanirsi contro l’Albero della Libertà, arrivarono in Arezzo parecchi contadini armati, dalle Poggiola. E i morti e feriti di quel giorno, sono proprio di Chiani, Le Poggiola e Battifolle. Quindi, appare chiaro che qualcuno, di quelle zone, abbia tentato un colpo di mano proprio per quella mattina. Anche la carrozza, che arriva in città con la vecchia che sventola la bandiera imperiale, cercava di accendere una rivolta. La coincidenza ha voluto che sia la carrozza, che i contadini siano arrivati a tumulto già iniziato e pertanto, della vecchia con la bandiera, nessuno si curò, mentre i contadini armati risultarono decisivi, nel cacciare i francesi da Arezzo. Ma meriti e ricompense, per questa azione, furono riconosciuti a Giovan Battista Lisi e Bernardo Franceschini delle Poggiola, non a nobili titolati o ad alti prelati.

 

 

 

4 – L’arrivo della Legione Polacca e la fine delle trattative tra Arezzo e Firenze

 

I giorni seguenti il 6 maggio 1799, Arezzo non aveva più un’amministrazione filo francese, i giacobini erano uccelli di bosco o in galera, i popolani rimanevano sovraeccitati e la Suprema Deputazione –riconosciuta dal popolo aretino come sua guida – operava su tre binari: preparava una forza armata per controllare gli insorgenti, cercava una trattativa con il governo francese di Firenze, approntava difese intorno ad Arezzo, nel caso i francesi avessero tentato una rappresaglia punitiva.

La Truppa armata era costituita in gran parte da giovani contadini, per il semplice motivo che in quel tempo l’agricoltura era l’attività di gran lunga predominante; comparivano, però, anche “artieri” (artigiani), bottegai, possidenti, coltivatori diretti, ecc. Tra i volontari troviamo abitanti di altri paesi dell’aretino e perfino esuli di Città di Castello.

Per emblema di questa truppa, furono utilizzate bandiere e gonfaloni con l’arme granducale, sui quali era spesso cucita l’immagine della Madonna del Conforto, fin dai primi momenti riconosciuta come Patrona dell’insorgenza (foto 1).

Seppur– come era accaduto in precedenza a Roma e nell’Umbria – fin da subito, il grido di battaglia più utilizzato dagli insorgenti, fosse stato “Viva Maria!”, nei documenti coevi questa esclamazione non veniva utilizzata per contrassegnare l’insorgenza antifrancese, definita “rivoluzione”, “insurrezione” o in altri modi.

Dai documenti, costatiamo come la Suprema Deputazione fosse alquanto ottimista, nel riuscire a raggiungere un pacifico accordo con l’amministrazione francese di Firenze. A tal fine, l’11 maggio, fece stampare un “Avviso – Notificazione”, in cui si cercava di giustificare l’insorgenza aretina del 6 maggio, attribuendone le cause al comportamento provocatorio dei Municipalisti e alla spropositata reazione degli ussari, al tumulto popolare. Vi si diceva che il popolo non sarebbe insorto “se non fosse stato spinto dall’imprudenza dei Francesi, che nella mattina del 6 maggio 1799 alla vista di pochi contadini che tumultuavano, presero le armi tirando più, e diverse fucilate, atto, che richiamò in folla il Popolo di Campagna nell’istante armato alla difesa”. Si rimproverava anche l’imprudente ordinanza del Commissario Reinhard, “per levarsi dalle Chiese e dalle Religioni tutti gli ori e gli argenti di loro pertinenza, niuno eccettuato”, che aveva creato molto malcontento tra il popolo.

Mentre le trattative tra emissari della Suprema Deputazione e Amministrazione civile di Firenze, guidata dal Reinhard, continuavano, il responsabile per le questioni militari – generale Gaultier – tentò di ricorrere alle maniere spicce, causando l’irreparabile.

Infatti, venuto a sapere che la Legione Polacca – comandata dal generale Jan Henryk Dabrowski (pronuncia “Dombroschi”) – in trasferimento da Napoli al Nord Italia, per dare manforte ai francesi impegnati dagli austro-russi, si trovava a Perugia, Gaultier spedì il capitano Lavergne dal generale polacco, con un ordine che prevedeva di occupare Cortona – anch’essa insorta – prendervi 10 ostaggi, 100.000 lire di contribuzione e lasciarvi un contingente di 100 uomini; proseguire per Arezzo, disarmare gli abitanti, arrestare i capi dell’insurrezione, fare giustizia sommaria, prelevare ostaggi, prelevare dalle casse cittadine una quota di 600.000 lire, impossessarsi della Madonna del Conforto e condurla a Firenze, pretendere una forte quantità di grano, incarcerare i preti, lasciare un intero battaglione di fanteria a presidio della Città.

Dabrowski (foto 2) – oggi eroe polacco, al quale fa riferimento lo stesso inno nazionale (Mazurek Dabroskiego: La mazurka di Dabrowski) – era a capo di una Legione di volontari, che speravano nella liberazione della Polonia dall’occupazione di Prussia, Russia e Austria. Per tal motivo combattevano con la Francia, dalla quale avevano avuto la promessa di essere ricondotti un giorno nella loro patria liberata. Purtroppo, venivano intanto utilizzati prevalentemente nella repressione delle rivolte antifrancesi in Italia. Dabrowski non ne era felice e nelle sue Memorie lo dice più volte. In particolare, paventava che nei ripetuti scontri con gli insorgenti, la sua Legione subisse un devastante stillicidio degli effettivi, che per ovvi motivi non era tanto facile rimpiazzare (foto 3). Pertanto, quando poteva, evitava scontri diretti e accettava volentieri compromessi, come farà a Castiglion Fiorentino il 14 maggio 1799.

Quando, una ventina di anni fa, iniziai a occuparmi del Viva Maria, cercai di conoscere la versione dei fatti del 1799, da parte polacca. Ebbi la grande fortuna di imbattermi nell’allora Direttore dell’Accademia Polacca di Roma – prof. Krzystof Zaboklicki – che mi procurò testi e documenti importantissimi, ma introvabili in Italia, come Pamietnik Wojskowy (Memorie Militari) del generale Dabrowski, la Histoire des Légions Polonaises en Italie sous le commandement du Général Dombrowski, di L. Chodzko, il monumentale lavoro di 1.500 pagine di Jan Pachonski, Legiony Polskie. Prawda i legenda, 1794-1807 (Legioni Polacche. Verità e Mito), oltre ad altri lavori di B. Zaydler, B. Bilinski e suoi, tutti legati all’argomento da me indagato. Gentilmente, la signora Dorota Knapczyk-Mattesini mi tradusse le parti di mio interesse e così, potei confrontare documenti e memoriali italiani, con i loro corrispettivi polacchi. E alla fine, mi giunsero perfino i complimenti e i ringraziamenti dello stesso prof. Zaboklicki, perché a suo dire, il mio lavoro era: “… anche un prezioso contributo agli studi sulla presenza militare polacca in Italia, nell’epoca napoleonica”.

