Re Giorgio d’Inghilterra venne a Palazzo del Pero (a cura di Santino Gallorini)
Il 15 ottobre verrà collocata una targa in ricordo
Palazzo del Pero è conosciuto da molti come paesino lungo la strada per Anghiari e Sansepolcro, dove fermarsi per un buon panino oppure andare nei suoi boschi, a cercare funghi. Pochi sanno dell’importanza del suo territorio, delle sue chiese, dei suoi castelli nel passato.
Nessuno, neppure gli storici che si sono occupati della Seconda Guerra Mondiale nell’Aretino, sapevano fino a pochi mesi fa, che Palazzo del Pero è stato visitato nientemeno che da Re Giorgio VI d’Inghilterra, che qui arrivò, si fermò, ricevette gli onori militari e conferì alcune onorificenze. Poi assistette ad alcuni assalti portati dalle truppe indiane contro le postazioni tedesche e se ne ripartì per altri luoghi
È stato il dottor Daniele Cesaretti di San Marino, attento ricercatore delle memorie legate alla Campagna d’Italia 1943-45, che indagando sulla 4ª Divisione Indiana ha rintracciato una fotografia con Re Giorgio VI e alcuni Ufficiali della medesima Divisione. La didascalia in calce spiega che la foto è stata scattata il 25 luglio 1944 ad Arezzo. (Foto 1)
In realtà, considerando che la suddetta Divisione indiana in quei giorni era a est di Arezzo, Cesaretti ha iniziato a cercare luoghi analoghi al fabbricato raffigurato nella foto, fino a che l’ha individuato: la piazzetta in mezzo a Palazzo del Pero, accanto al bivio per Pian d’Usciano. (Foto2)
E a quel punto, Cesaretti ha pure ricostruito l’avvenimento.
L’Armata Britannica era da qualche giorno bloccata dall’acerrima resistenza tedesca sulla direttrice Valle di Chio – Valle del Nestore. Siccome i comandanti volevano arrivare sulla parallela Valle del Cerfone, diedero l’ordine di costruire un nuovo percorso stradale, che dalla zona di Volterrano-Morra giungesse per il Monte Favalto/Dogana a Palazzo del Pero
I genieri prevedevano almeno dieci giorni per realizzare un nuovo percorso relativamente transitabile, ma quel tempo era troppo lungo. Fu allora riunita una cospicua massa di uomini di ogni paese: zappatori, genieri, minatori, artificieri. Inglesi, indiani, canadesi, italiani, muniti anche di carri armati con pala, disboscarono, spianarono, riempirono, spaccarono, costruirono muretti, livellarono. Insomma, in poco più di due giorni d’intenso lavoro, il primo mezzo militare, con a bordo il
Maggiore Patterson della Central India Horse, percorse quella che fu poi definita “La Scala di Giacobbe” ed arrivò a Palazzo del Pero. (Foto 3)
Di lì a poco, il maggiore fu seguito da mezzi militari di ogni tipo, che affluirono in quantità nella zona di Palazzo e portarono il fronte alcuni chilometri più a nord.
Di questa “Scala di Giacobbe” – di cui quella originale, nella Bibbia, è percorsa da angeli che salgono e scendono dal Cielo – ne ha accennato Enzo Droandi e nel 2014 Enzo Gradassi ha scritto un interessante articolo proprio su Informarezzo. Sul momento se ne parlò così tanto, che ne venne a conoscenza anche Re Giorgio. E quando pochi giorni dopo il monarca inglese venne nell’Italia Centrale, volle vederla di persona. (Foto 4).
Fu così, che il 25 luglio 1944, dopo che era atterrato all’aeroporto di Perugia, Re Giorgio – per ragioni di sicurezza sotto le mentite spoglie di tal “General Collingwood” – affrontò la nuova strada militare soprannominata “Jacob’s Ladder/Scala di Giacobbe”, e giunse a Palazzo del Pero.
