Enzo Gradassi: VENTO. Una storia di fine Ottocento, che sembra essere uscita da un telegiornale di oggi

 

Più volte nella mia infanzia, ho sentito qualche persona che, arrabbiata con i familiari o con i vicini per chissà quale motivo, al culmine dell’accesa discussione sbottava con un “Va a finire che faccio come il Menci!”. Ora non ricordo se queste parole avessero un qualche effetto su familiari o vicini dell’arrabbiato, ma ricordo invece che fra quelli che assistevano alla scena, nascevano sorrisetti ironici e increduli, a cui si univano commenti del tipo: “Sì, ora fa come Vento!?!”.

Ma che aveva fatto di così importante quel “Menci di Vento”, che conoscevo di vista perché abitava di fronte all’appalto di Cozzano? Non ne avevo idea e se lo chiedevo ai grandi che lo avevano nominato, ricevevo risposte vaghe. Avevo però capito che doveva averla fatta grossa.

Crescendo, ho capito che il “Vento” citato non era quello di Cozzano, ma un suo lontano parente. E ormai sapevo che aveva ammazzato i familiari.

C’è voluto Enzo Gradassi, con la sua magistrale e certosina ricerca storica, dedicata ad Angelo Menci detto “Vento”, per mettermi di fronte ad un’orribile storia, truculenta, che gronda sangue e dolore da ogni riga. Una storia che sembra appena uscita da un moderno telegiornale; una storia che avrebbe fatto la gioia di tanti giornalisti e conduttori televisivi di oggi. In realtà, è una storia accaduta i primi mesi dell’anno Millenovecento e per questo ancora più sconcertante e incredibile.

Angelo Menci “di Vento” – perché tale era il soprannome del ramo della famiglia da cui proveniva – era un contadino nato a Castiglion Fiorentino nel 1858. Nel 1887 si staccò dalla famiglia patriarcale di Cozzano e se ne andò con la moglie Orsola, la figlia Rosa di un anno, i genitori e due zii, in una casa del Conte Gaci, a Castroncello. Nel 1895 gli nacque il secondo figlio: Pietro. (Foto 1)

La dura vita del contadino non aveva piegato il carattere di Angelo, il cui soprannome Giuggiolo e Giuggiolone ne testimonia l’essenza bonaria e pacifica. Angelo era – o almeno appariva – come un’ottima persona: tanto lavoro, molte attenzioni per la famiglia, parecchio religioso (tutte le sere recitava il Rosario). Mai nei locali pubblici ad ubriacarsi o a giocare a carte.

Poi, quella vita semplice, dura, ma in fin dei conti accettabile, fu funestata da alcuni drammatici eventi. Ad aprile 1895 morì di polmonite, a neppure sessant’anni, il padre di Angelo. Nel maggio 1899 morì di parto la moglie Orsola, appena dopo aver dato alla luce la piccola Luisa. E tanto per non fargli mancare nulla, la sventura gli portò via una vacca – che si ammalò e fu venduta a poco prezzo – e un’altra che morì di malattia.

Angelo, pressoché solo nei lavori sui campi (lo zio era anziano), incapace di accudire i figli piccoli, bisognoso quindi di aiuto, decise di risposarsi. Nel febbraio 1900 Vento sposò solo con rito religioso una giovane vedova che abitava a Monte San Savino: Isolina.

Sembrava che le cose migliorassero, ma – con il senno di poi – i conoscenti osservarono dei cambiamenti nel carattere di Angelo. Appariva meno socievole, più chiuso. Fino a che, i primi giorni di maggio fu colpito da una lieve influenza. Il 10 maggio, nonostante fosse ancora febbricitante, Angelo andò a lavorare sui campi, fino a sera. Poi, la cena, il rosario e a letto.

Ma non si addormentò, Vento. Rimuginava e rimuginava sulle sue sventure. Era terrorizzato che un’altra sciagura piombasse sulla sua famiglia. Magari poteva toccare a lui e allora, moglie, figli, mamma e zii, sarebbero precipitati nella miseria più nera.

Dopo alcune drammatiche fasi di incertezza, verso mezzanotte Angelo si alzò, prese una piccola accetta e tornò in camera. La prima vittima fu la moglie Isolina, presa ad accettate sulla testa. Poi fu la volta della mamma e dei tre figli, che dormivano nella camera accanto: anche per loro accettate sulla testa; solo la più piccola fu ammazzata con un colpo di piatto, a mo’ di mazza. A seguire, oramai trasformato in una furia, Angelo ammazzò ad accettate i due zii. Poi, non si sa perché, gettò i corpicini dei due figli più grandi nel pozzo. (Foto 2)

Quindi, incendiò una capanna ed il pagliaio, prese ad accettate pure le due vacche, una vitella e la somara.

