I savinesi hanno in epoca moderna cercato di ricucire quella ferita, che ancora brucia nella coscienza della storia di un popolo, offrendogli la cittadinanza onoraria e ricordandolo nel giorno della morte per bocca del sindaco Margherita Scarpellini.
Per ricordare quel periodo tragico della nostra storia, abbiamo deciso di offrire di nuovo una parte dello studio realizzato da Santino Gallorini e che questa estate abbiamo pubblicato a puntate sugli eventi di quella primavera/estate del 1799
La fine della Comunità Ebraica di MONTE SAN SAVINO
Le vicende dell’insorgenza del Viva Maria portarono, tra le conseguenze “collaterali”, l’allontanamento definitivo da Monte San Savino della Comunità Ebraica, che da secoli risiedeva nella cittadina della Valdichiana. Vediamo in sintesi i fatti e poi cercheremo di capirne i veri motivi.
Come da altre parti, anche a Monte San Savino l’arrivo dei soldati francesi, portò per gli Ebrei – almeno sulla carta – nuovi diritti e migliori condizioni di vita. Dico almeno sulla carta perché, in Toscana, di fatto il Granduchi Asburgo-Lorena avevano pressoché equiparato agli altri sudditi anche gli Ebrei, che potevano vivere pure fuori dai ghetti e godere di quasi tutti i diritti civili di allora.
Comunque, le attenzioni riservate alla Nazione Ebrea dai Francesi, portarono il popolino a sospettare dei poveri israeliti, che furono visti alla stregua dei giacobini, quasi una quinta colonna dell’odiato nemico occupante.
Ecco allora, che appena iniziarono i tumulti antifrancesi, subito ci fu la caccia al giacobino, ma anche all’ebreo, che da secoli era vittima di pregiudizi religiosi, sociali ed economici.
A Monte San Savino, già il 3 maggio 1799 vi furono dei tumulti, che verosimilmente interessarono anche la Nazione Ebrea, tanto è vero che il 4 maggio, il comandante francese di Arezzo, Lavergne, scrisse al Vicario savinese: “di assicurare pur che vi sia possibile tanto la Nazione Ebrea quanto i buoni e pacifici Cittadini”.
Il 6 maggio, come accadde ad Arezzo, Castiglioni, Cortona, Foiano e in tante altre località, anche a Monte San Savino, alla falsa notizia dell’arrivo degli Austriaci in Firenze, la popolazione scese in piazza in massa, si recò ad abbattere e bruciare l’albero della libertà e presidiò le porte paesane, onde evitare che i “giacobini” locali fuggissero.
Ci fu un arresto generale degli uomini della Nazione Ebrea i quali, tra insulti e percosse, furono portati in carcere quali “filofrancesi”.
In una lettera inviata tempo dopo, dai Massari della Università Ebraica senese, al Governatore di Siena, si accenna ai fatti avvenuti il 6 maggio 1799 a Monte San Savino: “… gli israeliti … non soffersero eccidi, non saccheggio, ma gli uomini soltanto vennero rinchiusi in una grande stanza. Dopo però qualche giorno, furono messi in libertà ed alcuni di questi, per sottrarsi alle conseguenze posteriori, si rifugiarono in Siena”.
Il Vicario savinese, Francesco Ceramelli, scrisse il medesimo 6 maggio una lettera al Vicario di Arezzo, in cui lamentava che lui aveva solo 5 “esecutori” e non poteva tenere a freno il popolo.
Anche al Monte – come negli altri centri – per tenere tranquilla la popolazione ed evitare eccessi, “sotto la direzione di Ufiziali eletti ad alta voce popolare” venne costituita una Truppa di volontari, affidata al Capitano Pietro Veltroni.
I giorni seguenti l’insorgenza, i Savinesi si misero in contatto con gli Aretini e collaborarono attivamente alla comune difesa.
Dai documenti sembrerebbe che, dopo qualche giorno, la calma fosse tornata al Monte e la truppa arrestasse i presunti colpevoli della sommossa. Il 27 fiorile (16 maggio) Monte San Savino è già stato perdonato dal Governo Francese. Tutti gli arrestati furono rilasciati e ovviamente, anche gli ebrei.
Il 19 maggio la Magistratura Savinese spedì al Soprasindaco della Camera delle Comunità una lettera con cui l’informava che “con l’aiuto del Parroco, dei sacerdoti e dei ministri finisce l’insurrezione iniziata il 6 maggio”. Sperava adesso, assieme al popolo, nel perdono francese.