Là fu accolto con tutti gli onori militari e passò in rassegna gli alti ufficiali della 4ª Divisione Indiana, comandata dal Major-General Arthur W. W. Holworthy (1897-1983). (Foto 5)
Gli anziani abitanti del luogo ricordano ancora che i militari alleati li obbligarono tutti quanti ad entrare in casa e a rimanerci fino a nuovo ordine. Un coprifuoco, ma di giorno! Quindi, la forte curiosità li spinse a spiare da dietro gli scuri delle finestre e dalle persiane. Ovviamente non conoscevano il Re d’Inghilterra, ma qualcuno ipotizzò fin da allora che quell’importante personaggio fosse proprio lui.
A Palazzo del Pero, Giorgio VI conferì il “cavalierato sul campo” al Generale Richard McCreery che pochi mesi dopo divenne il comandante dell’Ottava Armata.
Quindi, come accadde poi anche ad Arezzo, si volle far assistere il Re a delle operazioni militari, mandando reparti indiani all’assalto di Monte Pian di Maggio, sul crinale che separa l’area di Anghiari dalla Valle della Chiassaccia.
Tra i vari testimoni di quei giorni, ricordo Ilia Biserni che all’epoca aveva 18 anni ed abitava a San Piero (Anghiari), di poco a nord-est del Monte Pian di Maggio. Come ha raccontato a Mario del Pia, Ilia era sfollata con la sua famiglia a Molin Nuovo e tentò più volte di passare il fronte e tornare a casa sua, anche per avere notizie di suo padre Mario, scomparso dal 19 luglio.
Ilia racconta che “… subito dietro il poggio, fra la parte di Anghiari e quella d’Arezzo”, ma sul versante aretino (visibile dal luogo in cui era il Re), vide tantissimi morti. Erano “… indiani, erano bassi, la testa tutta pelata e solo un ciuffettino in mezzo alla testa”. Si trattava dei celebri Gurkha, i soldati nepalesi che da oltre 200 anni formano un reparto d’élite dell’esercito britannico.
Successivamente li seppellirono tutti in una lunga fila, con in fondo ai tumuli le scarpe appaiate.
Vide anche “… una buca grande, grande, grande, chissà quanti ce n’era, di tedeschi e poi un’altra buca, vicino a quella, non tanto lontano, sempre tedeschi …”.
I giorni seguenti, Re Giorgio visitò altre località dell’aretino (Arezzo, Monte San Savino, Alberoro, ecc) e della Toscana.
La fotografia rintracciata da Cesaretti, che ritrae il Re a Palazzo del Pero, è tratta dal libro “Fourth Indian Division” del Lt. Col. G. R. Stevens (McLaren & Son, Toronto, 1948). A fianco di Re Giorgio VI, al centro, si intravvede il Major-General Arthur Holworthy, comandante della 4ª Divisione Indiana, che sta presentando i propri alti ufficiali.
Per ricordare l’evento di oltre 70 anni fa, il prossimo 15 ottobre, poco dopo mezzogiorno, ci sarà a Palazzo del Pero lo scoprimento di una targa a ricordo.
Questa targa, oltre a far conoscere la visita di Re Giorgo, vuole essere anche l’occasione per sottolineare il contributo dei soldati indiani (tutti volontari) durante tutta la Campagna d’Italia 1943-45. Ben tre Divisioni indiane furono impiegate in Italia, sul fronte in cui operava l’VIII Armata. Furono quasi 6.000 i soldati indiani che persero la vita sul suolo italiano e circa 15.000 furono i feriti.
Sarà presente allo scoprimento della targa un gruppo di ufficiali britannici del 7° reggimento Gurkha che combatté nella zona. Tra di loro ci sarà il Major Richard Holworthy, figlio del comandante della 4ª Divisione indiana che accolse Re Giorgio a Palazzo del Pero.
Se il Dott. Daniele Cesaretti, membro onorario della Gurkhas Brigade, ha portato a conoscenza l’interessante visita di Re Giorgio a Palazzo del Pero, l’iniziativa del prossimo 15 ottobre è promossa dal Comune di Arezzo, da un Comitato di Palazzo del Pero, dal Comitato PatriOnorEroiDimenticati e dalla Società Storica Aretina.