Ma, al di là di tutto, mi chiedo come si possa, nel Terzo Millennio, lavorare alla storia di una vicenda come il Viva Maria, basandosi solo su memorie, stampe e scritti (spesso apologetici), di due secoli fa, volutamente ignorando documenti d’archivio e decine di indagini sul tema, anche polacche. E purtroppo, c’è chi continua a “lavorare” in questo modo …

Torniamo al Dabrowski. Egli attendeva in Perugia l’arrivo dalle Marche del suo vice, colonnello Jozef Chamand, che riportava indispensabili nuove divise per i soldati, per poi partire verso Cortona e Arezzo. Con un’inimmaginabile rapidità, invidiabile persino ai giorni nostri, il 10 maggio un mercante di pesce portò a Castiglion Fiorentino la notizia che alcune migliaia di polacchi, francesi e giacobini erano pronti a partire da Perugia, per “dare il sacco” “in questi paesi”. Lo stesso giorno, Castiglioni informò Arezzo e l’11 maggio la Suprema Deputazione spedì a Cortona 15 cavalieri per avere notizie più precise e per concordare dei comuni piani di difesa.

Il 12 maggio, in base ad una richiesta di approntamento di viveri e fieno, arrivata a Cortona da Perugia e subito portata ad Arezzo, fu chiara la consistenza della Legione polacca: 4.000 fanti e 400 cavalieri. Oltre ai tanti giacobini della Repubblica Partenopea e di quella Romana, che la seguivano.

I timori e l’apprensione salirono al massimo, sia in Arezzo che negli altri due centri e nei tanti piccoli paesi che, entro pochissimi giorni, sarebbero stati attraversati dai polacchi. Cortona spedì dei suoi rappresentanti ad Arezzo, per chiedere “pronto soccorso”. La Suprema Deputazione inviò nella città vicina un contingente armato, al comando del Capitano Giovanni Natti, al quale si unirono parecchi armati di Castiglion Fiorentino, comandati da Vincenzo Paglicci.

Il 13 maggio, fin dal mattino presto vi furono duri scontri tra l’avanguardia polacca e i popolani cortonesi, nella zona di Terontola Alta, Pozzo di San Giuseppe e Cortoreggio (foto 4). I combattimenti si spostarono poi verso il Campaccio, Metelliano, Pergo, San Marco in Villa, fino a raggiungere le mura di Cortona poco prima delle otto di sera (foto5).

Purtroppo, se Cortona era difesa dalle sue alte mura, non lo era altrettanto dai suoi contadini, che invece di entrare in città, se ne scapparono in campagna. Il memorialista Cecchetti dice che di 2.000 che erano a contrastare i polacchi nei paesi sotto la città, ne entrarono in Cortona solo 300. Probabilmente erano di più, ma non sufficienti per sostenere un deciso attacco. E per fortuna che c’erano gli aretini e i castiglionesi, a presidiare le porte S. Agostino e S. Domenico, le più vulnerabili.

Dabrowski, tentò di assalire la città, ma non disponendo di artiglierie, dopo alcune ore di sparatorie, verso le 23 ordinò il ripiegamento ai piedi del colle, dove i suoi soldati e i loro alleati, sbandati della Repubblica Romana, si abbandonarono a saccheggi, violazioni di conventi e monasteri, devastazioni, incendi, stupri, sequestro di giovani donne, uccisioni.

Fu una dura giornata, contrassegnata da violenti sparatorie, che per fortuna, considerando anche la poca precisione delle armi dell’epoca, causò meno vittime di quelle dichiarate nelle cronache e memorie contemporanee: non i 400 polacchi morti delle memorie cortonesi (Cod. 427 della Biblioteca Comunale) o i 150 polacchi “distesi dalle mura” di cui parla Francesco Albergotti, ma il tenente Wasilkowski e circa 20 soldati semplici uccisi, tra Terontola e Cortona, oltre ad altri 10 ufficiali (tra cui 2 maggiori e 5 capitani) e una trentina di soldati rimasti feriti (Memorie Militari del Dabrowski e documentazione locale). Una ventina i polacchi caduti prigionieri, alcuni dei quali trucidati brutalmente dai contadini, inferociti per gli incendi delle loro case e dei pagliai.

Dai registri dei Morti delle Parrocchie cortonesi, che vanno da Terontola a S. Eusebio, risultano 22 vittime cortonesi, di cui almeno 7 uccise nelle rappresaglie. Tra questi ci fu l’ottantenne curato di S. Marco in Villa.

Il mattino dopo, 14 maggio, i polacchi partirono presto, verso le 4, in direzione di Castiglioni e Arezzo.

 

 

FOTO:

1 – Particolare di una bandiera degli insorgenti: si vede l’immagine della Madonna del Conforto

2 – Il generale Jan Henryk Dabrowski, in un quadro a olio conservato presso l’Accademia Polacca di Roma.

2a – Dichiarazione autografa di Dabrowski.

3 – Legionario polacco. (Accademia Polacca di Roma).

4 – La chiesetta di S. Giuseppe, presso Terontola Alta, dove il 13 maggio morirono negli scontri alcuni popolani e alcuni polacchi.

5 – Lapide presso la Villa Campaccio (Cortona), dove si ricordano gli scontri tra popolani e polacchi.

6 – Sigillo in cera lacca della Piazza di Perugia (Proprietà del compianto amico Guido Stocchi).

 

 

 

5 – Castiglioni, i polacchi e una strana nebbia …

 

Il 14 maggio 1799 fu una giornata molto dura e importante, sia per i polacchi sia per gli aretini. Scrive il Dabrowski nelle sue Memorie: “Il 25 floreal [14 maggio] il corpo è partito all’alba, tutto il giorno non abbiamo avuto altro da fare che appoggiare in ogni istante i reparti che difendevano i nostri fianchi e che quasi senza mai smettere hanno dovuto combattere con i ribelli”.

Ci furono scaramucce alle Piagge, a Tavarnelle ed a Montecchio. Qualche ferito da ambo le parti e almeno due morti tra i polacchi.

Come abbiamo visto, da Castiglion Fiorentino erano stati inviati a Cortona i migliori combattenti e i meglio armati. Essi, però, per paura della ripresa delle azioni polacche contro la città, erano rimasti a presidiare le mura di Cortona. I dirigenti della locale insorgenza, si resero conto che tentare una difesa di Castiglioni sarebbe stato probabilmente un suicidio collettivo.

