6 maggio 1799: l’insorgenza aretina. Appronfondire la storia per non lasciarla in ostaggio delle ideologie

Ciò che accadde ad Arezzo sul finire del ‘700 non ha alcuna rilevanza politica per noi oggi e non può essere attualizzata in alcun modo. E’ storia e basta.

E’ la storia dello scontro tra le truppe di occupazione francesi – pochi reparti lasciati qui – portatrici di una visione laica e rivoluzionaria dello stato, che ha ispirato nei due secoli successivi tutte le democrazie europee (ma pur sempre di truppe di occupazione si trattava) che cercavano soldi e rendite dagli aretini per combattere le loro guerre altrove e che si contrapposero perciò alle popolazioni locali, che resistettero abbarbicate alle loro radici, alla loro storia, allo stato che conoscevano e in cui legittimamente si riconoscevano, peraltro tra i piu’ moderni d’Europa.

Peccato che la storia locale non faccia quasi mai parte in alcun modo di alcun piano di studi.

Per questo Informarezzo, in occasione dei 220 anni dall’inizio di quella serie di fatti, rispettando le date esatte degli eventi, ripubblicherà una serie di articoli che il nostro concittadino Santino Gallorini, preparò per questo giornale nell’estate di 5 anni fa. 

Non si tratta di celebrare una ricorrenza che si vorrebbe far sventolare come una bandiera autonomista, ma di approfondire invece storicamente quelle convulse giornate di rivolta, che coinvolsero il popolo della città di Arezzo.

Poichè, se la storia è sempre degna di studio, è inutile ricercare qualunque critica di natura etica in questo studio, nè tantomeno insegnamenti morali o addirittura farne strumento di polemica ideologica. Per quella bastano e avanzano i fatti dei nostri giorni, senza la pretesa di utilizzare accadimenti di oltre due secoli fa a scopo infantilmente pedagogico.  

Agli uomini del terzo millennio, non è concesso alcun tipo di giudizio morale o politico su eventi che abbisognano solo di autentica ricerca archivistica e verità storica. 

E’ dunque il momento di far parlare solo i documenti. 

Ringraziamo Santino Gallorini per l’analisi che ci ha offerto, approfondendo l’argomento a cominciare dai documenti ritrovati presso l’archivio di stato e in alcune collezioni private

La semplicioneria dilettantistica con cui l’insurrezione è stato liquidata fino ai tempi recenti, assume ben altro valore grazie all’opera di ricerca fatta da Santino e la dice lunga sul lungo sonno degli storici locali, troppo impegnati a ricercar torti e ragioni, così che han preferito affidarsi alla vulgata dell’epoca, anzichè andare a cercarsi una verità storica che sembrava fino a ieri fin troppo scontata.  

Documenti e diari hanno fatto luce su una vicenda collettivamente rimossa, quasi con vergogna dalla memoria del nostro popolo, liquidata sbrigativamente come un semplice atto reazionario che condusse infine alla carneficina antisemita. 

(Paolo Casalini)

1 – L’occupazione francese

Il Viva Maria di Arezzo fu una delle tante insurrezioni o “insorgenze” antifrancesi, che caratterizzarono i molteplici territori europei, occupati dalle armate rivoluzionarie prima e napoleoniche successivamente. Infatti, mano a mano che l’espansionismo francese, raggiungeva nuovi paesi, immancabilmente dopo qualche tempo, scoppiavano rivolte popolari, che inevitabilmente venivano represse nel sangue, alimentando una spirale di odi e rancori difficile da sopire. Ma, ad Arezzo, rispetto ad altre realtà, l’insorgenza ebbe successo e questo si deve ad un “garbuglio”, come lo ha chiamato il compianto prof. Roberto Salvadori, nella sua Prefazione a un mio libro: “… Emerge così che quel garbuglio deriva dal concorso di vari fattori. Il dramma del “Viva Maria” aretino, infatti, vede sulla scena molti attori, molti protagonisti: da un lato i contadini, la nobiltà locale, il legittimo governo granducale, il Senato fiorentino, il clero, gli eserciti messi in campo dall’Austria e dalla Russia contro le armate napoleoniche; dall’altro i francesi, i giacobini (o patrioti) italiani, a cui si possono aggiungere gli ebrei portati naturalmente a simpatizzare con la Francia rivoluzionaria che li ha proclamati cittadini come tutti gli altri”. Vediamo i vari aspetti del “Viva Maria”, cercando di portare ancora un po’ di luce in quell’avvenimento del quale, lo stesso Salvadori ha scritto: “Nell’età moderna è l’unico esempio di protagonismo di Arezzo, città in precedenza (e anche in seguito) dimenticata e perfino umiliata”.