Santino Gallorini
la Scala di Giacobbe: a cura di Enzo Gradassi
Nella Bibbia (Genesi, 28, 10-12) è detto che «Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa». E’ la rappresentazione biblica nota come “Sogno di Giacobbe”, o “Scala di Giacobbe”. Senza addentrarci in interpretazioni che sono materia d’altri, occupiamoci della narrazione di un’altra “Scala di Giacobbe” che ebbe un ruolo molto importante, nel corso della seconda guerra mondiale, sul fronte attorno ad Arezzo.
Che c’entra Giacobbe con la II Guerra mondiale?
Per comprenderlo bisogna tornare ai primi di luglio 1944, nei giorni successivi allo sfondamento del fronte sul Trasimeno, la cosiddetta «Linea Albert», da parte dell’VIII armata britannica, dopo una serie di violenti scontri che erano cominciati già dal 27 giugno.
Per semplificare al massimo il racconto ricorrerò ad indicazioni che facciano riferimento ai grandi raggruppamenti militari, lasciando perdere i nomi dei singoli reparti e mi limiterò, quando necessario, a citare le nazionalità o le etnie dei combattenti.
Ebbene, il 2 luglio l’VIII armata britannica conquistò Foiano ed il 3 entrò a Cortona evacuata dai tedeschi e, subito dopo, a Castiglion Fiorentino.
L’avanzata britannica sembrava inarrestabile: alla sua sinistra aveva la divisione corazzata sudafricana e, con l’altra divisione corazzata sulla destra, si avvicinava velocemente ad Arezzo.
L’avanzata verso il capoluogo, però, fu tutt’altro che veloce perché i comandi tedeschi avevano fatto attestare gli uomini della X armata sui contrafforti del monte Lignano, lungo la statale 71, fino all’Olmo, decisi a difendere ad oltranza le proprie posizioni su Arezzo considerata un nodo strategico nella ritirata verso Firenze e la Linea Gotica.
Se in altra occasione (Per ricordarci a chi dobbiamo la Liberazione) ho cercato di raccontare della mobilitazione dei reparti neozelandesi per condurre con successo l’attacco su Lignano (l’azione militare che fu determinante per la liberazione di Arezzo) in questa occasione invito a concentrare l’attenzione su quanto avveniva in un’altra parte del fronte, a nord-est di Castiglion Fiorentino, proprio nei giorni degli infruttuosi attacchi britannici alle posizioni tedesche ed in attesa del sopraggiungere dei neozelandesi. Si tratta di un episodio, quello principale, che da noi è poco noto se non trascurato dai più (in precedenza era stato accennato soltanto da Enzo Droandi (“Arezzo distrutta”, Calosci, Cortona 1995) e, prima di lui da Giuseppe Bartolomei (“I sentieri della guerra”, ITEA, Anghiari, 1994).
L’area della quale parliamo è quella dei monti fra Arezzo, Castiglion Fiorentino, la Valtiberina e la vicina Umbria, dove erano giunti i reparti Alleati avanzanti dal Trasimeno: il Royal Sussex ed il British Indian Army (costituito per lo più da Gurkhas (di provenienza nepalese e dell’India settentrionale), Sikhs (indiani provenienti dallo stato del Punjab) e Baluchi (uomini di etnia iraniana-afghana-pachistana) [foto 1].

La strategia militare britannica prevedeva la conquista di tutte le alture che potevano consentire di dominare un vasto territorio, fino a Palazzo del Pero, sulla strada fra Arezzo e Sansepolcro, ai piedi dell’Alpe di Poti in direzione di Catenaia. Senza scendere nei dettagli, basti dire che, una ad una, le posizioni vennero conquistate ed i tedeschi spinti indietro: Monte Santa Maria Tiberina e in seguito, poco più di tre chilometri a nord-est, il Monte Cedrone, un’altura che domina Città di Castello e l’accesso al bacino del Tevere; a sud-ovest britannici ed indiani prendevano il Monte Civitella, il Monte Dogana e la vetta di Favalto, che era stata poco tempo addietro un’importante area d’attività partigiana.