I popolani, più focosi, erano decisi a combattere. I maggiorenti, più realistici, considerato che “ad onta di aver più volte sonata la campana a foco, pochi furono i contadini che comparvero armati”, puntarono su una trattativa con i polacchi.

Nell’incertezza, i più paurosi intanto scapparono sui monti circostanti, mentre i più devoti si radunarono per pregare il Crocifisso miracoloso della Chiesa del Gesù (foto 1).

Dal paese si sentivano già i tamburi polacchi, nella strada Regia, tra Montecchio e Castiglioni, mentre il fumo degli incendi testimoniava del pericolo incombente.

Tre persone coraggiose, presero in mano la situazione e decisero di trattare con il Dabrowski; furono il conte Orlando Paglicci, Giuseppe Ghizzi (nonno ed omonimo dello storico castiglionese) e Fiorenzo Gnagnoni.

I tre castiglionesi, accompagnati da un mercante di madonne di gesso e coroncine, originario di Barga e che per motivi di lavoro viaggiava spesso nella zona di Nizza, conoscendo così un po’ di francese, si incontrarono con il generale polacco alla Tavola di Sasso, nei pressi della Fornace (poco a nord dell’odierno Ponte della Nave, in via Adua).

Non ebbero difficoltà a convincere Dabrowski ad accettare la loro proposta: la Legione avrebbe percorso la nuova strada che passava in basso, a ovest del paese, reinnestandosi sulla strada per Arezzo alla Chiesa del Rivaio (attuale via Piave); i castiglionesi avrebbero portato alla chiesa del Rivaio vettovaglie, viveri e bevande per i soldati polacchi. Da certi documenti, risalenti al successivo giugno, al momento dell’ingresso delle truppe aretine in Castiglioni, vediamo che nei libri contabili del Camarlengo Comunitativo, c’erano degli elementi che facevano ipotizzare la mancanza di forti somme (già allora, a Castiglioni c’era un “buco” sul bilancio …). Probabilmente, fu pagata al Dabrowski anche una specie di indennità, per salvaguardare il territorio castiglionese, dove in effetti, non ci furono case bruciate e morti ammazzati.

Mentre i 4.400 polacchi e i loro alleati, sfilavano in basso, il generale Dabrowski ed i suoi più alti ufficiali entrarono in paese da Porta Romana, assieme ai tre castiglionesi. Poi, si recarono nel palazzo comunale. In omaggio agli ufficiali, alleati della Francia, furono liberati i pochi giacobini che erano nel carcere di Castiglioni.

Dalle Memorie del generale polacco veniamo a sapere anche un’altra vicenda, inimmaginata. I Castiglionesi, che avevano partecipato ad incontri con i dirigenti di Arezzo, al fine di coordinare la comune difesa dai polacchi, svelarono a Dabrowski il piano degli aretini. Gli raccontarono che i comandanti militari aretini, avevano preparato una forte linea di difesa nella gola dell’Olmo, dove aspettavano in forze i polacchi, armati anche di cannoni. Insomma, un bel doppiogioco, che valse a Castiglioni anche un elogio in un pessimo francese:

 

Liberté                                                       Egalité

Castiglione Fiorentino, le 25 Floréal an. 7°

Le Général de Division Dabrowski, Commandant le Corps Polonais en Italie, rend témoignage que la Commune de cet Endrois s’est comportée a son Passage de la maniere la plus amicale, et respondant au sistème d’une vraie et juste tranquillité.

Dabrowski            

(foto 2)

Di questo elogio ne furono di sicuro a conoscenza, come mostrano alcune lettere tutt’oggi conservate negli archivi, sia il comandante francese di Cortona, che lo stesso generale Gaultier.

I Castiglionesi, presero due piccioni con una fava: salvarono il paese “dal saccheggio e dalla morte” e si procurarono un salvacondotto che sarebbe tornato utile l’anno successivo, quando ricomparirono i Francesi. Inoltre, partiti i polacchi, i dirigenti castiglionesi salvarono quattro loro sbandati e un disertore della Repubblica Romana, da fucilazione sommaria, rinchiudendoli nelle locali carceri; nei giorni successivi, li spedirono sotto scorta al comandante francese di Cortona (Guillot), ottenendo elogi da lui e anche dal generale Gaultier, da Firenze (foto 3, 4 e 5). Anni fa, durante alcuni lavori, per installare una cella telefonica nella base della Torre del Cassero, un tempo prigione comunale, in una fessura dell’intonaco fu trovato un filo di ferro, ripiegato a formare il nome JOZEF: Giuseppe in polacco. Uno dei quattro prigionieri del 1799?

Comunque, per cautelarsi e per dare fumo (anzi, nebbia) negli occhi degli aretini, i castiglionesi gridarono “al miracolo”, raccontando di una fittissima nebbia, fatta calare dal Crocifisso della Chiesa del Gesù, che avrebbe avvolto il paese, tanto da nasconderlo alla vista dei polacchi, i quali, ignari dell’esistenza di Castiglioni (!), se ne sarebbero passati in basso, verso Arezzo, senza colpo ferire (foto 6).

Gli aretini saranno stati anche creduloni, ma non fino a quel punto e, come abbiamo detto, spulciarono ben bene le carte comunali, mettendo al fresco i presunti “trappoloni” (bei tempi!).

Ecco quanto scritto nelle sue memorie, dal Dabrowski:

“Kastiglione Fiorentino, paese fra le colline e circondato da mura, costretti ad aprire i portoni, dal momento in cui abbiamo cacciato i ribelli dalle loro posizioni circostanti ed abbiamo iniziato i preparativi per attaccare con forza la città. Passando da quella città siamo venuti a conoscenza che soldati sconfitti avevano preso posizione ad Arezzo, con alcuni cannoni, e ci impedivano il passaggio”.

Dunque, Dabrowski viene a conoscenza dei piani degli aretini e si rende conto che tentare di prendere Arezzo con la forza e senza cannoni, metterebbe a repentaglio la vita di molti suoi soldati. Probabilmente i castiglionesi, senza volerlo, salvarono molti polacchi e altrettanti aretini dalla morte. Infatti, per non far correre inutili pericoli ai suoi, il generale polacco decise di ingannare gli aretini e sganciarsi per andare direttamente verso Firenze.

Questi furono i piani del Dabrowski che, come Giulio Cesare, scriveva in terza persona: “ha dato ordine al colonnello Chamand di andare avanti con il II battaglione di fanteria e uno squadrone di cavalleria, per tenerli in scacco, e nel frattempo il Generale con il Corpo è andato a sinistra per prendere posizione sotto il Bastardo, fra Firenze e Arezzo”.

