Mi sia consentita una riflessione da uomo di poca fede. Non sono un bacchettone, e chi mi conosce lo sa perfettamente. Ma non sono neppure un uomo che non sa riconoscere la profondità e la grandezza del messaggio cristiano. Un messaggio che passa attraverso la morte e la resurrezione di un Dio che scelse di farsi uomo, per amore dell’uomo. La crocifissione rappresenta per il credente, il momento piu’ terrificante, sublime e profondo del suo rapporto con il Padre: è la notte piu’ nera che precede l’aurora, è l’annuncio della morte che precede la festa della resurrezione. E’ tutto racchiuso nel mistero della fede.
Mi sia consentito dunque, da uomo di poca fede quale sono, di urlare però il mio dolore: se dobbiamo difendere il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito. Chi riduce il mistero della fede a simbolo della tradizione, oltraggia i credenti, che meritano invece rispetto profondo. E anche un po’ di invidia. La morte in croce è da duemila anni uno “scandalo”, sia per chi crede nella resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione.
La crocifissione è l’immagine vivente della umanità di Cristo, della sofferenza e della speranza, della resistenza inerme all’ingiustizia, del superamento della morte fisica, della gratuità e dell’infinito amore: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
Natalia Ginzburg, ebrea e atea, negli anni Ottanta scrisse: «Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo smettere di dire così? Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini. Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Il crocifisso fa parte della storia del mondo»
Da uomo di poca fede oggi, mi sento di aggiungere dunque che non lo possiamo trattare da semplice simbolo della tradizione, o peggio, da strumento di divisione tra gli uomini, da solco per separare coloro che si reputano giusti dagli infedeli relegando la morte e la resurrezione di Cristo a simbolino di plastica appiccicato al muro. La sua banalizzazione come soprammobile, confuso con i banchi, le scrivanie, gli armadi e le altre suppellettili degli uffici di ragioneria o delle aule scolatische, dovrebbe essere, quello sì, un sacrilegio. E la giustificazione del crocifisso al muro, come una fatto consuetudinario, dovrebbe suonare alle orecchie dei buoni cristiani, come una nota stonata. Una stecca nel cuore. Peggio ancora se diventa strumento di propaganda politica.
Scrive Massimo Cacciari: “Se Gesù tornasse tra di noi il primo a togliere quell´effigie dai muri certamente sarebbe lui. La laicità di uno Stato però non si misura dai crocifissi appesi o tolti. Gesù era un maestro di laicità. Che ha detto che il suo regno non è di questo mondo? Più laico di così… Se il crocifisso è un’imposizione, il segno di una religione di Stato (“Quello è il capo”) allora si bestemmia lo stesso messaggio di Cristo, che tutto è fuorché un messaggio per istituire una “religio civilis”. Solo se quella figura serve a concentrare l´attenzione su ciò che Gesù ha veramente detto, sul contenuto dei Vangeli, allora può diventare una presenza di grandissimo stimolo. Di apertura mentale per tutti”.
Oggi siamo invece schiacciati da una schiera di ladri, truffatori, puttanieri, razzisti, violenti e intolleranti, che preferirebbe vedere affogare in mare i poveri disgraziati che scappano da guerre e/o miseria piuttosto che accoglierli. E proprio costoro vorrebbero spiegarci l’importanza del crocifisso, del Natale e dei valori della tradizione ad esso collegati.
Se mi è concesso di usare indegnamente le parole di Cristo,che ha sempre perdonato tutto (ma con difficoltà l’essere preso per il culo): “Sarebbe meglio per loro non essere mai nati”. E se ho sbagliato nella mia valutazione del messaggio cristiano, chiedo scusa ai veri credenti.
Paolo Casalini



