Un po

 

Sento un gran rimbobare di speculazioni giuridico filosifche: è giusto o no aiutare gli obbligazionisti delle banche fallite che hanno perso tutto?

Peccato che nessuno, o pochissimi, si chiedono se era giusto o no, permettere anche solo il porsi questa domanda.

Se i grandi istituti finanziari italiani, pensano di poter speculare sul fallimento delle 4 bancucole del centro nord, hanno sbagliato i conti. Pagheranno loro, insieme ai contribuenti, i costi maggiori di questa vicenda e i 300 milioni di subordinate, saranno solo gli spiccioli: il resto della spesa dal panettiere sotto casa! E mentre gli svaligiano la cassaforte, gli italiani si baloccano sugli spiccioli.  

Riavvolgiamo il nastro della storia a 7 anni fa…

Il 13 settembre 2008 Timothy F. Geithner, presidente della Federal Reserve Bank di New York, convoca una riunione sul futuro di una banca in crisi: la Lehman Brothers. La società che più di ogni altra aveva giocato e speculato sui mutui subprime.  

In tale sede Lehman riferisce che sono in corso trattative con Bank of America e Barclays, per la possibile vendita della società.

Il 14 settembre 2008 il The New York Times pubblica la notizia che Barclays ha ritirato la sua offerta per l’acquisto di tutta o parte di Lehman e che l’operazione per salvare la banca dalla liquidazione pare al momento naufragata.

Nello stesso giorno, Bank of America chiede l’interessamento del governo alla vicenda:  i regolatori federali si oppongono fermamente alla richiesta. Sui contribuenti americani non può gravare il peso della gestione Lehman.

Mai parole furono così tremendamente sbagliate per i contribuenti di tutto il mondo! Se infatti i costi diretti della bancarotta Lehman sono stati valutati in 620 miliardi di dollari, i danni indiretti accertati, sono costati al sistema economico mondiale, 6.850 miliardi di dollari.

Il 15 settembre 2008 la società annuncia l’intenzione di avvalersi del Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense (una procedura che si attua in caso di bancarotta) annunciando debiti bancari per 613 miliardi di dollari, debiti obbligazionari per 155 miliardi e attività per un valore di 639 miliardi. Si tratta della più grande bancarotta nella storia degli Stati Uniti: 127.000 gli italiani coinvolti nel crak.

Zero Hedge un famoso sito finanziario americano, ha calcolato che rimettere in sesto le banche di mezzo mondo e far ripartire l’economia globalizzata, è costato ai contribuenti di tutto il pianeta, non meno di 18.000 miliardi di dollari: 30 volte il costo del fallimento, oltre ad una crisi globale che ha generato fallimenti a catena nel sistema produttivo occidentale dovuti alla crisi, i cui costi, sociali ed economici, non sono neppure valutabili.

L’onda d’urto provocata dalla crisi finanziaria globale, è arrivata in Italia nella primavera del 2011 e ha toccato il suo apice con le dimissioni del governo Berlusconi nel novembre successivo.

Mentre gli spread impazzivano, le economie piu’ deboli traballavano. Spagna, Irlanda, Grecia, Portogallo e Italia, rischiavano di far saltare il banco, mentre i disoccupati aumentavano ogni giorno secondo una sequenza infernale.. e questa era solo l’Europa.  

Legali e contabili che hanno curato la procedura fallimentare della banca d’affari hanno incassato complessivamente 3 miliardi di dollari di parcelle, 2 miliardi dei quali negli Stati Uniti e uno in Gran Bretagna.

La perdita di credibilità nel sistema finanziario, non ha invece ancora finito di far pesare i suoi effetti.

E’ evidente che il piu’ grande fallimento della storia bancaria mondiale non è parametrabile a quello di Banca Etruria e delle sue sorelle. Ma credere che la vicenda finisca domani mattina, con la filosofia del chi l’ha presa in tasca si rassegni e avanti un altro, è materia da illusionisti.

Gli effetti di questa crisi, smaltiti i problemi dei truffati (sempre che ci siano stati) devono ancora manifestarsi. Non ci vuole molto a immaginare che a fare le spese della perdita di credibilità e fiducia nelle banche italiane, saranno proprio le banche che sulla fiducia hanno investito tutto.

Purtroppo i costo sociali, smaltita la sbornia populista di chi si riempie la bocca  di livore contro le banche, ma vi tiene ben custoditi i suoi quattrini, ricadranno di nuovo e come sempre, sui piu’ deboli della catena.

Venghino siore e siori, altro giro ed altra corsa!  

Paolo Casalini

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