Dopo il 6 maggio e prima del 12 giugno, molti uomini della Nazione Ebrea lasciarono alla chetichella e alla spicciolata Monte San Savino, per Siena e Firenze. Un testimone ci dice che di circa 50 uomini ne rimasero al Monte solo 5 e questa cifra sembra confermata anche dalla Deputazione savinese.
Il 12 giugno ci fu una sollevazione dei contadini savinesi. Vedendo un ebreo che stava trasportando un baroccio con due bauli verso Siena, iniziarono ad accusarlo di volersi unire ai francesi. Quindi lo arrestarono, assieme ad altri due israeliti, sospettati di “giacobinismo”.
Il Capitano Pietro Veltroni di Monte San Savino, comandante della Truppa, cercò di intervenire, spiegando ai contadini :“…, che avevano operato male, e che ciò non era assolutamente ordine del Governo Provisorio di Arezzo, il quale anzi proibiscie (sic!), le prepotenze e le soverchierie. …”.
Sul momento, Veltroni riuscì a far rilasciare i tre ma, sul far della sera del medesimo 12 giugno, giunse al Monte San Savino tal Clemente Mattarelli (un agitatore che darà anche in seguito grattacapi al locale Vicario), che si mise a dire di aver ricevuto l’ordine di arrestare i giacobini savinesi. Subito il popolino si diede a cercare i giacobini e i pochi ebrei rimasti al Monte. Entrarono nelle loro case, in quelle dei vicini, nella Sinagoga; ma come abbiamo detto, alla chetichella in massima parte erano già fuggiti ed anche i tre rilasciati il pomeriggio si erano dileguati; il non trovarli fece aumentare il furore del popolino. Ovviamente ci fu chi sfruttò queste “perquisizioni” per rubare quello che poteva. Scrisse una ebrea, Donna Fortunata Modigliani: “La bassa plebe di Monte San Savino, mossa non già da onesto spirito di patriottismo, ma da turpe avidità d’illecito lucro cominciò a perseguitare la Nazione Ebrea”.
Per fortuna, il medesimo 12 giugno era arrivato a Monte San Savino un piccolo distaccamento di armati aretini del Viva Maria, comandati dal Caporale Giuseppe Livi. Il Livi si distinse per il suo coraggioso atteggiamento, che fu segnalato alla Suprema Deputazione dal Vicario del Monte: “…si è prestato con tutto l’impegno non solamente per la legale assicurazione delle Case, e Fondachi di questi profughi Ebrei, quanto ancora per il buon ordine del minuto Popolo, e per la sicurezza delle case e delle donne Ebree che qui si ritrovano. E di questo ne faccio sulla mia parola inalterata costanza …”.
Il Capitano della locale Truppa, Pietro Veltroni, che come abbiamo visto, in tutti i modi, cercò di “frenare gli eccessi” della folla tumultuante, finì per essere additato come “giacobino”. Ci volle un intervento della locale Deputazione, la quale richiese l’aiuto della Suprema Deputazione di Arezzo, per far cessare questa infamante (allora) accusa al poveretto.
Anche nei giorni successivi, si verificarono sporadiche violenze contro gli ebrei savinesi, perpetrate in special modo da persone del contado. Segnalo ad esempio, ciò che accadde a Salomone Ambron il 17 giugno, in località Leprone, non lontano dal monastero delle Vertighe: questo stava camminando sulla pubblica via quando due popolani che coglievano foglie di gelso lo affrontarono e mentre uno lo minacciava con un bastone, l’altro gli rubò 10 paoli. L’Ambron denunciò il tutto alla Deputazione di Monte San Savino, che il giorno dopo individuò gli autori e ne ordinò l’arresto. Lo stesso giorno i due, Giovanni Maria Saccocci e Niccolò di Pietro Risoni, furono “associati” al locale carcere. Il 26 giugno fu ricompensato colui che aveva scoperto e fatto arrestare i due malfattori: “Io Lorenzo Coradeschi ho ricevuto dal Tribunale del Monte San Savino paoli 2 in gratificazione di aver scoperto gli autori che strapazzarono l’Ebreo …”. Il Coradeschi era un “armato” del Viva Maria savinese.