Nel corso di questa avanzata, aspra e cruenta, non mancarono scontri ravvicinati con i tedeschi, talvolta all’arma bianca, una tecnica nella quale Gurkhas e Siks erano maestri. Ma, nel medagliere dei reparti del British Indian Army, le Victoria Cross assegnate (la più alta onorificenza conferita ai militari dei reparti delle nazioni del Commonswealth per il valore “di fronte al nemico”) e le George Cross (che ne rappresentano la versione civile) testimoniano anche di autentici atti di eroismo: come nel caso del trentaquattrenne Sepoy Kartar Singh, del 16° Punjab, che “ripulì” la posizione della sua compagnia, da solo, distruggendo tre mitragliatrici per poi cadere mortalmente ferito.
Oppure di quanto avvenne durante una ricognizione mattutina nei pressi di Monterchi: una pattuglia di cinque uomini della Central India Horse rimase intrappolata in un campo minato tedesco. Avvenne un’esplosione a causa della quale Sower Ditto Ram, un soldato ventinovenne, con appena 2 anni di servizio, perse una gamba. Udendo richieste d’aiuto, si trascinò attraverso il campo minato e applicò bendaggi ai suoi compagni, anche loro feriti, prima di perdere conoscenza. Morì pochi minuti dopo. Benché molte fonti lo segnalino caduto a Cassino, il suo nome è ricordato sulla piazza di Monterchi [foto 2]
assieme a quello del geniere dei Royal Engineers Sowar Niru Chand (del cui nome sono riuscito a rilevare una sola corrispondenza che lo indicherebbe nel 21st King George e lo segnala sepolto nel Forlì Cremation Memorial) e a quello del

Tenente St. John Graham Young [foto 3], comandante della pattuglia del Royal Tank Regiment, che, a sua volta, si inoltrò in quel terreno disseminato di mine nel tentativo
di scovarle con le proprie mani. Purtroppo una di queste gli mutilò la gamba destra, ma l’ufficiale si trascinò ancora e dopo aver bendato uno dei suoi uomini ferito, inviò un messaggio per ordinare agli altri di non muoversi finché non fosse giunto aiuto. Cinque ore più tardi, quando arrivarono i genieri e i barellieri, il Tenente Young era ancora cosciente, ma morì prima di raggiungere l’ospedale. Ditto Ram, al quale venne attribuita la George Cross alla memoria il 13 dicembre 1945 [foto 4],
è ricordato nel Memorial di Cassino, mentre St. John Graham Young in quello di Indicatore, ad Arezzo. L’eroismo di St John Graham Young fu raccontato nel numero del 2 aprile 1966 da “Victor”[foto 5], un fumetto, lanciato da DC Thomson nel 1961, che conseguì uno straordinario successo proprio perché raccontava un mix di storie di avventura, guerra e sport.

Una volta attestati sulle principali alture, i Royal Sussex e la British Indian Army potevano finalmente tenere sotto tiro la statale 73 ed interrompere la linea di rifornimento tedesca. Da Monte Castiglion Maggio, come recita la didascalia originale della [foto 6], i Gurkhas potevano osservare perfino le posizioni tedesche su Catenaia.
Per completare l’opera occorreva adesso puntare su Palazzo del Pero che, come si è detto, rappresentava lo snodo stradale obbligatorio per proseguire l’avanzata, da un lato verso la Valtiberina e, dall’altro, verso Poti e Catenaia.
Il problema principale che si presentava era quello delle vie di comunicazione: era lampante che occorreva disporre di una strada, o almeno di una pista, che consentisse di trasportare i rifornimenti e le armi di supporto ai reparti già assestati.
Scartata l’ipotesi di costruire un tracciato per jeep sul terreno molle e scoperto a nord del fiume Aggia, che scende dalle pendici di Monte Favalto, restava la necessità di trovare una soluzione per raggiungere la statale 73, tra Arezzo e la valle del Tevere, non contemplata nelle carte topografiche delle quali il comando britannico disponeva.
Una ricognizione aerea consentì di tracciare su una mappa una linea che, da un punto (rimasto per me indefinito anche perché l’orografia si è radicalmente modificata) della Valle del Nestore, (forse seguendo dapprima il Fosso delle Strosce per poi dirigersi verso il Torrente Cerfone) e comunque nell’area Ansina-Volterrano; una linea che poi, attraverso il Monte Dogana, puntava diritta verso Palazzo del Pero.
