Un anno fa, di questi tempi, venivo contattato dal signor Giovanni Montedoro, figlio del partigiano Rosario, compaesano, amico e compagno d’armi di Gianni Mineo, protagonista dei “Giorni della Chiassa”.
La lettura del mio libro aveva risvegliato nel Montedoro ricordi che credeva ormai perduti. Era felice che suo padre fosse ricordato tra i membri del Gruppo X, comandato da Mineo, ma aveva tanti particolari da narrarmi, non inseriti nel mio libro.
Gli chiesi uno scritto, da comporre con calma, magari facendosi aiutare dalle sorelle, in modo da ricostruire meglio possibile i racconti fatti a suo tempo da Rosario Montedoro.
Poco dopo (18 luglio) mi arrivò un primo testo. In seguito arrivarono altre aggiunte corredate da foto e copie di documenti.
Io iniziai a formulare domande e riproporle in seguito, avvisando il Montedoro: “Mi perdoni se io continuo e continuerò ad importunarla con domande e richieste, ma non è un caso che si chiamino “indagini storiche” e lei sa bene come si conduce un’indagine, seppur di altro tipo: riscontri, incroci di testimonianze, verifiche, riproposizioni di quesiti in differenti termini, per far affiorare eventuali contraddizioni (nel suo caso, per stimolare i ricordi) ecc.”.
Poi, ho iniziato la lunga e faticosa opera dei riscontri e delle verifiche.
Ho potuto beneficiare dell’autorevole consulenza del Cap. CC. Par. Cong. Dottor Mino Marino Faralli, AD di TELECONTROL SpA, che mi ha messo a disposizione la sua competenza e la sua conoscenza del territorio.
Mi sono avvalso della generosa collaborazione di alcuni amici – tra cui ricordo con gratitudine Mario Del Pia, Graziano Zanchi, Mirco Draghi, Domenico Boncompagni, Giuseppe Boncompagni e Gianni Pulitini – che mi hanno aiutato a rintracciare persone che nel 1944 abitavano sulle montagne di Anghiari, ex partigiani (o figli e parenti) della Banda del Russo e figli di componenti del Gruppo X. Nuove indagini sono state fatte anche sugli Archivi di Arezzo, Anghiari e dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana di Firenze.
È stato fatto davvero tutto il possibile e anche l’impossibile, considerando i 71 anni trascorsi!
Sono stati individuati e interrogati – anche 5/6 volte! – 20 abitanti, anche ultranovantenni (!) dei luoghi sulle montagne di Anghiari, che hanno conosciuto il Russo, lo hanno avuto in casa con il colonnello von Gablenz, gli hanno dato da mangiare, lo hanno visto andare via; 9 tra partigiani e familiari di partigiani della banda del Russo (banda formata da solo 3 SLAVI e da circa 15 ITALIANI di Anghiari e dintorni!); 3 figli di Componenti del Gruppo X.
A tutti sono state fatte infinite domande, sono state registrate le risposte, confrontate, valutate, riscontrate.
Le ricerche sono arrivate persino nel Maryland (USA) dove abita il nipote di un partigiano del Russo, che disarmò il colonnello von Gablenz e gli portò via la pistola Mauser 7,65 – di cui ha fornito la foto.
Ogni azione, localizzazione, affermazione contenuta nel racconto del signor Montedoro è stata vagliata con attenzione, collocata sotto la “lente”.