Già alcuni anni prima dell’arrivo dei francesi, in Arezzo e nei paesi ad essa vicini, vi erano state alcune sommosse, legate ai forti rincari dei prezzi dei generi alimentari, in particolare del pane. Infatti, sia nel 1790, che nel 1792 e nel 1795, tumulti annonari avevano portato anche all’assalto di forni e negozi alimentari. Veniva attribuita la responsabilità di tali aumenti, ai provvedimenti di libero mercato, adottati dal Granduca Pietro Leopoldo e dai suoi ministri. E giacché ormai a Firenze c’era il figlio di Pietro Leopoldo – asceso al trono imperiale di Vienna nel ’90 e morto precocemente nel ’92 – il Granduca Ferdinando III, si cercava di spingerlo a revocare i provvedimenti paterni, non solo quelli economici, ma anche le riforme che avevano caratterizzato la sfera religiosa.

Dal 1796, poi, con il Miracolo della Madonna del Conforto, il territorio aretino e quello circostante, furono percorsi da un grande fermento religioso, che come un ciclone investì la religiosità di tutti gli abitanti. Questo rinnovato e rinverdito sentimento religioso contribuì di certo, in seguito, a far giudicare ancor più negativamente le tante azioni, perpetrate contro i vari aspetti religiosi, dagli occupanti transalpini e dai loro sostenitori locali, chiamati “Giacobini” o “Patriotti”.

Ben prima del loro arrivo nella Toscana e ad Arezzo, le truppe rivoluzionarie francesi avevano sparso molta diffidenza, scetticismo e avversione, nelle nostre popolazioni. Se fin dal 1796, con la temporanea occupazione del porto di Livorno da parte del generale Bonaparte – occupazione terminata l’anno dopo, dietro il pagamento di un milione di lire da parte del Granducato – le simpatie filo francesi erano crollate al minimo, l’occupazione del limitrofo Stato della Chiesa fece il resto.

Infatti, le notizie, portate dai mercanti e dai profughi umbri, delle feroci rappresaglie, operate dai soldati francesi a seguito delle altrettanto feroci ribellioni antifrancesi, avvenute nell’aprile 1798 a Città di Castello, a Castel Rigone ed a Magione, portarono a un vero terrore verso i transalpini, ormai alle porte dello stesso Granducato di Toscana.

Poco tempo dopo, gli aretini videro transitare per il loro territorio lunghi convogli di carri, carichi fino all’inverosimile di ex voto in argento e di altri oggetti e suppellettili religiose – trafugate nelle chiese umbre e laziali e dirette verso Parigi. Questo, ovviamente, fece aumentare la loro diffidenza nei confronti della stessa Francia che incominciarono a ritenere priva di pietà religiosa.

In questo contesto, si arrivò all’invasione della Toscana. Un’invasione illegittima dal punto di vista del Diritto internazionale, visto che il Granduca aveva in più occasioni manifestato la propria neutralità nei confronti della guerra, già in atto fra le varie potenze europee. La medesima Francia aveva riconosciuto ufficialmente lo statusneutrale del Granducato, ma questo non bastò a evitare l’occupazione militare. Infatti, il 24 marzo 1799, le truppe francesi passarono il confine della Toscana di nord-ovest e si diressero verso la capitale.

Il 25 marzo, il Generale Paul-Louis Gaultier entrò in Firenze e il 27 il Granduca Ferdinando III partì per Vienna, portandosi dietro solo le cose personali e invitando i Toscani ad obbedire ai nuovi governanti.