Quindi, il generale polacco pensò di mandare un’avanguardia, al comando di Chamand, verso Arezzo, per far credere agli aretini che le sue intenzioni fossero quelle di attaccare la città; intanto lui avrebbe fatto deviare il grosso della legione da Pieve a Quarto verso San Zeno ed il Bastardo (San Giuliano) per poi prendere la via Fiorentina e raggiungere Firenze.

Questo, invece, era il piano dei comandanti aretini: “il Comando Militare vide che la posizione del luogo da Vitiano ad Arezzo non poteva essere più opportuna per un’imboscata.

La strada per la quale dovea passare il nemico era dominata dal monte vicino rivestito di selve, di alberi, di vigne e di grani. Vi si potea ben nascondere gente armata priva di tattica, ma ben avvezza a tirare di mira. Furono pertanto mandati a quella volta il Comandante Brozzi con i più risoluti. Fu anche disposto di lasciar inoltrare il nemico nella gola tortuosa dell’Olmo 3 miglia distante dalla Città, ove la strada per lungo tratto è serrata e dominata da monti a destra e a sinistra tutti ben rivestiti. Qui si gli dovea far fuoco alle spalle ed ai fianchi. Tutte queste disposizioni furono messe in esecuzione con tutta prontezza” .

La mattina del 14 maggio 1799, centinaia di contadini armati attendevano fin dall’alba i polacchi, lungo la strada da Vitiano all’Olmo, nascosti dietro le siepi, fra i grani, dietro i muretti, sotto i ponti e in altri ripari, pronti a fare fuoco e a indietreggiare immediatamente, per ricaricare lo schioppo ad avancarica.

I Polacchi, ripartiti da Castiglioni, proseguivano per la strada Regia, in ordine di marcia, preceduti dai tamburi che ne marcavano il passo.

 

FOTO:

1 – La Chiesa del Gesù di Castiglion Fiorentino

2 – L’attestato rilasciato dal Dabrowski ai castiglionesi, ben conosciuto anche dal comandante francese di Cortona (Guillot) e dal Gen. Gaultier (copia di G. Ghizzi)

3 – Nota delle “robe” ritrovate in dosso “ai cinque ritenuti Pollacchi”, inviati da Castiglioni a Cortona

4 – Il Presidente del Buongoverno, Rivani, comunica al Vicario di Castiglioni che il generale Gaultier, ha stabilito che “la condotta di codesta Comune merita dei riguardi”, pertanto non subirà “veruna esecuzione Militare”.

5 – Il comandante della Piazza di Cortona, Guillot, scrive al Vicario di Castiglioni dicendogli che “il Perdono è già stato accordato” e invitandolo a mandare a Cortona “i cinque prigionieri Pollacchi, e Romani, che si ritrovano costì detenuti”.

6 – La lapide, sulla Chiesa del Gesù, che ricorda l’innocuo transito dei polacchi da Castiglioni

7 – Cartina con l’itinerario percorso dalla legione Polacca, il 13-14 maggio 1799, con i luoghi degli scontri armati:

1 – Terontola Alta

2 – Campaccio

3 – Cortona

4 – Fonte del Mazza – Montecchio

5 – Il Ghetto di Vitiano

6 – Rio Grosso di Rigutino

7 – Il Bastardo (San Giuliano)

Le + indicano le località dove sono documentati morti tra i popolani.

 

 

 

6 – L’imboscata del Ghetto di Vitiano e la “battaglia” di Rigutino: Arezzo si sente invincibile.

 

A metà mattinata del 14 maggio 1799, i primi soldati della Legione polacca del Dabrowski, arrivarono a Vitiano.

L’area, attualmente occupata dal centro di Vitiano, nel 1799 era poco abitata, non c’erano la chiesa e molte delle attuali case. Il Catasto granducale ci parla solo di campi seminativi e vitati, con aceri campestri e filari di viti “maritate”. A occidente della strada, c’era una “fabbrica” (officina di un fabbro) in cima alla salitella all’inizio dell’attuale paese, un centinaio di metri più avanti c’era l’antica osteria della Masina (accanto all’attuale bar). Poi, campi coltivati, fino al Ghetto, dove, a levante c’era un piccolo agglomerato, così avviluppato da giustificare il singolare toponimo. I proprietari: Albergotti, Sandrelli, Collegio Serristori, Rossi, Viviani e altri piccoli coltivatori diretti.

L’avanguardia del colonnello Józef Chamand aveva appena passato il bivio per la chiesa e il castello di Vitiano (oggi via del Barbino) e si apprestava a scendere la lieve discesa del Ghetto, poco prima del ponte sul Rio di Vitiano, quando incominciarono le fucilate che portarono alla prima fase di quella vicenda passata alla storia come la “battaglia di Rigutino”.

Ecco come raccontò l’episodio un contemporaneo: “… nel dì 14 (maggio n.d.a.) la campana del Pubblico (il Comune) annunziò la vicinanza del nemico. … Accorse in folla armato il contado, scortato da poca, ma coraggiosa cavalleria di zelanti patriotti, i quali per la via che da Arezzo conduce a Castiglioni, presso un luogo detto il Ghetto, investirono il Generale Dambrowski, che dopo vari colpi di fucile tirati dai contadini nelle imboscate, finalmente cadde rovesciato da cavallo per un colpo di sciabola scaricatogli da un giovane, Martino Romanelli del villaggio di Quarata.

Rimase ucciso parimente l’Alfiere la cui bandiera insieme col cappello del generale suddetto e col berretto di altro uffiziale del suo seguito parimente ucciso pende dalle pareti della cattedrale …” (Foto 1).

Il De Giudici precisa: “Sopra agili destrieri alcuni giovani aretini a spron battuto, e pieni di coraggio, andarono ad incontrare il nemico ad oggetto di spiarne gli andamenti e di avvertirne la città.

Incontrarono i Pollacchi verso Rigutino, sette miglia distante da Arezzo. Alcuni Uffiziali Pollacchi con pochi a cavallo precedevano il corpo della Divisione nemica di pochi passi. Furono questi attaccati dalla prima imboscata. I Giovani valorosi si avventarono con pistola e sciabola. Uno degli Uffiziali Pollacchi vi perdette la vita con qualche compagno. Egli era certo persona di alto affare.

Fatto il bel colpo i Giovani Aretini si videro addosso il forte dell’Armata nemica  e felicemente, senza alcuna offesa tornarono verso la Città a portarne l’avviso”.

Il generale Dabrowski nelle sue Memorie, accennando al tentativo di portare la Legione al Bastardo, annota: “I ribelli, accorgendosi del nostro piano, hanno deciso di disturbarci, attaccandoci con tutte le forze. Però inutilmente. Lo stesso giorno siamo arrivati nelle posizioni predestinate.