Ma non si fermò ai familiari. Prese la doppietta e la scaricò su un vicino di casa, mentre i suoi familiari, corsi nell’aia a tentare di salvare gli attrezzi collocati nella capanna in fiamme, furono presi ad accettate o colpiti con il calcio del fucile ormai scarico.

Poi, mentre i primi contadini della zona, svegliati dalle fucilate e dal bagliore delle fiamme, arrivavano alla casa del misfatto, Angelo se ne scappò via, diretto verso la ferrovia Firenze – Roma, per porre fine a quella nottata insana, gettandosi sotto le ruote di un treno che spesso aveva sentito passare verso quell’ora. Arrivò che il treno era già passato e quindi si nascose nei paraggi. Fu arrestato poche ore dopo dal Maresciallo dei Carabinieri di Castiglioni, mentre si trovava in un capanno nei pressi del cimitero del paese.

Vento fu interrogato nella locale Caserma dei Carabinieri, mentre fuori una grande folla lo voleva linciare. Fu poi incriminato per l’omicidio di ben 9 persone, per il ferimento di altre 5 persone, per incendio doloso e uccisione di animali domestici. Portato nel carcere di Arezzo e visitato dal medico, fu definito pericoloso e con “segni di alienazione mentale”; se ne suggeriva il ricovero in un manicomio criminale.

Enzo Gradassi, segue passo passo l’inchiesta del giudice istruttore, pubblicando tutte le testimonianze di chi aveva avuto a che fare con il Menci. Cita anche tutta la serie di articoli, apparsi sui giornali italiani e stranieri nei giorni successivi. Vento diventò un evento! (Foto 3, 4, 5)

L’Autore passa poi ad investigare su quanto accadde ad Angelo nel manicomio di Montelupo, seguendo come un segugio, le tracce dell’allora Direttore, dott. Vittorio Emanuele Codeluppi. Dalle sue relazioni, traspare che in certi momenti di lucidità, Angelo si rendesse conto di quello che aveva fatto, tanto da affermare: “… per lui nessuna pena era sufficiente: se lo si fosse tuffato nell’olio bollente, nella pece, se lo si fosse tagliato a pezzi non sarebbe stato punito abbastanza”. (Foto 6)

E a seguire, Gradassi propone la ballata scritta in sestine da Giovanni Mattioli, un giovane agricoltore di Alberoro: Un contadino che uccide dieci persone.

La vicenda di Vento lascia aperti molti interrogativi: come può essere accaduto che un ottimo figlio, un bravo nipote, un marito affezionato, un padre amoroso, un uomo irreprensibile, un infaticabile agricoltore, una persona benvoluta, un contadino apprezzato dal padrone, quella notte “abbia fatto il Menci”? (Foto 7)

E la morte di Vento, avvenuta a Montelupo il 25 aprile 1902 aggiunge ulteriori interrogativi: come e di che cosa è morto un uomo dal fisico robusto di soli 44 anni?

Enzo Gradassi è conosciuto e apprezzato per l’acribia con cui conduce le sue indagini. Ma in questa indagine, a parer mio è riuscito a superare sé stesso, cercando di esplorare anche l’archivio delle relazioni e dei sentimenti umani. E c’è riuscito benissimo, restituendoci questa storia che per decenni aveva pervaso i ricordi e i racconti di tante persone di questa parte di Valdichiana e non solo.

 

Il libro su Vento verrà presentato venerdì 30 ottobre alle ore 17,00 presso la Sala dei Grandi del Palazzo della Provincia di Arezzo. Parteciperanno il Presidente della Provincia Roberto Vasai, Cesare Bondioli, del Centro “Franco Basaglia onlus”, Ivo Biagianti dell’Università di Siena.

La presentazione del volume di Gradassi, pubblicato anche grazie ad un contributo del Centro “Franco Basaglia”, sarà l’occasione per Italo Monacchini, già presidente della Provincia di Arezzo, per ricordare la figura di Bruno Benigni, fondatore e Presidente del centro, a due mesi dalla sua scomparsa.

Santino Gallorini

 

FOTO:

1 – La Casa Menci a Castroncello, dove abitava Vento

2 – Stampa popolare che ritrae Vento mentre uccide la moglie

3 – La Nazione, 11 maggio 900

4 – La Stampa, 12 maggio 1900

5 – Der Tiroler, 15 maggio 1900

6 – Villa Ambrogiana, Manicomio Giudiziario di Montelupo Fiorentino

7 – Angelo Menci, Vento, quando era ricoverato al Manicomio di Montelupo

Santino Gallorini

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