Negli altri stati italiani, in precedenza occupati, la Francia aveva instaurato delle repubbliche “sorelle”, ma ormai la spinta rivoluzionaria si stava affievolendo e le nuove occupazioni non avvenivano per “liberare” le altre Nazioni, ma per aumentare il bacino da cui trarre sostentamento per la Grande Armée. Considerando anche le poco positive esperienze delle repubbliche Cisalpina, Romana e Partenopea, nella Toscana si preferì insediare un governo provvisorio con a capo un Commissario Governativo, Charles-Frédéric Reinhard, per le competenze amministrative e giudiziarie ed il Generale Gaultier per le questioni militari.

Anche per quanto riguarda il settore legislativo, gran parte delle leggi granducali fu lasciata in vigore, così come molti degli alti funzionari granducali, furono mantenuti al loro posto, salvo il Direttore delle Poste ed il Presidente del Buongoverno (Capo della Polizia).

Tra i pochi cambiamenti effettuati dal nuovo governo, il più importante fu la creazione di 11 Municipalità e l’istituzione di una Guardia Nazionale. Arezzo divenne dunque sede di una Municipalità.

Arezzo fu occupata il 6 aprile 1799. In mattinata arrivarono pochi soldati francesi: otto ussari al comando del Capitano Joseph Lavergne e di un altro ufficiale della Repubblica Cisalpina, il Capitano Trolli. La maggior parte degli aretini non fece alcun festeggiamento ai nuovi arrivati, che trovarono un clima alquanto freddo. I giorni seguenti arrivarono altri soldati.

I francesi occuparono il Palazzo vescovile ed il Seminario dove installarono, rispettivamente, il comando e gli alloggi per i soldati.

Il 14 aprile si tenne in Piazza Grande la solenne cerimonia per l’innalzamento dell’Albero della Libertà, ma anche in questo caso, oltre agli scarsi giacobini aretini, intervennero poche persone, in particolare alcuni “miserabili” a cui era stata promessa l’elemosina di un soldo alla fine della cerimonia. Lo stesso giorno un Commissario francese, venuto da Firenze per insediare la nuova Municipalità, se ne tornava via con 7.000 scudi prelevati dalle esauste casse comunali aretine.

Il 18 aprile la Municipalità aretina emanò un bando per costituire la Guardia Nazionale, ma nonostante le direttive fiorentine, che prevedevano l’adesione volontaria, ad Arezzo si obbligarono a prestare servizio tutti i “cittadini” maschi, fra i 20 ed i 60 anni, di qualsiasi ceto e condizione. Questa misura contribuì molto ad esacerbare gli animi degli aretini, anche perché si arrivò a far marciare spalla a spalla il contadino e il proprietario terriero, il povero e il ricco, l’ebreo e il sacerdote cattolico. E per la mentalità dell’epoca, si trattò d’inutili provocazioni, imposte dai giacobini locali.

Verso la fine di aprile, iniziarono a peggiorare vistosamente le condizioni economiche dell’intero territorio aretino, con penuria di grano e conseguente aumento del prezzo. Ovviamente, ne furono ritenuti responsabili i nuovi governanti e i loro sostenitori. Intanto, le continue offese (vere o presunte, poco importa) dei giacobini verso la religione, i sacerdoti e i credenti facevano salire l’ostilità del popolo nei confronti del mutato governo.

A nulla valsero i tentativi, fatti dalla Municipalità aretina, anche su direttive fiorentine – in particolare del Presidente del Buongoverno –  volti a migliorare le condizioni economiche dei più poveri, cercando di stimolare “i facoltosi, i mercanti ed altri” a immettere sul mercato cereali e altre mercanzie.

In questo contesto, di per sé esplosivo, iniziarono ad arrivare le notizie delle ripetute sconfitte inflitte ai francesi dalle Armate Austro-Russe nell’Italia del Nord.

I primi giorni di maggio iniziarono molti tumulti e vere insorgenze antifrancesi in molti paesi e città della Toscana.

Il 5 maggio vi furono tumulti a S. Giovanni Valdarno, Montevarchi, Civitella, Lucignano e Castiglion Fiorentino. L’obiettivo delle folle tumultuanti fu quasi sempre l’albero della Libertà, simbolo dell’occupazione francese. Il giorno dopo – 6 maggio 1799 –  insorsero contro i francesi le popolazioni di Monte San Savino, Foiano, Cortona, Poppi, Sansepolcro, Montepulciano e Arezzo.

Arezzo, mattina del 6 maggio 1799.