La Deputazione del Monte non poteva contare su una forza militare consistente, essendo i più validi armati al seguito delle varie spedizioni, verso i maggiori centri della Toscana. Ecco che, per meglio difendere gli Ebrei, in special modo dai campagnoli – ma anche per prevenire eventuali loro fughe – si vide costretta a ordinare loro “di non escire dalle Porte del Paese”.
Intanto, alcuni degli ebrei fuggiti a Siena, che avevano le famiglie al Monte, volevano rientrare, anche perché in loro assenza i negozi rimanevano chiusi e le condizioni economiche dei familiari incominciavano a languire. Furono pertanto inviate varie suppliche alla Suprema Deputazione.
La Suprema Deputazione, chiese informazioni e un parere alla Deputazione di Monte San Savino, ma si sentì rispondere che doveva decidere lei, perché qualsiasi decisione che essa avesse preso “offenderà sempre meno, … . Se sarà favorevole agli Ebrei non offenderà il Popolo, perché non potrà supporla effetto di parzialità, aderenze, o prevenzione; E se sarà contraria agli Ebrei avranno poco da dolersi subito che sia emanata da quel medesimo Governo al quale Essi hanno ricorso”.
La Suprema Deputazione richiese alla Deputazione del Monte ulteriori elementi, per meglio decidere. Questa fu l’esasperata risposta dei dirigenti savinesi: “Noi intendiamo di non darci il menomo pensiero per conto degli Ebrei costà presentatisi in conseguenza di un nostro Decreto che in Filza.
Imperciocché noi non abbiamo nemmen principio di addebito contro di essi. … Facciano dunque le Signorie Loro Illustrissime, e ordinino, e dispongano come più Le aggrada, o li assolvino, o li condannino, a Noi non preme nulla; e ci crediamo in dovere di non intrometterci per modo alcuno in questo fatto …”.
Il 3 luglio, la Deputazione savinese scrisse al Comandante austriaco, Schneider: “Noi per calmare il Popolo s’era ideato di intimare a questa Nazione lo sfratto da questa Terra fin alla venuta del nostro legittimo sovrano. Ma comecché, riflettendo più posatamente, ci siamo persuasi, che la sorte di questa dipende dall’eccellenza vostra. Quindi è che noi ci avanziamo con la presente a farle istanza di voler comandare la espulsione di tal canaglia ovvero a provvedere con suo ordine all’assicurazione e quieto vivere della medesima …”. Ma lo Schneider, decise di non decidere …
Alla fine, pressata da un lato dall’esigenza di garantire la sicurezza agli ebrei savinesi, da un altro dal contenere le sempre maggiori proteste dei più accesi popolani e inoltre nel non incorrere più nei continui richiami della Suprema Deputazione, volti a far valere i diritti della Nazione Ebrea, la Deputazione del Monte San Savino incontrò segretamente i capi della comunità ebraica locale e assieme concordarono un decreto di “espulsione”, in modo da “legalizzare” la partenza degli ebrei dal Monte, senza sottoporli a sospetti di volersi unire ai francesi.
Il 18 luglio 1799 fu emanato il decreto: “Premendo sopra ogni cosa alla nostra Deputazione, che si mantenga in questa Terra, e fra questo popolo inalterabilmente il buon ordine ed avendo altresì presentito, che questo buon ordine possa essere leso per il soverchio fervore di molti del Popolo, i quali irritati contro della Nazione Ebrea per la iniqua loro correlazione coi Francesi, onde si è comprovata brigante contro la Santa Religione ed il legittimo Sovrano, ed i buoni antipatriottici, macchinano d’intentare contro della detta Nazione Ebrea le più esemplari vendette, però col tenore di questo nostro decreto si avvisano tutti gli Ebrei stazionati in questa Terra, di qualunque età, condizione, e sesso, che procurino di provvedere con tutta sollecitudine alla propria salvezza con assentarsi da questa Terra fino al ritorno del nostro Reale padrone e Signore …”. Nel frattempo si ordinava alla popolazione locale di non molestarli.
La Suprema Deputazione Aretina, non conoscendo le motivazioni e i contatti tra Deputazione savinese ed ebrei, rimase sconcertata. Il 21 luglio, scrisse una lettera alla Deputazione savinese, per chiedere spiegazioni e invitarla a revocare il provvedimento. Scriveva la Suprema Deputazione che non si poteva “precipitare una sentenza prima che sia fatto il processo”. Questo comportamento “… come si eseguirebbe dal Real nostro Sovrano, che avendoli ammessi, o almeno tollerati non si determinerebbe di espellerli senza una giusta causa.
