Il PD verso l

 

Dubito che da questa assemblea usciranno chiarimenti utili a sapere quale direzione intende prendere il PD aretino. Non è difficile immaginare che sarà necessario un cammino piu’ complesso che la semplice nomina di un segretario comunale, per avere una indicazione chiara. Gli schieramenti in campo sono noti: la vecchia guardia, sostenuta da Ceccarelli e Dindalini, si porrà l’obiettivo di un ripristino dei vecchi equilibri ante 2013, di fronte ai quali ci sarà Donati, e il gruppo dei rottamatori, che nonostante la batosta subita, hanno ancora una importante fetta di consenso nella base. 

In realtà, secondo me (posso sbagliare e se mi sbaglio mi punirete) gli elettori non hanno castigato la debolezza della figura di Bracciali nei confronti di Ghinelli, ma soprattutto la debolezza di Bracciali nei confronti del suo stesso partito. Il voto degli ultimi anni, è stato un voto fortissimamente antisistema. Renzi è riuscito tra il 2013 e il 2014, a rappresentare perfettamente questo ruolo. Andando in rotta di collisione con i vecchi dinosauri del PD, parlando apertamente di rottamazione, ha incarnato il desiderio di cambiamento che serpeggia sempre piu’ intensamente tra gli italiani.

Il PD è infatti avvertito come sistemico alla conservazione (ma anche FI non scherza, lungimirante infatti la scelta di Ghinelli) e i suoi dirigenti non sono altro che il risultato del continuo risciacquio dei soliti bolliti. Il comune di Arezzo, attraverso il controllo delle partecipate e dei centri nevralgici del potere locale, ha rappresentato la lavatrice con cui questo sistema si rigenerava in continuazione. Il voto a Ghinelli è stato “simbolicamente”, da parte degli elettori, l’aver staccato “la spina alla lavatrice”. Nonostante che anche lo stesso Matteo, piu’ volte abbia dichiarato l’intenzione di fare piazza pulita dei vecchi metodi di governo e controllo del territorio,  non è stato considerato sufficientemente forte per poter realizzare veramente questo cambiamento. Non é stato un problema di curricula o di immagine, non di storia personale o di credibilità: semplicemente non è stato considerato abbastanza autorevole, non sulla piazza ma dentro al suo partito, tanto da poter rappresentare realmente un punto di svolta rispetto alle politiche d’annata. Non è riuscito ad incarnare il cambiamento e gli elettori gli hanno preferito chi il cambiamento può farlo a prescindere dalle volontà del partito, saltando dall’altra parte della barricata.  

Se il PD pensa di poter continuare a fare il gioco delle 3 carte coi suoi dirigenti, che passano da un ATO ad una partecipata, da una partecipata ad una controllata, da una controllata ad una agenzia regionale, per poi tornare al punto di partenza passando per un incarico politico, ho paura che questo partito andrà poco lontano. Ciò che i suoi elettori chiedono, fortissimamente chiedono, è vedere un cambio di passo, un rinnovamento sostanziale e non di facciata. Ciò che lo stesso Fanfani avvertiva come necessario, ma anche ciò che tanti si aspettavano dal giovane Gasperini.

Peccato che entrambi, per debolezza o per stanchezza, abbiano preferito demandare tutto ad un futuro che non è arrivato, visto che adesso governa la controparte.  

Ai posteri l’ardua sentenza

Paolo Casalini

Share this post :

Facebook
Twitter
LinkedIn
Pinterest

Create a new perspective on life

Your Ads Here (365 x 270 area)
Ultime notizie
Categorie
WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com