Alcuni minuti prima delle ore 8, nella parte alta dell’attuale Corso Italia, vicino a Piazza Grande, la gente che già aveva dato inizio alle sue attività artigianali e commerciali, unita a coloro che erano venuti in città per acquisti o per vendere animali da cortile e prodotti agricoli, nel discutere dell’attualità – fatta, come sappiamo, di diffuse rivolte antifrancesi nei paesi circostanti – iniziò ad eccitarsi, a levare clamori, a strapparsi la coccarda tricolore dai cappelli, a gridare: “Viva Maria”, “Viva l’Imperatore” e “Viva Ferdinando”.

Come ben sappiamo, l’essere in tanti a condividere uno stato d’animo, favorisce l’eccitazione, specialmente nei soggetti meno riflessivi. Fatto è che, un tal Peruzzi di Fontiano – “scemo di mente” o “demente” lo definiscono le cronache coeve – esaltato da tutti quei clamori e da quelle intemperanze antifrancesi, si mise a gridare “chi mi dà una scure per abbattere l’albero?”.

Fu come gettare benzina sul fuoco. A tutti i presenti, si manifestò chiaramente il primo obiettivo dove sfogare la loro rabbia repressa. Infatti, a pochi passi, in Piazza Grande, c’era l’Albero della Libertà, simbolo dell’odiato occupante straniero. Tutti corsero in Piazza e tra urla e imprecazioni, si accanirono sull’Albero.

Poco dopo l’inizio delle agitazioni (verso le ore 8), arrivò da Porta S. Spirito, nell’attuale Corso Italia, una “vuota e miserabile” carrozza trainata da “due scarni ronzoni”, con nel sedile anteriore un vecchio e accanto una vecchia che agitava una bandiera austriaca. La carrozza risalì il Corso, “seguita da un tale armato d’archibuso e da un altro di forcone di ferro da scuderia”; svoltò a sinistra per il canto de’ Bacci verso la Piaggia di S. Piero (via Cesalpino), imboccò via degli Albergotti e si diresse per l’attuale via Vasari verso Piazza Grande, fermandosi di fronte al primo arco delle Logge Vasari.

Evidentemente, lo scopo della messinscena era quello di richiamare l’attenzione popolare sulla bandiera imperiale, per far credere che gli austriaci fossero già entrati in Toscana. Anche in altri centri (Montevarchi, Terranuova, San Giovanni …), era bastato far sventolare una bandiera imperiale, per incendiare gli animi e far scoppiare rivolte antifrancesi. Ma ad Arezzo, non ci fu bisogno di quell’incitamento, che arrivò a tumulto già iniziato.

Si è spesso discusso sul luogo di provenienza della carrozza – definita da certuni, pomposamente, quadriga – ipotizzando la Fattoria granducale di Frassineto, ma al momento non ci sono certezze, mentre sappiamo che l’Agente di quella Fattoria, Giuliano Mannucci, da documenti della Presidenza del Buongoverno, a più di un mese dall’insorgenza aretina, il 10 giugno, risultava ancora fedele al nuovo corso francese. Così come la versione, che vuole i popolani aretini aver identificato nei due vecchi San Donato e la Madonna del Conforto, traendone impulso per l’insorgenza, non la troviamo mai nelle cronache coeve e nelle ricostruzioni più autorevoli degli eventi del 6 maggio.

Abbiamo lasciato i popolani aretini in Piazza Grande. Dopo aver abbattuto a colpi di scure l’Albero, si stavano impegnando nell’erigere una croce al suo posto, quando “comparvero 200 contadini armati di fucili, picche, falcioni ecc., con alla testa un Rossi delle Poggiola”, che entrati in Città si recarono versola Pieve e Piazza Grande, accrescendo il numero degli esagitati.

Tutto quel chiasso, quelle grida, quegli schiamazzi, richiamarono l’attenzione di due ussari che erano di guardia al Palazzo Vescovile, sede del Comando Francese.

I due militari, salirono sulla Torre del Comune per capire da dove provenissero le urla. Una volta individuata la zona, ridiscesero, montarono a cavallo e si diressero in Piazza Grande, caricando la folla con la sciabola e sparando con le pistole, nel tentativo di disperdere i tumultuanti.

