Sono passati 72 anni da quel 29 giugno 1944, quando oltre 200 persone erano ostaggi dei tedeschi nella Chiesa della Chiassa e altre lo erano nella Propositura di Anghiari.
I prigionieri stavano per essere fucilati, alle 14,00. E subito dopo la dinamite e le fiamme si sarebbero portate via Anghiari, Montauto, la Chiassa e Borgo a Giovi.
Questi erano i drammatici termini pubblicati nel bando del Comando tedesco di Arezzo e se chi aveva rapito il colonnello Maximilian von Gablenz e il sottufficiale suo aiutante, non li avesse restituiti, la rappresaglia sarebbe inesorabilmente scattata, con il suo contenuto di sangue e distruzione.
Purtroppo, i due tedeschi erano nelle mani di un giovanissimo slavo, Vassili detto il “Russo”, ex prigioniero di guerra degli italiani e al momento capo indiscusso di una banda partigiana, dislocata sulle montagne di Anghiari, che non riconosceva l’autorità del Comando della XXIII Brigata garibaldina “Pio Borri”. Al Russo non erano bastati gli inviti, gli appelli e neppure le preghiere degli esponenti della Resistenza di Anghiari (Antonio Ferrini, Tito Tagliaferri) e dei suoi stessi partigiani, la stragrande maggioranza dei quali era della zona. Con durezza, ripeteva: “Anche se bruciare tutta Italia, io non lasciare [il colonnello tedesco]”.
Le 48 ore fissate nel bando tedesco stavano per scadere, nell’impotenza del Comando della “Pio Borri” e nella disperazione degli ostaggi e delle loro famiglie. Intanto, Anghiari si stava svuotando e la sua gente fuggiva nelle vicine campagne.
Poi, il capitano Siro Rosseti, ebbe un’idea, che restituì un lieve filo di speranza per una conclusione positiva della vicenda. È proprio lui a spiegarcelo, in una sua relazione: “Il ten. Mineo, un ufficiale di complemento siciliano, che condusse le trattative col russo, si presentò poi a riconsegnare l’ufficiale al comando tedesco, armato e portando al collo il tricolore, segno distintivo dei patrioti aretini. … ”.
Cosa accadde? Rosseti pensò al comandante del Gruppo X – Squadra Volante della Brigata, tenente partigiano Giovan Battista Mineo, detto “Gianni”. Mineo, nato nel 1921 a Santa Flavia (PA) e residente a Bagheria, era stato sorpreso dall’armistizio dell’8 settembre mentre prestava servizio ad Arezzo. Aveva costituito un gruppo partigiano, composto da altri due militari siciliani e una quindicina di persone, tra ex militari e civili, molte delle quali residenti tra Montione e San Leo.
Ma Gianni Mineo aveva anche un’altra formidabile arma: aveva il tesserino da informatore dei repubblichini di Arezzo e quindi poteva avere maggior credito presso i tedeschi, spacciandosi per un loro alleato. Ecco allora, che Rosseti inviò Gianni Mineo al Comando tedesco della Chiassa, per ottenere altro tempo, al fine di rintracciare il “Russo” e farsi consegnare i due prigionieri, dalla cui restituzione dipendeva la vita di tante persone e la sopravvivenza di antichi centri.
E Mineo, che non difettava di coraggio e abilità, riuscì davvero a far spostare il termine dell’ultimatum, facendosi concedere altre preziose 24 ore.
Poi, la febbrile spedizione sulle tracce del “Russo” fino a quando lo trovò e iniziò la drammatica trattativa, tra il cocciuto comandante slavo e l’abile e paziente Gianni Mineo. Ma il partigiano Gianni dichiara nella sua Relazione, che fu aiutato in questa trattativa: “Alle discussioni hanno partecipato due parlamentari di detta “Banda” soprannominati “Barba” e “Tigre”. Verosimilmente i partigiani Giuseppe Rosadi della Chiassa e Altero Scimia di Anghiari.
Finalmente, il “Russo” si decise a consegnare a Mineo il colonnello von Gablenz e il suo aiutante. Il comandante Siro Rosseti ci ricorda anche un’arma in più, in mano a Gianni Mineo: “Intendendo il russo uccidere anziché consegnare il prigioniero, il recupero poté avvenire soltanto minacciando l’annientamento di tutto il gruppo e la consegna del suo capo, cioè lui, vivo o morto, ai tedeschi, quale prova del nostro impegno a rispettare i patti da noi dettati, ed ottenere così [la] liberazione della nostra gente”.
Iniziò la lunga marcia verso la Chiassa. Il colonnello, il suo aiutante, Gianni Mineo a cui il “Russo” affiancò due dei suoi. Oltre allo stesso Gianni Mineo e al parroco della Chiassa – don Elia Bindi – anche Altero Scimia lo afferma: “Poi si prese e due dei nostri lo portarono [al colonnello] in cima al poggio”. Il nome di uno dei due ce lo fornisce la testimonianza degli ostaggi della Chiassa, che videro arrivare i due tedeschi accompagnati dal loro compaesano, Giuseppe Rosadi detto “Beppe del Barba”, classe 1923. L’altro nome, invece, ce lo forniscono le testimonianze dei partigiani della banda del “Russo”. Si trattava di Bruno Zanchi, nato ad Anghiari nel 1924. E lo stesso Zanchi, in una memoria datata 1946 e conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato, afferma che la riconsegna: “fu eseguita da un tenente dei partigiani del reparto di Catenaia [Mineo] e da me sottoscritto che scortai tali ufficiali nelle vicinanze del comando tedesco”.
Quindi, come ben sappiamo, quando il colonnello si rese conto di non poter arrivare alla Chiassa entro le ore 14,00 del 29 giugno – scadenza del secondo ultimatum – scrisse un biglietto e Gianni Mineo corse avanti per fermare l’imminente strage. Rosadi e Zanchi continuarono ad accompagnare i due tedeschi, ma poco prima del paese, lo Zanchi tornò indietro. Fu Giuseppe Rosadi a proseguire con il colonnello e il suo aiutante, accompagnandolo fino al comando tedesco, nel fabbricato vicino alla chiesa.
Nel 2014, a settant’anni dai fatti, il Comune di Arezzo e la Provincia con la collocazione di una lapide e l’intitolazione di un parco pubblico, hanno ricordato Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi, i due ragazzi che rischiando le loro vite riuscirono a salvare quelle dei tanti ostaggi e Anghiari assieme agli altri centri abitati dalla rovina.
Ma il ricordo di quell’eroica azione si sta diffondendo sempre di più ed ha raggiunto i più alti vertici dello Stato Italiano.
Anche questo anno rinnoviamo un grato ringraziamento agli “Eroi della Chiassa e di Anghiari”.
Santino Gallorini
Santino Gallorini