Al momento, purtroppo, nessun elemento di quanto raccontatomi è stato confermato:
– nessuno ha visto i tre vitelli – che secondo il Montedoro sarebbero stati consegnati al Russo in cambio dei due tedeschi – nelle case in cui si fermò il Russo con von Gablenz o durante il loro passaggio sui monti di Anghiari;
– la località dove fu rilasciato il colonnello, dal Russo a Gianni Mineo, è un pianoro dove si accede con qualsiasi auto, niente a che vedere con questa descrizione del Montedoro: “Il Colonnello non riusciva a scendere dal dirupo ove era nascosto l’accampamento, lo adagiarono su una specie di carrello, fatto con un sistema di carrucole tipo funivia, che serviva per salire e scendere zaini, armi e cibarie visto che non c’era un sentiero percorribile ma una vera e propria arrampicata”;
– l’aiutante del colonnello nessuno lo ha visto a torso nudo, con una fasciatura perché ferito; chi lo ha visto afferma che stava benissimo e indossava la propria divisa;
– il colonnello fu accompagnato alla Chiassa con un cavallo rossiccio – come testimoniato da decine di “chiassaioli” – e non lasciato su un lastrone lungo la strada sopra il paese;
– il “covo” della banda del Russo non è mai esistito. La banda era ospitata da quasi tutti i contadini delle montagne di Anghiari, si spostava in continuazione, salvo prediligere l’ospitalità di alcuni personaggi più disponibili, magari comunisti, come il calzolaio delle Stabbielle;
– la Banda del Russo non era affatto affamata (15/20 persone non è difficile alimentarle tra decine e decine di famiglie);
– il partigiano Scimia afferma che il colonnello, prima di andarsene disse ai partigiani del Russo: “mi avete tenuto come un pascià”;
– non è vero che “La banda di slavi … non esitò un attimo ad accettare l’offerta” dei supposti tre vitelli. I partigiani del Russo ricordano aspre discussioni con il loro capo che non voleva cedere neppure di fronte alla paventata fucilazione degli ostaggi. Diceva: “anche se bruciare tutta Italia io non lasciare”. Ci vollero molti interventi e molte pressioni. Mineo ricorda quelle di Scimia e di Giuseppe Rosadi, la cui figlia Gabriella ci dice che aveva la fidanzata tra gli ostaggi della Chiassa;
– non sbucò dai cespugli nessun partigiano di Rosseti: il colonnello e il suo aiutante furono accompagnati da Bruno Zanchi e Giuseppe Rosadi (partigiani del Russo) che coadiuvarono Gianni Mineo;
– a mantenere i contatti con il Comando era lo stesso Gianni Mineo, non altri suoi uomini; questo risulta da più parti della relazione in ISRT;
– il Gruppo X non operava sulle colline o in montagna, ma in pianura, tra l’Arno, il Canale della Chiana, Via Fiorentina e Via dei Setteponti, non per niente quasi la metà dei suoi componenti abitavano tra Montione, San Leo e Via Fiorentina.
– il Tenente Dino Fiorini, vice direttore della Sepral, coadiuvava il Gruppo X mettendo a sua disposizione generi alimentari – che spesso venivano poi portati alla XXIII Brigata. Per la sua attività non poteva assentarsi dall’ufficio e partecipare alla lotta armata e/o ad operazioni militari.
Questa è la situazione al momento. La ricerca continua ed essa sarà, come sempre aperta a qualsiasi contributo ed a qualsiasi modifica di quanto fin qui ricostruito.
Santino Gallorini
Questi i testimoni al momento reperiti e interrogati:
TESTIMONI DEI LUOGHI FREQUENTATI DAL RUSSO E LA SUA BANDA
Boncompagni Domenico – abitava a Montemercole
Boncompagni Elena – abitava a Montemercole
Boncompagni Gina – abitava a Montemercole
Boncompagni Giuseppe – abitava a Montemercole
Boncompagni Italia – abitava a Montemercole
Rossi Vittorio – abitava a Montemercole
Capacci Renato – originario di Montemercole
Biserni Ilia – Abitava a San Piero di Anghiari
Pettinari Vittoria – Abitava a Le Caselle di Anghiari
Bergamaschi Ezio – Abitava a Libbiano di Anghiari
Primitivi Elena – Abitava a Preconne di Anghiari
Montagnoli Sergio – Di Anghiari
Bruschi Leone – di Anghiari
Franchi Eugenio – nato a l’Invidiosa di Anghiari
Nocentini Berio – di Anghiari
Sassolini Alfonso – Di Anghiari
Leonida Rapati – abitava a Le Stabbielle di Anghiari
Bianchi Iva – abitava a Bagnaia di Anghiari
Lanzi Oscare – de Le Stabbielle di Anghiari
Piomboni Margherita – abitava a L’Ontano di Anghiari
Partigiani del russo e/o familiari
Moretti Mario – Di Anghiari
Altero Scimia – Di Anghiari (testimonianza scritta)
Zanchi Graziano – figlio del partigiano Bruno
Zanchi Armando – fratello del partigiano Bruno
Draghi Mirco – pronipote del partigiano Beppone Livi
Charles Reins – nipote del partigiano Giovanni (John) Magnani detto Athos
Boncompagni Giuseppe – figlio del partigiano Santi
Boncompagni Elena – sorella del partigiano Santi
Boncompagni Gina – sorella del partigiano Santi
FIGLI DEI Componenti Gruppo X
Martini Marcello – figlio del Vicecomandante del gruppo, partigiano Martini Neo
Failli Mariuccia – figlia del partigiano Rinaldo
Gambini Donato – figlio del partigiano Santi
ALTRI
Maestro Gino Francini – degli Ortali di Quarata, che fu testimone di alcune azioni di Gianni Mineo e conosceva altri membri del Gruppo X.
Oltre a questi, occorre rammentare anche gli altri testimoni, già citati nel libro “Vite in cambio”, le cui dichiarazioni sono concordanti con queste di recente acquisizione.
Santino Gallorini