In realtà, ottennero l’effetto opposto. Infatti, alcuni popolani risposero al fuoco dando vita ad una breve, ma intensa sparatoria con alcuni feriti e qualche morto.

Vista l’impossibilità di riportare l’ordine e la calma, gli ussari scapparono verso il Vescovado, inseguiti dai popolani, ormai furiosi alla vista dei colpiti dal fuoco francese.

Di fronte al Palazzo Vescovile ci fu un’altra sparatoria, con qualche morto sia fra i francesi che fra i popolani aretini. Dai documenti, il 6 maggio risultano morti due soldati francesi e tre popolani, dei quali uno di Chiani e due di Battifolle.

Visto che continuava ad arrivare gente e considerando le esigue forze a disposizione, il capitano Lavergne ordinò di rientrare nel Palazzo. Quindi, i francesi si diedero alla fuga attraverso gli orti del vescovo e quindi per via Madonna Laura, uscendo poi per Porta S. Clemente.

I transalpini, guidati dal capitano Trolli, proseguirono lungo l’Arno verso Firenze, facendo una sosta a Montevarchi, dove erano rientrati i disordini antifrancesi del giorno precedente, furono accolti fraternamente e curati i feriti. Il giornale filo francese di Firenze (Il Monitore Fiorentino) segnalò il solidale comportamento di Sandrina Mari, che ancora, evidentemente, non si era convertita alle ragioni dell’insorgenza: “La bella Cittadina Mari gli fornì delle fasce e delle fila occorrenti”. Purtroppo, uno dei soldati francesi feriti in Arezzo morì e fu sepolto in Montevarchi.

Arezzo era ormai libera dai francesi e i pochi giacobini o si diedero alla fuga o si rinchiusero nelle proprie abitazioni.

Appena si diffuse la notizia della partenza precipitosa dei soldati francesi, la città fu travolta da un’ondata di euforia, ma anche da una confusione ed una pericolosa anarchia. Ci fu anche chi si diede a cercare presunti giacobini ed ebrei, per portarli nelle carceri. Furono arrestati circa 35 presunti giacobini (tra cui sette donne e un prete) e una quindicina di ebrei, ritenuti filo-francesi, a prescindere. Un testimone annotò che fu una “giornata di vera costernazione, convenendo girare in mezzo a fucili, sciabole, pistole, stili …” .

Per evitare il peggio, il medesimo giorno le persone più influenti della città, cercarono di ripristinare una qualche forma di governo locale, ma costatata l’assenza di molti dei membri della Magistratura comunale (perché fuggiti, ammalati o in prigione), si cercarono altre soluzioni.

Alla fine, fu deciso di affidare il governo della città ad esponenti dell’aristocrazia ed a personaggi stimati e rispettati dal popolo, che andò a prelevarli presso le proprie case “a bandiere spiegate”.

Fu così formata la Deputazione del Governo Provvisorio della Città di Arezzo per S. A. R. Ferdinando III, (Suprema Deputazione) suddivisa in un Governo Civile ed in un Governo Militare.

Governo Civile: Deputati Effettivi: cav., priore, barone Carlo Albergotti, cav. Tommaso Guazzesi, dott. Francesco Fabbroni, dott. Niccolò Brillandi (giureconsulto), capitano Luigi Lorenzo Romanelli

Deputati Onorari: cav. Angelo Lippi, dott. Francesco Vivarelli-Fabbri, Girolamo Perelli, Anton Francesco Ruscelli, Vincenzo Paolucci, Francesco Pierazzi.

Segretario generale: Benedetto Mancinotti, monaco benedettino-cassinese.

Segretario Attuale: Stanislao Fini.

Governo Militare: cav. Angelo Guillichini (Comandante in capo), cav. marchese Giovan Battista Albergotti (Maggiore della Piazza), capitano Giuseppe Herry, conte Giovan Battista Brozzi (Maggiore), Giuliano Girolamo Montelucci (Maggiore).

Il Guillichini era Capitano di Vascello del Granduca, Giovan Battista Albergotti aveva prestato servizio quale ufficiale nella Marina di Malta.

