Visco da Fazio:

 

 

 

Anche Visco partecipa al gioco dello scaricabarile, ma rischia però a questo punto, di fare la figura del pollo.


Esordisce a “Che tempo che fa” con una affermazione su Banca Etruria quantomeno stridente con quanto appreso fin ora: “Non è stata commissariata prima, perché la situazione è andata deteriorandosi nel corso del 2014: nel 2013 si era già visto che c’era una difficoltà di fondo, ma non si pensava che la situazione fosse deteriorata fino a quel punto”.

Casomai, avrebbe potuto molto piu’ prudentemente dire, che solo nel corso del 2014 Bankitalia si è accorta di quanto fosse deteriorata la situazione, visto che nel corso di quell’anno, la banca si è limitata all’ordinario stretto, senza azzardi o mosse strane. Ma sarebbe stata comunque una affermazione poco credibile, anche facendo finta che non avesse mai firmato la lettera in cui, già nel 2013, lo stesso governatore aveva scritto: “Si ritiene che la Popolare non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”  Mostrare oggi tanta sorpresa solo a partire dal 2014, ha il retrogusto amaro di una difesa dietrologica.

Insomma il governatore ha indossato l’elmetto ed è sceso in trincea per difendere il suo operato e quello dei suoi uomini, attraverso una offensiva mediatica a tutto tondo. Mai come oggi abbiamo potuto osservare tanta loquacità nel riservato Ignazio Visco.

Prima ha spiegato all’Huffpost che è il momento della tolleranza zero. Sulla questione subordinate, spetterà (a qualcun altro) alla magistratura accertare le responsabilità.

Poi a Repubblica ha ribadito che: “Spero anche io che chi ha sbagliato paghi. Ogni volta che è stato necessario abbiamo fornito alla magistratura piena informativa e la massima assistenza”.

Da Fazio ha snocciolato le considerazioni a supporto della sua tesi, rivendicando anche il fatto che l’azione della Banca d’Italia ha evitato “danni molto peggiori a centinaia di migliaia di risparmiatori e imprese”. Evidentemente anche Renzi crede ciecamente a questa versione, dato che con le stesse parole ha sempre difeso Bankitalia dalle accuse di chi ha visto in quel provvedimento l’origine di tutti i mali.

La Stampa ci riporta una telefonata già intercorsa tra Visco e Cantone, messo dal governo a capo degli arbitraggi. Visco lo ha chiamato al telefono personalmente. Un compito che sembrava destinato a Bankitalia, è stato invece affidato ad una autority esterna. Brutto segno per via Nazionale. Pare, sempre secondo il quotidiano torinese, che Ignazio Visco abbia preso in considerazione la lunga intervista televisiva, per cercare di spiegare direttamente agli italiani, non solo cosa ha fatto la Banca d’Italia e la sua Vigilanza, ma anche cosa sono e a cosa servono. 

E sempre La Stampa riferisce che il Capo dello Stato è sceso in sua difesa:  non gradirebbe la commissione parlamentare di inchiesta su Bankitalia, perché – spiega La Stampa – significa un organismo con poteri di magistratura inquirente, mentre commissione parlamentare d’indagine significherebbe sì indagare, ma a scopo conoscitivo, per meglio prendere misure di legge. Questa seconda ipotesi,  peraltro fortemente depotenziata rispetto alla prima, non minerebbe l’istituzione Banca d’Italia, mentre metterla sotto inchiesta macchierebbe la credibilità dell’intero Paese indebolendolo anche nella Ue.

Repubblica infine ci racconta la deposizione del capo degli ispettori (ispezione dal dicembre 2012 al settembre 2013) al Procuratore della Repubblica di Arezzo, avvenuta all’inizio del 2015.

Una deposizione in cui si tratteggia una banca in cui il CDA era sostanzialmente inutile, mentre tutte le decisioni venivano prese senza alcun dibattito o partecipazione, da chi in banca deteneva il potere vero: “Il consiglio era composto da 15 membri espressione del tessuto imprenditoriale e professionale aretino” (il Boschi Padre era nel CDA per una associazione di agricoltori).

“Il contributo dialettico e propositivo dei consiglieri – scrive Repubblica – quasi tutti privi di competenze specifiche, è risultato insufficiente”. Insomma, i quindici sono stati sì ben remunerati, perché hanno raccolto 14 milioni di euro di emolumenti dal 2008 al 2013, ma, stando all’ispettore di Bankitalia, non erano all’altezza.

Aggiunge poi: “il CDA aveva «abdicato al proprio ruolo» e accettava «in modo acritico» le decisioni del direttore generale Luca Bronchi, sotto inchiesta per ostacolo alla vigilanza, e del presidente Fornasari”. Ma i bene informati ci raccontano che anche lo stesso Bronchi era spesso messo di fronte a decisioni poco condivise ma a cui doveva piegare la testa. Questa storia del “chi comandava a Banca Etruria” sarà destinata a durare a lungo: passata la bufera mediatico/politica credo che ci riserberà molte sorprese.  

L’immagine – scrive sempre Repubblica – è quella di un vertice di due, forse tre, persone che decidono, e il resto dei consiglieri che approva. Le cose non cambiano nemmeno quando viene rinnovato il cda, il 4 maggio del 2014 e che durerà in carica solo 9 mesi e 8 giorni.  E’ il momento in cui è nominato presidente Rosi (ora indagato per conflitto di interessi), e vicepresidenti diventano Alfredo Berni (vicario) e il padre del ministro delle Riforme Pierluigi Boschi (vice senza deleghe).

Insomma secondo il tratteggio che ne fa il capo degli ispettori di Bankitalia, nei verbali del CDA si trovano poche parole riferibili a Pierluigi Boschi, rappresentato piu’ come un personaggio di secondo piano che un amministratore di sostanza. Nessuna richiesta per sé o per altri, nessuna obiezione, nessuna opposizione, insomma vien da chiedersi se c’era.

Non c’è male per chi pagherà di sole sanzioni, piu’di quanto ha riscosso in 3 anni nel CDA di Banca Etruria  

Paolo Casalini

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