Convien riflettere, che sebbene in generale possano credersi cattivi gli Ebrei, con tuttociò vi sono fra questi degl’individui, che non meritano alcun castigo, e che l’istessa Umanità, e la nostra Santa Religione ci comanda di soccorrere …”.
Il 22 luglio la deputazione del Monte rispose alquanto polemicamente alla Suprema Deputazione: “è certamente giustissimo quanto le Signorie Loro Illustrissime hanno favorito indicarci relativamente agli Ebrei di questa nostra Terra colla di Loro lettera del dì 21 corrente. Ma senza punto mancare al debito rispetto ci convien dire, che se le Signorie Loro Illustrissime avessero avuto la degnazione di sentir noi prima di scriver detta lettera, come si sono compiaciuti sentire gli Ebrei, avrebbero riconosciuto inutile per noi quanto ci hanno esposto di dottrinale per nostro documento. Imperciocché noi con i nostri Editti non abbiamo intimato lo sfratto agli Ebrei commoranti in questa Terra, ma puramente gli abbiamo consigliati di procedere alla propria salvezza con sottrarsi alla furia di una masnada numerosissima di villani ed altri, i quali inviperiti contro di essi avevano prefisso per il dì 19 di questo il loro saccheggiamento e massacro. Inoltre non noi con i nostri Editti abbiamo determinati giorno di tempo a questi Ebrei per partire da questa Terra, ma essi medesimi ne avevano fatto accordo alla presenza di noi Deputati, e noi sulle loro richieste e parole formammo il Decreto.
Contuttociò per di loro regola e quiete ci pregiamo significare alle Signorie Loro Illustrissime che in tutti i modi possibili, e colle comminazioni le più precise, pressanti e rigorose procureremo a loro riguardo, e per debito di giustizia, raffrenare o tenere a segno le effervescenze vertiginose di questi intriganti villani. E a tale effetto si è già disteso il conveniente decreto a forma dei di loro pregiatissimi cenni, quali bramiamo di tutto cuore che sortiscano ottimo effetto per il buon ordine e per il lustro della buona causa”.
Comunque, probabilmente gli appunti ricevuti dalla Suprema Deputazione furono letti dai deputati savinesi come un ingeneroso rimprovero. Loro avevano messo in campo tutto l’impegno per evitare il peggio agli ebrei savinesi, fino a inimicarsi il loro popolo e adesso venivano ripresi dalla Suprema Deputazione, che aveva ascoltato le lamentele degli ebrei aretini e non le spiegazioni dei dirigenti di Monte San Savino. Questa incomprensione, unita alla mancanza di forze dell’ordine a loro disposizione e all’anarchia sempre più manifesta, portò i membri della Deputazione savinese a rassegnare le dimissioni il 25 luglio: “Qualunque determinazione ha presa e va prendendo la Deputazione è mal fatta; segreti istigatori vanno infiammando i più faziosi del popolo per ispirar loro il disprezzo e l’insubordinazione alle Autorità costituite. Questi uomini così infiammati si credono tutto permesso; vogliono impor la Legge; la Personalità, la Calunnia, le Fazioni, il Massacro, il Furto sono i moventi delle loro azioni dei loro discorsi. Le protezioni occulte gli rendono arroganti al segno che, qualora la Deputazione Cristiana e onesta tenta di opporsi alle loro inique intenzioni, si minacciano pubblicamente i Deputati nelle persone e nelle proprietà. Questo quadro spaventevole, eppur lontano dal vero, è un debole ritratto dello stato attuale di questo Paese, e di questa Deputazione. L’opporsi con vie di fatto è impossibile, perché non vi sono forze e perché sarebbe cosa assai dolorosa il far nascere una Guerra Civile; quindi gl’infrascritti Deputati necessitati dalle narrate imperiose circostanze renunziano all’incarico, e per porre in salvo e vita, e proprietà, poiché è impossibile il far del bene fra tanti mali, dichiarano che da oggi in appresso essi non si adunano più, e si considerano come già liberati al loro impiego …”
Gli ebrei savinesi, dunque, lasciarono Monte San Savino, convinti che si trattasse di una partenza provvisoria, in attesa di un prossimo ritorno del Granduca a Firenze e del ripristino del controllo della forza pubblica sulle teste calde del popolino, in modo da favorire il loro rientro alle proprie case. In realtà, gli ebrei a Monte San Savino non vi tornarono mai più.
Ufficio Stampa