Fin dal medesimo 6 maggio, la Suprema Deputazione si impegnò per formare un “armamento locale troppo necessario per la difesa della Città”. Furono così invitati gli aretini a “darsi in nota” per costituire un corpo di almeno 200 armati “per vigilare alla comune e privata sicurezza” ed aiutare così, “quelli che si affaticano per il ritorno della pubblica quiete”.

L’intento della Suprema Deputazione era quello di contenere i disordini, più che prepararsi a combattere i francesi, con i quali ipotizzava di dover concordare un onorevole rientro incruento e senza rappresaglie per la città.

Quella dell’immediata creazione di una “truppa” armata fu un’esigenza comune anche ad altri centri insorti in quei giorni contro i francesi, come Cortona, Castiglioni, Foiano e Monte San Savino. Il motivo sempre il medesimo: frenare eccessi, violenze, “carcerazioni a capriccio”, saccheggi ed altri atti proditorii. Ovviamente, si nascose al popolo la verità, spiegandogli che questa truppa serviva per difendere i centri abitati dal possibile ritorno dei francesi.

Per informare la popolazione e farle conoscere le disposizioni della Suprema Deputazione, furono stampati ed affissi in Arezzo molti proclami ed avvisi. Queste stampe portavano quasi sempre l’intestazione “Religione – Lealtà – Costanza”, che si contrapponevano al “Libertà – Uguaglianza” dei bandi francesi.

Fin dai primi giorni dell’insorgenza, la Suprema Deputazione, con intelligenza e prudenza cercò di tenere calme le teste più calde e allo stesso tempo ricercò contatti “sotterranei” e discreti con il governo francese di Firenze, al fine di riportare Arezzo all’obbedienza senza far subire alla città gravi rappresaglie militari e/o economiche.

Se da un lato essa continuava ad arruolare uomini per formare un corpo militare, operava lavori di fortificazione della città e si procurava armi e munizioni, da un altro spediva emissari a Firenze e cercava la mediazione di alte personalità, come il Vescovo di Sansepolcro, Costaguti, tenuto in buona considerazione dal governo francese e successivamente accusato di “giacobinismo” dai suoi fedeli più oltranzisti

L’insorgenza aretina: moto spontaneo o piano prestabilito?

Sono più di due secoli che si discute se, l’insorgenza del Viva Maria di Arezzo, sia stato un evento spontaneo e casuale oppure si sia trattato di un piano, ben congegnato fin nei minimi particolari e riuscito perfettamente.

Ovviamente, se piano ci fosse stato, esso sarebbe stato preparato da elementi dell’aristocrazia di Arezzo e delle sue campagne, con l’ausilio dell’alto clero, i cui esponenti erano in gran parte soggetti provenienti dalle medesime famiglie dell’elite aretina: Albergotti, Brozzi, Guazzesi ecc.

C’è chi sostiene a spada tratta un’ipotesi e chi l’opposta. Anch’io negli anni Novanta, all’inizio delle mie ricerche, basandomi perlopiù su documentazione memorialistica e ricostruzioni di poco posteriori agli eventi del 1799, mi ero convinto dell’esistenza di un piano, per far insorgere il popolo aretino. Poi, consultando le migliaia e migliaia di documenti dell’Archivio di Stato di Firenze, dell’Archivio di Stato di Arezzo e degli Archivi comunali dei centri della Valdichiana, mi sono fatto un’idea diversa. E, al momento, non sono bastati a riportarmi all’iniziale convincimento, i pur generosi tentativi di coloro che hanno ricercato eventuali documenti, al fine di dimostrare l’esistenza di un piano.

Il mio ragionamento è semplice e chiaro: come scrisse Flaiano, gli Italiani sono specialisti nel correre in soccorso del vincitore. Questo è ben costatabile in tutte le epoche e anche oggi. E questo vale anche per il Viva Maria. Quando l’insorgenza parve avere vinto, in tanti cercarono di attribuirsi meriti. Tanto più, quando si ventilavano benemerenze, rimborsi, gratificazioni, da parte del Granduca.

