Nuotare controcorrente. Mi dispiace per Ponte Buriano, ma Firenze rappresenta un tesoro universale senza paragoni nel mondo

 

Non appena si è tornati ad avanzare ipotesi di innalzamento della diga de “La Penna”, che dovrebbe essere in grado di contenere una eventuale piena dell’Arno sul tipo di quella del 1966, sono scoppiate a Ponte Buriano le polemiche, a cui hanno fatto sponda rapidamente politici locali e amministratori.

Affrontiamo subito la questione parlando di ordini di grandezza: la portata dell’Arno che generò l’alluvione che tutti conosciamo, misurata a  Ponte Vecchio, era di 4100 m³ al secondo.

L’evento di cui stiamo parlando, si verifica con una frequenza di circa una volta ogni 100 anni come media statistica, anche se con i cambiamenti climatici questo rischio sta diventando maggiore. Allo stato attuale, se dovessero ripetersi gli eventi meteorologici del 1966, sia come territorio interessato dagli eventi, sia come intensità delle precipitazioni e loro durata, Firenze andrebbe sott’acqua allo stesso modo di quel tragico novembre.  

L’innalzamento della diga de La Penna, potrebbe significare dunque, che una volta ogni 100 anni (o piu’ spesso se è vero che questi eventi sono destinati ad aumentare di frequenza) l’abitato di ponte Buriano verrebbe allagato e completamente sommerso.

Chiariamo subito la seconda questione: mandare sott’acqua il ponte romanico Buriano, che da 700 anni è immerso per i suoi ¾, non ha alcun significato. Dato che mi risulta che né la pietra, né il carbonato di calcio che la tiene insieme siano solubili in acqua, al ritiro del fiume, presumibilmente 6 o 7 giorni dopo l’evento, avremmo un ponte bagnato e lavato, non certo un ponte distrutto.

I ponteburianesi si sono già opposti con fierezza al rialzo de La Penna, trovando sponda nell’allora presidente della provincia Tarchi, che pagó uno studio che dimostrò che con il by pass si otteneva un risultato analogo a quello del rialzamento, ma bisogna ammettere oggi che quello fu uno studio con tesi prefissata. Nato per dimostrare che era possibile trovare alternative praticabili.

Nello studio citato, si indica la realizzazione di un by pass sotto la diga della Penna per svuotarla velocemente, nel caso in cui preveda che arrivi l’onda di piena grossa, quella che può mettere in crisi Firenze, per poi renderla così capace di contenere un po’ piu’ a lungo l’acqua. A questo intervento si deve aggiungere il rialzo della diga di Levane, che comporterà l’allagamento dei territori a monte della stessa.

Questi interventi garantirebbero in caso di piena, un maggiore invaso di 10 milioni di metri cubi, mentre il rialzo di La Penna offrirebbe un maggior invaso di 40 milioni di metri cubi. Il primo, al ripetersi degli eventi del 1966, darebbe a Firenze la possibilità di veder trattenuta la piena e quindi resistere per circa un ora, il secondo circa tre ore.

La pianificazione prevede al momento solo il rialzamento della diga di Levane, che è certo, finanziato e verrà fatto. Forse verrà realizzato anche il bypass indicato nello studio della provincia, compreso il dragaggio dell’invaso per aumentarne la capacità. Ma affidare la difesa di Firenze, una delle piu’ importanti città d’arte e dell’architettura del mondo (come dimenticare i danni irrimediabili a S. Croce, alla galleria degli Uffizi, agli antichi manoscritti della biblioteca nazionale e tutto il resto alla città) alla capacità decisionale e soprattutto alla tempestività della catena di comando, che in pochi minuti dovrà prendere decisioni vitali, fa tremare le vene anche agli ottimisti.   

Io amo la mia città e amo il mio territorio, ma piu’ di tutto amo il mio paese e amo Firenze (nonostante Campaldino), che conserva un patrimonio artistico che non ha pari nel mondo. Simbolo universale del bello e del buon gusto, scrigno della cultura italiana e culla del rinascimento.    

Il fatto che adesso si torni prepotentemente a parlare del rialzamento della diga di La Penna, dopo decenni di studi idraulici, mi fa pensare o temere, che sia l’unico intervento veramente risolutivo (al ripetersi degli eventi del ’66, ma nulla è prevedibile con assoluta certezza) per la sicurezza di Firenze. E poiché tra le priorità di qualunque amministratore pubblico, non può esserci paragone tra far allagare Firenze o far allagare Ponte Buriano, la possibilità di fermare una decisione di questo tipo una volta presa, è la medesima di chi pensa sia possibile mandare l’acqua dell’Arno verso il Casentino invece che verso il mare.

Ciò che invece pretenderei, molto poco prosaicamente ma con molto piu’ senno, se fossi un abitante di Ponte Buriano, è un atto d’obbligo notarile, firmato tra le parti (lo stato, la regione e i cittadini) in cui il primo si impegna in caso di allagamento, a rifondere (oltre naturalmente ai disagi subiti) il valore dei beni allagati attraverso un apposito fondo già predisposto e ad un valore prefissato, in precedenza concordato e soggetto ad automatica rivalutazione, entro il termine di trenta giorni dall’evento. Interamente se si decide di abbandonare il proprio immobile trasferendone la proprietà allo stato, parzialmente se si decide di ripararlo. Oltre naturalmente ad una serie di garanzie di interventi tempestivi e efficaci, per la loro stessa incolumità, da mettere in atto con rapidità (tempi di allerta, vie di evacuazione, mezzi di conoscenza ecc.) se dovessero essere proprio gli abitanti di Ponte Buriano a pagare il conto della decisione di salvare in questo modo la città di Firenze. 

Temo invece, che incaponirsi nella difesa ultima vana di Ponte Buriano, rispetto agli interessi nazionali superiori e che riguardano la città di Firenze, non porterà nulla di buono, né ad Arezzo, né ai ponteburianesi. 

Ma almeno parliamone… 

Paolo Casalini

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