In quell’attacco morì il colonnello Chamand. Quando la notizia della morte di quell’ufficiale molto valoroso, amato da tutti – che fino ad oggi tutto il Corpo non riesce a dimenticare – è arrivata ai soldati, li ha infiammati di una tale rabbia che hanno ucciso qualche centinaio di ribelli e hanno fatto a pezzi il loro capo, strappandogli dalle mani il vessillo”.

Il prof. Pachonski, che conosce altri documenti polacchi, ricostruisce così l’avvenimento: “Il capo della I Legione, Chamand, con lo squadrone di cavalleria e il II battaglione delle legioni, procedeva avanti. Sembra che Chamand, vedendo la strada libera, si facesse avanti per orientarsi sulla posizione degli insorti assieme a quattro cavalieri … la versione del Commissario Reinhard dice che Chamand partì in veste di parlamentare, per discutere con gli insorti: tesi probabile ma poco verosimile.

Chamand fu ucciso a colpi di fucile per mano di Romanelli e data la superiorità degli avversari morirono con lui altri due suoi compagni, invece i due rimasti in vita si salvarono con la fuga. Chamand cadde da cavallo combattendo con la sciabola in mano. Romanelli, giudicando dal cappello con il gallone era convinto che si trattasse del generale stesso”.

Quindi, appare chiaro che l’uccisione del vice di Dabrowski fu un episodio fortuito, che vide protagonisti alcuni giovani aretini a cavallo, inviati in avanscoperta per “spiare” le mosse dei polacchi. Mentre si avvicinavano al Ghetto, sentirono i tamburi dell’avanguardia polacca, quindi si nascosero in una via laterale alla Strada Regia (forse, la via che portava verso la loc. Casale) e vedendo Chamand procedere a distanza dalla fanteria, solo con pochi compagni, tentarono l’agguato, riuscendo ad uccidere lui e due suoi compagni. Non ci fu nessun piano studiato a tavolino e nessun titolato “condottiero” a guidare sul campo l’azione.

Padre Arturo Buresti, nato e cresciuto in loc. Il Ghetto, mi raccontava della memoria ancora viva, quando lui era giovane, tra gli abitanti del luogo, dello scontro con i polacchi. Nel campo subito dopo le case, a levante della strada, la gente del luogo raccontava di ossa umane affioranti dopo le arature. In effetti, da ricognizioni effettuate una quindicina di anni fa, vi sono stati ritrovati numerosi frammenti di ossa craniche (parietale, occipitale, mascellare …), di arti e di altre parti scheletriche, oltre a un proiettile in piombo da fucile da guerra e un frammento dell’elsa di una sciabola. Guido Stocchi, grande esperto di armi antiche, giudicò compatibili con l’epoca dello scontro, entrambi i reperti (Foto 2).

Dopo l’episodio del Ghetto, la marcia dei polacchi verso l’Olmo, fu tutta un calvario e i legionari si trovarono sotto le innumerevoli schioppettate sparate dai popolani aretini, appostati lungo il loro percorso (Foto 3).

Arrivati nell’area del Rio Grosso di Rigutino – alla fine dell’attuale paese, verso Arezzo – i polacchi trovarono anche una barricata, difesa da molti popolani provenienti da varie zone dell’aretino. Si dovettero aprire il passo con aspri combattimenti. Dai Registri dei Morti delle parrocchie aretine, vediamo che in quello scontro, persero la vita quattro popolani di Rigutino, uno di Ottavo, uno di Policiano, uno di Santa Flora a Torrita e uno di Sant’Agata alle Terrine, oltre a un ferito di Sant’Anastasio. Due di essi erano contadini della Fattoria di Frassineto e uno della Fattoria del Collegio Serristori di Ottavo (Foto 4).

Al Rio Grosso vi furono violenti scontri, che poi sfociarono in una vergognosa rappresaglia, alla “nazista”, che coinvolse undici poveri vecchi (tra i 70 e i 92 anni!) sorpresi nelle proprie abitazioni per il solo motivo che, a causa dell’età e degli acciacchi, non erano potuti scappare via. I polacchi assalirono tutte le case di Policiano, spingendosi fin sulle pendici del Castello (Loc. Volpaia) e chi trovarono ammazzarono.

Scrisse sulla vicenda Enzo Droandi, che di stragi se ne intendeva: “si è di fronte ad una vera rappresaglia militare, oscenamente illegittima”. Ricordo quando nel maggio 1999, il prof. Zaboklicki entrò a visitare la Mostra sul “Viva Maria”, a Rigutino; a lui, che conosceva solo la versione polacca, dove si parlava di “ribelli” uccisi, nel leggere i nomi delle vittime, con accanto l’età e la modalità della morte (spesso “nel suo letto”), si inumidirono gli occhi. Questo per ricordare, ancora una volta, che è sempre meglio non accontentarsi di una sola versione dei fatti.

Un testimone ci racconta che i polacchi, “irritati parte dalla perdita del Generale, parte dalle fucilate … incominciarono a commettere i più orribili eccessi. Incendiarono case adiacenti alla strada e pagliai, roppero ziri da olio, aprirono botti da vino, e dopo averne tracannato senza misura le lasciarono aperte. Uccisero impotenti che trovarono per entro le case di dove portarono via vesti, panni, lini, vino, rame, giumenti, vaccine, ferro e tutto ciò che loro fu più a grado. Entrarono nella chiesa di S. Anastasio (Olmo) presso la Dogana dove stracciarono parati sacri, portarono via vasi sacri, malmenarono sacre immagini e reliquie e commessero enormi sacrilegi contro il SS. Sacramento dopo aver fatto lo stesso anche nella chiesa di Pieve a Quarto”. (Foto 5).

Dunque, un grosso reparto di un esercito straniero in ritirata, supportato da parecchi elementi italiani; bande di guerriglieri che – singolarmente e/o in gruppi – cercano di disturbarlo, con attacchi repentini, imboscate, cecchinaggio; il reparto che, impossibilitato a fermare gli attacchi dei “ribelli”, si abbandona a saccheggi, incendi e stragi di impotenti. Si replicherà 145 anni dopo, con tedeschi invece di polacchi, ma con ancora elementi italiani a dare manforte.

 

Abbiamo cercato di capire quante vittime ci furono negli scontri e nelle rappresaglie fra il Ghetto e l’Olmo. Dabrowski nelle sue memorie accenna all’uccisione di “qualche centinaio di ribelli”. Il Pachonski precisa che i polacchi “attaccarono gli insorti con tanto furore facendo 500 vittime”.

Le fonti aretine ci dicono che “da Cortona fino al Bastardo ne mancarono (di polacchi uccisi) circa cinque o seicento e molti ne rimasero gravemente feriti”. Un recente autore, parla di circa 1.000 polacchi morti (!). Ovviamente, sia le fonti aretine che quelle polacche hanno esagerato, attribuendo al nemico perdite 10-20 volte superiori a quelle reali. Sappiamo infatti, che i morti aretini, tra Vitiano e Olmo furono meno di 25. Dabrowski non parla delle perdite polacche, ma di sicuro non furono quelle sopra citate.

