Per ripartire oggi, basterebbe che ad Arezzo ci fosse almeno un briciolo di onestà intellettuale per ammettere che siamo proprio noi aretini che abbiamo lasciato la banca agonizzare in conduzioni familistiche, senza muovere un dito, disinteressandosene completamente.
Non è un atto di accusa al consiglio comunale. Anzi. Come Siena ben ci insegna, le municipalità dovrebbero separare bene la finanza dalla gestione del territorio. La commistione tra queste due entità porta guai ancora piu’ grossi. Oltretutto non riesco neppure ad immaginare come possa un consiglio comunale, interagire su una holding che si estende su ben 7 regioni: è un mistero che solo i senesi possono spiegare. Oggi al massimo, il consiglio comunale può diventare interlocutore tra i risparmiatori disperati e la finanza nazionale e internazionale. Ma per farlo occorre una unità di intenti che mi pare ben lontana dal realizzarsi.
Ma non solo unità in consiglio comunale: occorre che il territorio tutto sia compatto, perché, diciamocela tutta, il nostro interlocutore non è più lo stato italiano, ma la Banca Centrale Europea. Occorre una presa di responsabilità forte di tutte le categorie economiche, che seppur mai citate in questa vicenda, hanno invece precise responsabilità nel disastro. (Di questo però, mi riservo di approfondire in altri articoli).
Non è una novità che da tempo sia stato deciso che le banche dovevano essere considerate soggetti fallibili. Questo è sempre accaduto nei paesi piu’ avanzati, compresa la Russia di Putin. A sperimentare questa amarissima condizione, nel nostro paese, è toccato per primi a noi.
Se posso avanzare una ipotesi, anche Bankitalia mi pare abbia gestito la vicenda “vecchia maniera”: un commissario qua, un intervento là, tanto poi il modo di mettere tutto a posto lo si trova sempre. Invece non è andata così. Una volta messi in moto certi meccanismi, ha perso il controllo della situazione. Nuove regole hanno tolto il boccino di mano alle istituzioni, facendo entrare le crisi in un meccanismo infernale da cui nessuno è stato piu’ in grado di uscire. Alla luce di quanto è successo poi, credo che ci sarebbero state altre soluzioni piu’ mediate e piu’ indolori per risolvere questioni, che secondo me erano risolvibili in maniera meno drastica. Anche solo l’aver fatto di tutta l’erba un fascio di quattro banche con problematiche tra di loro diversissime per dimensioni e natura, è la dimostrazione di uno scarso livello di preparazione nell’approccio al problema, soprattutto alla luce delle nuove regole sulle crisi bancarie.
Non salvo il governo. Il fatto che il nostro istituto centrale abbia dimostrato miopia operativa, non significa che il governo sia giustificato nell’averlo seguito ciecamente. Punto il dito soprattutto sul MEF (e sui suoi pagatissimi dirigenti), che non avrebbe mai dovuto farsi cogliere alla sprovvista da regole di cui si era a conoscenza da almeno due anni. Il provvedimento che ha commissariato Banca Etruria infatti, è disposto su indicazione di Bankitalia, ma è firmato comunque dal ministro competente.
Diventa ormai insopportabile invece la ricerca del colpevole politico a tutti i costi nella crisi gestionale della banca. Separiamo dunque e prima di tutto i livelli di responsabilità. Alla politica riconosco la responsabilità di aver gestito male la crisi, di non avergli saputo opporre un freno (e ciò almeno negli ultimi 15 anni) e in ultimo di non averla guidata adeguatamente, ma non certo di averla generata. Le responsabilità del crack vanno cercate altrove!
Come ha perfettamente stigmatizzato Francesco Macrì, leader aretino di FDI: “La politica nella vicenda Banca Etruria è stata assolutamente marginale. Ha sempre mendicato e andava in processione, ma erano singoli anche se politici e spesso per motivi personali e professionali”.
Oggi invece si cerca di far diventare tutto politico, alla ricerca disperata di capri espiatori da un lato, alla ricerca di effimero consenso da un altro. Ma a fare le spese, di questo sciacallaggio, alla fine saranno proprio i risparmiatori defraudati. E’ormai evidente che la crisi non è stata causata da una singola scelta del CDA, ma da una gestione imprudente andata avanti per molti anni, forse decenni.
La principale colpa rimane su chi ha scelto gli amministratori e in una banca popolare cooperativa, i colpevoli sono tanti e difficilmente ammetteranno di esserlo. I dipendenti, essendo spesso pure soci, votavano amministratori che gli avrebbero garantito benefit, non certo chi perseguiva la produttività. I clienti votavano amministratori che avrebbero garantito loro condizioni migliori, non certo chi perseguiva la redditività e i professionisti, sostenevano chi cotinuava a garantirgli consulenze e non sempre nell’interesse della banca. Sopra questo sistema, che già scricchiolava da tempo, si è abbattuta la crisi e nessuno ha avuto coraggio di prendere decisioni drastiche, quando c’era ancora tempo.
Non salvo neppure la mia categoria: tutti i media se ne sono sbattuti colpevolmente. Ci avevano insegnato che parlare di banche e finanza è pericoloso. Ci dicevano che mettere in piazza i panni sporchi poteva procurare danni gravissimi a cui saremmo stati chiamati a rispondere in sede giudiziaria. Così siamo andati avanti per anni, tra il si fa capire e il non si dice, sperando magari in un contratto pubblicitario per tacitare il colpevole silenzio. Veniamo da un mondo, d’altra parte, dove si immaginavano le banche chiuse a prendere decisioni segrete in ovattate stanze. Da cui nulla doveva trapelare. In cui il segreto bancario era pari ad un dogma di fede. E nel silenzio ovattato di quelle stanze, si è consumata la fine della nostra banca.
Oggi non faccio neppure una grossa colpa ai media nazionali, che continuano come un mantra a chiamare Banca Etruria il feudo dei Boschi. Non sanno che scrivere per vendere qualche copia in piu’. Non c’è però aretino con un briciolo di cervello, che non capisca che si tratta di sciacallaggio e pure da quattro soldi. Spero che se i referenti politici di tali giornali vengono ad Arezzo, ci evitino questa filastrocca. Lo dico preoccupato solo per la loro dignità politica. Anche Beppe Grillo dal sacro blog, non ci ha risparmiato. Anzi, ha elevato il vicepresidente degli ultimi nove mesi, a presidente senza tempo. Ci siamo abituati Beppe. Come lo vuoi definire questo? Fai tu!
Alla fine di questa riflessione e sfogo, posso solo dire che è suonata la campana. Siamo arrivati ad un punto di svolta, in cui serve realmente l’unità politica di tutte le forze per salvare quel poco che resta. Dal nostro territorio sono scomparsi centinaia e centinaia di milioni di euro. Un colpo le cui conseguenze si riveleranno solo nel medio/lungo periodo. Oggi siamo tutti più poveri. Anche chi non è mai entrato in Banca Etruria (come me) oggi lo è. Se ancora non è chiaro a tutti il problema, sarà la realtà della situazioni a rivelarsi tale e molto presto. Se però ad Arezzo si continuerà a cercare di spuntare due voti, cavalcando il malcontento, credo che alle disgrazie dei risparmiatori non ci sarà mai soluzione. E neppure alla crisi del territorio, che rischierà di travolgerci tutti.
Paolo Casalini