Venne effettuato un primo sopralluogo, ma ne emerse che il percorso indicato era accidentato e pieno zeppo di ostacoli: attraversava una piana dissestata e cosparsa di massi e di affioramenti rocciosi, di profondi crepacci e di fitta vegetazione boschiva e, benché incrociasse anche qualche vecchio e tormentato sentiero, chissà quando tracciato da boscaioli o carbonai, mostrava più ragioni per essere escluso che per essere scelto. E poi venne stimato che, per la costruzione di una pista in un terreno del genere, sarebbero occorsi almeno dieci giorni. E non c’erano dieci giorni a disposizione.
Ecco invece che, in questo luogo selvaggio, mentre un distaccamento del Central India Horse provvedeva a tenere sotto controllo il territorio dalle cime delle montagne, dalla mattina del 14 luglio venne rapidamente radunata una singolare multinazionale di tecnici, genieri e lavoratori-soldati. Distaccamenti di italiani aggregati al Royal Sussex, muniti di picconi e pale, vennero affiancati al lavoro dei genieri inglesi che si aprivano la via con i loro potenti bulldozers che, di fatto, armavano una pala sul telaio di un carro armato. Dai canadesi vennero fatti affluire altri specialisti: squadre di artificieri, maghi dell’esplosivo, capaci di affrontare con grande abilità i macigni e le masse rocciose che via via emergevano dal terreno. Genieri e minatori indiani di Bombay e Madras (l’odierna Chennai ) spianavano, ripulivano e rendevano il più possibile transitabile la pista per i mezzi militari che avrebbero dovuto percorrerla.
Per 28 ore consecutive vennero distrutte rocce, vennero sradicati tronchi, furono intaccati ripidi pendii collinari, si costruirono muri di contenimento [foto 7] nei tratti e nella curve meno stabili, si resero meno acuti i tornanti. Nel pomeriggio seguente (il 15 luglio) dopo che le prime ruote potevano transitare sulla pista, si mossero anche i primi carri armati.
La pista venne inaugurata, ossia percorsa per primo, dal Maggiore Patterson della Central India Horse, accompagnato dal tenente Murray [foto 8], un ufficiale dei Genieri, che, su quella traccia accidentata, si pose alla guida di una jeep e,
strapazzandola a dovere, riuscì a giungere a poco più di tre chilometri da Palazzo del Pero. Da qui il Maggiore Patterson continuò il tragitto sulla strada, inforcando una motocicletta pieghevole [collapsible parachutist motorcycle] [foto 9] un singolare mezzo di trasporto monoposto, di fabbricazione britannica, che veniva paracadutato nel suo contenitore lungo appena 130 cm, che gli consentì di raggiungere Palazzo del Pero quasi contemporaneamente alla prima pattuglia corazzata Neozelandese che arrivata dalla direzione del capoluogo, quando i tedeschi erano ancora a meno di mezzo chilometro da Arezzo.
Così con un’estenuante fatica, con buona dose d’audacia e una grande fantasia, la pista era stata aperta e poteva essere subito battezzata “Jacob’s Ladder”, “Scala di Giacobbe” nella quale gli angeli, che la salivano e la scendevano nella versione biblica, si trasformavano, sotto il profilo militare, in carri armati, jeep e colonne di muli e di rifornimenti che potevano viaggiare celati nella boscaglia, rapidi ed al sicuro dai colpi tedeschi. Ed i Sikhs, come è detto in “The Tiger Triumph, The Story of three Great Divisions in Italy”, pubblicato nel 1946, tenevano molto ai loro muli, tanto da proteggerli e curarli amorevolmente “come fossero potenziali vincitori di derby ippici” [foto 10].

Nelle settimane successive la storia della realizzazione della “Scala di Giacobbe” passò di bocca in bocca come una leggenda e rimbalzò fra più eserciti, e quando Giorgio VI, Re di Gran Bretagna, d’Irlanda e dei domini Britannici d’oltremare visitò l’Italia volle essere guidato fin là per vedere con i propri
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