Leggendo i lunghi elenchi del “Riscontro di tutte le suppliche” e delle “Informazioni della Deputazione di Arezzo … alle diverse suppliche”, ci prende un po’ di nausea. In tantissimi avanzano meriti da far valere, campagne che li hanno visti protagonisti, collaborazioni, suggerimenti, aiuti, prestiti, indumenti perduti in guerra ecc. da vantare. Quindi, richieste di gratificazioni più svariate: da un posto alla Sapienza di Pisa per un familiare, a un avanzamento nella pubblica amministrazione, da un impiego pubblico a una promozione o un “beneficio ecclesiastico”, da un rimborso in denaro a una pensione, da un sussidio a un vitalizio, da un cappotto o una coperta a un posto da militare, dall’autorizzazione a portare le armi a un riconoscimento, qualunque esso sia.

In tal contesto, molti presentarono anche “carte false”, nel senso che si attribuirono meriti poco verosimili. Da qui il vaglio della Deputazione e le frasi “sembra meritevole”, “si dovrà richiedere riscontro”, “appare meritevole”, “appare discutibile la richiesta”, “appare opportuno richiedere informazioni”, “non è possibile stabilire”, “non è noto in Arezzo”.

Ebbene, vi sembra possibile, credibile e logico, che se qualcuno avesse potuto vantare di aver predisposto – da solo o assieme ad altri – un piano per far insorgere il popolo aretino, l’aver organizzato una truppa armata clandestina, l’aver sobillato altri personaggi o comunque aver avuto un qualche merito nei fatti del 6 maggio, non sarebbe poi corso a presentare una richiesta di benefici al Granduca?

Gli stessi che, in certe ricostruzioni postume, si accreditano o vengono indicati da altri (magari loro discendenti), quali autori del supposto “piano”, non sono immuni dal vizio italico della ricerca di benemerenze. Infatti, appaiono negli elenchi, ma possono vantare meriti solo posteriori all’insorgenza del 6 maggio.

La rivolta provocata dalle… “fake news”

Gli unici, che possono chiedere riconoscimenti al Granduca, per aver favorito l’insorgenza aretina del 6 maggio 1799 sono: Giorgio Ortensi della Chiassa, di professione “polverista” (produceva polvere da sparo), che diffuse “la falsa notizia dell’arrivo degli Austriaci in Firenze”; Antonio Ravelli di Trento; Antonio Ercolani bracciante di Arezzo; Paolo Franceschini di Castiglion Fiorentino, dimorante in Arezzo; Giovan Battista Lisi e Bernardo Franceschini delle Poggiola e Silvestro Pasquini di Borgo a Giovi. Tutti per essere stati “fra i fautori” o “fra i primi capi” dell’insurrezione. Non ci sono gli Albergotti, i Brozzi, i Romanelli, i Montelucci, i Natti, che arriveranno dopo.

Ma, per chi non fosse persuaso, parleremo anche della restante e fittissima documentazione. Documentazione davvero oggettiva: quella dei Podestà e Vicari dei centri insorti e quella del Presidente del Buongoverno di Firenze (capo della polizia), a cui arrivavano le informative dai suoi sottoposti e che si procurava informazioni, delazioni e relazioni, dalla sua efficiente rete sul territorio.

Da tali documenti vediamo quanto segue.

CLERO – Ad Arezzo non c’era il vescovo, perché mons. Marcacci era morto in gennaio. Guidava la diocesi il Vicario, Bernardino Cellesi, che fin dall’arrivo dei francesi in Toscana, si attivò per richiamare i parroci, affinché invitassero il popolo “a viver quieto, stare a sé e rispettare chiunque come conviene ai buoni Cristiani …”. Lo stesso fecero i vescovi vicini, di Fiesole, Sansepolcro e Cortona, che pubblicarono avvisi e appelli alla mansuetudine e al rispetto delle leggi dei nuovi “padroni”.

Quando arrivarono i francesi nelle città e nei paesi, vescovi, arcipreti, monsignori e semplici sacerdoti parteciparono alle cerimonie per l’innalzamento dell’albero della libertà, cantando il Te Deum. Quando inizieranno le inquietudini, il Presidente del Buongoverno scriverà spesso a vicari, podestà e giusdicenti, affinché “di concerto con i Parrochi e altre persone oneste”, mantengano tranquille le popolazioni. In tanti luoghi (Lucignano, Monte San Savino, Tegoleto ecc.), furono i locali parroci a riportare la calma, facendo rientrare le insorgenze popolari. (Vedi foto 4)

Il prof. Roberto Salva

Paolo Casalini

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