Purtroppo, nei paesi interessati dagli scontri, ancora non vi erano cimiteri pubblici e i morti venivano sepolti all’interno delle chiese o sull’antistante sagrato. Ma, i morti polacchi, che avevano profanato chiese ed Eucarestia, furono ritenuti “senza dio”, quindi non registrati dai parroci e sepolti qua e là. Cronisti contemporanei agli eventi, parlano di caduti polacchi caricati su carri e portati via dai compagni; scrivono anche di roghi in cui furono poi bruciati i cadaveri, per evitare eventuali scempi. Oltre alle ossa di alcuni morti, probabilmente polacchi, ritrovate al Ghetto, conosciamo due tombe rinvenute anni fa a Policiano, in loc. Oliveta, che per la tipologia delle tegole con cui erano stati coperti i cadaveri, devono essere assegnate all’età moderna: caduti polacchi? (Foto 6).

La sera del 14 maggio, mentre continuavano le razzie, i polacchi si accamparono al Bastardo e qui curarono i loro feriti (Foto 7).

Erano passate da poco le due della notte del 15 maggio quando Dabrowski ordinò ai suoi legionari di rimettersi in marcia verso Firenze. Sappiamo che i loro feriti “trasportati erano ne’ carri, ma fu spaventevole la quantità esorbitante di fascie e panni insanguinati che la truppa lasciò nel campo del Bastardo” (Foto 8).

Gli aretini seguirono a distanza i polacchi e ogni tanto li attaccavano. Fu così che nei pressi del bosco di Malafrasca – fra la Stazione di Laterina e Bucine – Dabrowski preparò un tranello: divise la colonna in tre sezioni e cercò di accerchiare gli aretini. Ne nacque un ennesimo scontro e almeno 3 giovani delle Bande aretine, originari di San Giustino, vi furono fatti prigionieri e, quindi, fucilati (Foto 9).

Il passaggio dei polacchi colpì profondamente i nostri antenati che, già subito dopo l’evento, lo perpetuarono in stampe, scritte e lapidi. Il ricordo poi, si è tramandato fino ai giorni nostri. Curioso il fatto, raccontatomi da mio padre e da altri testimoni, che durante l’ultima Guerra, al vedere alcuni soldati polacchi assieme agli Alleati, che avevano su una manica la scritta “POLAND”, certi contadini si allarmarono dicendo “Quelli sono cattivi, sono polacchi …”. (Foto 10, 11, 12 e 13)

L’apparente fuga dei 4.400 veterani polacchi di fronte agli improvvisati soldati aretini, creò immenso entusiasmo ad Arezzo. Gli aretini non sapevano che il Dabrowski aveva già deciso di lasciar perdere Arezzo e dirigersi a Firenze. Il fatto poi, che in tasca a Chamand, fosse ritrovata la lettera del Gaultier al Dabrowski, con i severi ordini da applicare contro Cortona e Arezzo, confermò la sensazione di aver scampato un gravissimo pericolo. Ci si chiese: come era potuto accadere? Sarà stata la Madonna del Conforto ad aiutare gli Aretini? Ma, se la Madonna era con Arezzo, chi avrebbe potuto fermare la sua marcia?

Ecco, allora, come lo stesso Commissario Reinhard si rese conto che, il passaggio della Legione polacca: “fece crescere enormemente l’orgoglio dei ribelli. Le vie della conciliazione e quelle delle minacce furono volta a volta impiegate. Il vostro commissario (Reinhard, n. d. a.) con decreto del 29 floreale e il generale in capo Macdonald con due decreti del 3 pratile ordinarono a queste communi di abbassare le armi e di ricevere la guarnigione francese, sotto la minaccia di essere distrutte e rase al suolo. Queste minacce che non ebbero effetto aumentarono l’audacia degli aretini. Essi fecero delle incursioni nei comuni circostanti prelevando grani, bestiame, armi e casse pubbliche” .

 

FOTO

1 – Stampa che raffigura l’uccisione del colonnello Chamand, al Ghetto di Vitiano.

2 – Palla di piombo ed elsa di sciabola, rinvenuti al Ghetto di Vitiano e, secondo l’esperto di armi Guido Stocchi, compatibili con lo scontro del 14 maggio 1799.

3 – Veduta aerea dell’allora Strada Regia (oggi SR 71), tra il Ghetto e Rigutino, dove avvennero i più cruenti scontri tra popolani e polacchi.

4 – Elenco dei popolani morti a Rigutino (Registro dei Morti).

5 – Ex Voto “Per Grazia Ricevuta”, offerto alla Madonna del Conforto: vi sono raffigurati due cavalleggeri polacchi che feriscono ripetutamente un contadino, a valle di Policiano (proprietà di don Natale Gabrielli).

6 – Due delle tegole che proteggevano due scheletri, in loc. Oliveta, a Policiano. Essendo di fattura post-medioevale, hanno fatto pensare a probabili sepolture di soldati polacchi.

7 – Dichiarazione del Pievano di Battifolle, dei danni che “ha dovuto soffrire” un suo parrocchiano, “dalle Truppe Pollacche”. Vi appaiono rubati, tra le altre cose, una cavalla, una mula e cacio per 46 lire (Foto di Martino Martini).

8 – Due sciabole rinvenute nella ex Villa Pontenani, a Val di Colle. Secondo Guido Stocchi, una era del Capitano Pontenani, mentre l’altra potrebbe essere di un ufficiale polacco. (Proprietà degli eredi del compianto Nanni Palleggi).

9 – I tre giovani morti a Malafrasca. (Registro dei Morti di San Giustino – Foto di Pandolfo Pandolfi).

10 – Epigrafe della cappella di Villa Cicaleta a Sant’Angelo di Cortona (anno 1800).

11 – Scritta dipinta nella chiesa di Ottavo, nel 1807.

12 – Villa Roselli a Pieve a Quarto. Sul colombaio si intravede la lapide in pietra.

13 – Lapide di Villa Roselli a Pieve a Quarto, che ricorda l’incendio appiccato dai polacchi (anno 1799).

 

 

 

7 – La situazione nei centri attorno ad Arezzo

 

Come abbiamo detto nella prima puntata, nei primi di maggio 1799, vi furono insurrezioni antifrancesi in molti paesi e città della Toscana. Ma, i loro sviluppi furono alquanto variegati rispetto all’insorgenza di Arezzo e, molto spesso, dopo la prima fiammata, fu riportata la calma e l’obbedienza verso il governo di Firenze.

Guardiamo in breve cosa accadde nei paesi vicini ad Arezzo.

Castiglion Fiorentino era insorto la sera del 5 maggio, quando alcuni suoi abitanti atterrarono e arsero l’albero della Libertà.

A differenza di altre località, qui si conservarono negli incarichi i funzionari esistenti, come il Vicario, il Capo della Comune nonché ex Gonfaloniere ed i Consiglieri della Magistratura Comunitativa. Essi continuarono a prendere ordini dal Governo di Firenze. La popolazione, invece, assieme ai “capi-popolo” si pose dalla parte degli insorti aretini. In questo clima anarcoide, stimolati dalla stessa popolazione, cercarono di prendere le redini alcuni personaggi molto conosciuti e apprezzati, come il conte Orlando Paglicci, ex Capitano delle Bande Granducali. Fu quindi creata una “Deputazione per la Quiete Pubblica”.

Dice il Ghizzi che “Castiglione fu restio a partecipare all’insurrezione per naturale taccagneria e per ritrosia verso Arezzo: molta incertezza e titubanza a decidersi, ed aspettare di esser chiamato; il paese esser dominato da persone di poco cuore e meno testa”.

Dopo il passaggio dei Polacchi, i Castiglionesi richiesero il perdono al Governo di Firenze e utilizzarono subito il certificato del Generale Dabrowski, nonché la presenza nelle carceri paesane dei 4 polacchi e di un disertore della Repubblica Romana (originario di Città di Castello), in tal modo salvati dal massacro da parte dei popolani del contado. (Foto 1 e 2).

Castiglioni ottenne oltre all’immediato perdono, persino un elogio dal generale Gaultier: “La conduit de la Commune de Castiglione Fiorentino mérite quelques regards en raison de l’Humanité qu’elle à demontré en recuillant au son sein les quatre Polonais”.

CORTONA era insorta alle ore sei del 6 maggio, dopo che la sera precedente erano stati visti tanti fuochi nelle campagne circostanti. Era giorno di fiera e molta gente, fin poco dopo l’alba, si trovava nell’area del mercato. A un certo punto, era arrivato un corriere per il locale comandante francese e si era messo a gridare che gli austriaci erano arrivati a Firenze. Immediatamente la gente esplose in irrefrenabile contentezza, sfociata in un tumulto.

Fu “arrestata” la guarnigione francese, compreso il suo comandante, il tenente Iacobay, un ufficiale dal contegno corretto e pieno di tatto, che si era guadagnata la stima dei cortonesi.

Bruciato l’albero della libertà, in un caos indescrivibile, la popolazione creò un governo provvisorio formato da elementi di estrazione nobiliare, che cercarono in tutti i modi di riportare alla calma la gente.

Dopo gli scontri del 13-14 maggio con i polacchi, i maggiorenti cortonesi cercarono di liberarsi in fretta degli aretini e dei castiglionesi, che erano accorsi in armi a difendere Cortona.

Appena soli, il Vescovo Alessandri, il Proposto Curzio Venuti (parroco della Cattedrale), il clero cortonese e “i Nobili tutti”, ricondussero “nel retto sentiero i pochi faziosi”: si recarono dal Iacobay, ancora agli arresti, e provarono a convincerlo ad accettare un pacifico ritorno sotto i francesi. Iacobay accettò e, così, il 15 maggio il Cancelliere poteva già scrivere al Soprasindaco a Firenze: “oggi la rivolta è cessata e l’ordine si ristabilisce, atteso il perdono stato formalmente accordato ai rivoltosi in nome della Repubblica Francese, dal cittadino Jacobay comandante di questa Piazza”.

I Cortonesi avevano appena ricevuto il perdono, che arrivò la notizia di una colonna di soldati francesi in avvicinamento. Una delegazione cortonese si recò a parlamentare con il comandante della colonna, chiese il perdono, lo ottenne e, così, il 16 maggio 1799, 1.500 Francesi poterono entrare indisturbati in quella stessa Cortona che solo tre giorni prima – aiutata da poche centinaia di Castiglionesi e Aretini – aveva respinto ben 4.400 soldati Polacchi.

FOIANO – Il 6 maggio fu spedita, dalle autorità di Foiano, una lettera al Presidente del Buongoverno di Firenze; vi si diceva che, “questa mattina alle ore 9, c’è stata una sollevazione”. La popolazione foianese aveva dato vita ad una sommossa. Il tutto era avvenuto perché alcuni ortolani provenienti da Cortona e da Castiglion Fiorentino, avevano portato la notizia (falsa) che gli Austriaci erano già entrati in Firenze ed avevano cacciato i Francesi. Tutto il giorno vi fu grande agitazione con tumulti e proteste. Venne rimessa nel Monte Pio la statua dell’ultimo Granduca dei Medici, Gian Gastone, furono usate violenze su alcuni filofrancesi.

La sera si tenne una riunione dei Rappresentanti foianesi, alla presenza del Podestà. Fu deciso di sospendere “l’esecuzione di qualunque partito che riguardi le feste già ordinate per il Governo Francese” e di spedire un espresso a un foianese dimorante in Firenze, affinché si informasse su chi comandava veramente e riferisse in tempi rapidi.

Il giorno 8 maggio venne adunata la popolazione per organizzare una Truppa Nazionale che fu affidata a Gaetano del Soldato.

Intanto, arrivarono le notizie richieste al concittadino di Firenze e si seppe che ancora comandavano i Francesi. Quindi, lo stesso 8 maggio, “nella chiesa della SS. Trinità di Foiano, alla presenza della massima parte dei Capifamiglia di detto luogo, invitati con precedente suono di tromba con la presenza del Giusdicente, d’unanime vocale consenso stabilirono e determinarono”:

– di rimettere le cose come erano prima del 6 maggio, giorno del tumulto.

– “I Padroni poi inculcheranno con tutto l’ardore ai rispettivi loro lavoratori di terre e dipendenti di starsene quieti”.

Il 12 maggio alcuni rappresentanti di Foiano andarono a Firenze dal Reinhard, al fine di scusare il Paese per la sommossa del 6 maggio e implorare il perdono. Il Reinhard rilasciò loro un Certificato, da utilizzare nei confronti di eventuali Comandanti Francesi, che fossero giunti in Foiano per reprimere la rivolta o per delle rappresaglie. Vi era scritto che “i Deputati della Comune di Foiano si sono presentati a Lui per detestare un errore momentaneo e per prostrare la sua sommissione alle Leggi della Repubblica Francese”.

Queste vicende fecero sì che, il 13 maggio, non si tenesse più la cerimonia per innalzare l’albero della Libertà. Infatti, da una relazione della Magistratura foianese dell’11 novembre 1799, sappiamo, che “la divina Provvidenza per singolare privilegio di questa Terra non ha permesso in tempo del già deprecabile Governo Francese, fosse eretto nella Piazz’Alta di detta terra l’infame e tartareo Albero così detto della Libertà o Libertinaggio”. Fu quindi deciso di non riempire la fossa, ma che essa servisse per innalzare una statua al Granduca Ferdinando III.

Foiano fu, dunque, l’unica località intorno ad Arezzo, dove non fu innalzato l’albero della Libertà.

MONTE SAN SAVINO – Già il 3 maggio al Monte ci furono dei tumulti, che verosimilmente interessarono anche la Nazione Ebrea. Il 4 maggio furono deputati due cittadini per recarsi ad Arezzo per riferire al Lavergne quanto accaduto. Il 5 maggio Lavergne inviò a Monte San Savino il Capitano Cisalpino Trolli, con quattro Ussari. Questo ne fu il motivo, testimoniato da Domenico Bacconi: “la sera in compagnia di molti altri avevo fatto «Eviva Maria intorno all’albero della libertà», detto Poggi venne in Arezzo insieme con Agostino Andreoni e Lorenzo Sestini a prendere della Truppa Francese per farci arrestare e se non era l’Arciprete del Monte saressimo stati tutti arrestati”. Anche Marco Roncucci testimonia che “vennero i Pollacchi da Arezzo al Monte S. Savino per arrestare alcuni che avevano fatto l’Eviva Maria in disprezzo dell’Albero della Libertà”.

Il 6 maggio, anche a Monte San Savino, alla falsa notizia dell’arrivo degli Austriaci in Firenze, la popolazione scese in piazza in massa, si recò ad abbattere e bruciare l’albero della libertà e presidiò le porte paesane, onde evitare che i “giacobini” locali fuggissero. Poi, una gran folla assalì il Ghetto “spezzando quelle porte esterne, ed interne delle case, che avevano chiuse, coll’intenzione di sacrificarli [gli ebrei, n. d. a.] ad un entusiasmo micidiale: alcuni compassionevoli s’opposero alla sanguinosa esecuzione, ma si unirono a trasportarli nelle carceri, ove tra vecchi, adulti e giovinetti, furono tradotti in mezzo ad insulti, invettive, e minacce, massacrati da colpi e lividi di percosse”.

Per tenere tranquilla la popolazione ed evitare eccessi, “sotto la direzione di Ufiziali eletti ad alta voce popolare” venne costituita una Truppa di volontari. I giorni seguenti l’insorgenza, i Savinesi si misero in contatto con gli Aretini e collaborarono attivamente alla comune difesa.

Dai documenti sembrerebbe che, dopo qualche giorno, la calma fosse tornata al Monte e la truppa arrestasse i presunti colpevoli della sommossa. Infatti, il 24 fiorile (13 maggio) il Presidente del Buongoverno scrisse al Vicario del Monte per chiedere che verificasse se le persone arrestate dagli abitanti del luogo erano “realmente i promotori e i capi della seguita insorgenza”.

Il 19 maggio la Magistratura Savinese spedì al Soprasindaco della Camera delle Comunità una lettera con cui lo informava che “con l’aiuto del Parroco, dei sacerdoti e dei ministri finisce l’insurrezione iniziata il 6 maggio”. Sperava adesso, assieme al popolo, nel perdono francese.

Rassina. Da una lettera – proprietà di Giovanni Moneti – scritta da un funzionario della cancelleria di Rassina, al fratello dottor Filippo Ticciati in Firenze e datata 14 maggio 1799, sappiamo che dopo una sollevazione avvenuta i primi di maggio, era tornata la calma. Poi, il precedente sabato, 11 maggio, era arrivato a Rassina un commissario Aretino, con 60 uomini:

“Qua era tutto tornato in calma dopo una piccola scintilla di insurrezione, originata più dall’esempio dei circonvicini paesi che da un vero spirito di ribellione, quando per riaccenderla giunse qui sabato sera un Commissario Aretino con sessanta uomini armati, che vennero per coalizzarsi con questi paesi. Da quest’epoca si riaccese la rivolta in tutta la sua estensione, e furono subito sostituite alle Tricolori le Cuccarde Imperiali e Nazionali”. […]

 “Il Cancelliere alla voce sparsasi il giorno di questo arrivo si era portato a Poppi da quel Vicario per protestarsi che egli non sarebbe stato più in grado di dare esecuzione agli ordini venuti da Firenze atteso la forza armata, e per domandargli come doveva contenersi. Sicché io solo (e figuratevi con che coraggio) fui obbligato ad andare a trovar quartiere a detta Truppa”. […] “Giovedi andai a Subbiano a fare Incanto. Appena vi fui arrivato cominciarono a fare un bisbiglio, e discorrevano di volermi arrestare perché non avevo la cuccarda Imperiale, sicché dovei mettermela per non correre questo pericolo. Similmente il Donzello sarebbe stato arrestato se non era sollecito a fuggire, perché fu da noi mandato a pubblicare gli ordini del Governo. Con tutte queste cose immaginatevi in quali afflizioni ci troviamo. Io sono stato tentato mille volte di tornarmene a casa, ma dato luogo alla ragione, ho creduto di non dover precipitare questo passo senza prima sentire cosa ne pensate voi, e cosa ne pensa nostro Padre, al quale manderete subito la presente, perché sappia anch’esso lo stato critico nel quale mi trovo. Quando mi scrivete scrivetemi con cautela, perché qui sono aperte tutte le lettere, arrestati, e frucati tutti i forestieri soprattutto astenetevi dal darmi delle nuove. … Addio”. (Foto 3 e 4)

 

 

Insomma, dopo il passaggio della Legione polacca, uno a uno, gli “alleati” di Arezzo ritornarono all’obbedienza verso il governo francese. Gli aretini, invece, sospettando severi castighi per l’accoglienza riservata al Dabrowski e ai suoi soldati, si impegnarono nell’accrescimento della loro forza militare e nell’espansione del territorio da essi controllato.

 

FOTO

1 – Lettera del Presidente del Buongoverno al Vicario di Castiglion Fiorentino, del 2 Pratile (21 maggio), con cui comunica che il Generale Gaultier, visto il comportamento della Comune, assicura che non ci saranno rappresaglie.

2 – Lettera del Comandante della Piazza di Cortona, Guillot, al Vicario di Castiglion Fiorentino, del 3 Pratile (22 maggio), con cui si consiglia di inviare dei deputati a Firenze, per ufficializzare la sottomissione al Governo.

3 – Lettera di un funzionario della Comune di Rassina, al fratello dottor Filippo Ticciati, in Firenze, del 14 maggio 1799. Proprietà Giovanni Moneti.

4 – Prima pagina della Lettera di un funzionario della Comune di Rassina, al fratello dottor Filippo Ticciati, in Firenze, del 14 maggio 1799. Proprietà Giovanni Moneti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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