Leggiamo attoniti le notizie sempre piu’ incalzanti provenire da alcune banche del Nord Est. Azioni penali in corso, la Finanza che rastrella le filiali in cerca di documenti, presidenti (Zonin) che si dimettono in fuga, direttori generali sotto inchiesta della relativa Procura della Repubblica, azionisti che si sentono truffati e perdono cifre importanti, società di controllo raggirate, querele annunciate a migliaia, azioni di responsabilità in partenza, BCE sul piede di guerra.
Stiamo parlando anche e soprattutto della Banca Popolare di Vicenza.
Contemporaneamente leggiamo i rilievi mossi a Banca Etruria causati dalla mancata fusione con un istituto di elevato standing: per l’appunto, la Banca Popolare di Vicenza.
E allora una domanda sorge spontanea: ma a Bankitalia stanno giocando a bussolotti?
Ma come funzionano i controlli ispettivi? Si fanno un po’ qua e un po là approfondendoli a seconda delle simpatie? In quali mani sono i risparmi degli italiani? Il desiderio forsennato di spingere Banca Etruria alla fusione con la BPV, in cui il capitale necessario all’operazione era frutto di operazioni di fantafinanza, la possiamo forse definire operazione di elevato standing?
La Popolare di Vicenza in pochi mesi ha già accumulato 100 denunce per i propri dirigenti in Toscana (mica cazzatelle: aggiotaggio e ostacolo alle attività di vigilanza) e almeno 800 al vaglio in Friuli. A Vicenza hanno depositato un migliaio di reclami feroci, che possono trasformarsi in azioni legali. L’operazione di aumento di capitale, spacciata per pre OPA sulla BPE e che incece ha permesso alla banca vicentina di superare per un soffio gli stress test della BCE funzionava così: “Tu mi compri un milione di azioni della banca, e io ti do un milione di prestito; tu non ci perdi perché io, al momento giusto, troverò il modo di collocare le azioni sul mercato, per esempio trovandoti un compratore. Io ti garantisco non solo il rientro dell’investimento, ma anche un guadagno…”.
Immaginiamoci la reazione degli ispettori europei!
Leggere oggi, attraverso le pagine della Nazione, che il più importante rilievo mosso dall’organo di vigilanza, è la mancata aggregazione con Popolare Vicenza, alla cui lettera di interesse il CDA diede risposta interlocutoria l’11 giugno 2014, dopo le notizie che stanno arrivando proprio da Vicenza, fa sobbalzare e non tanto per il rilievo che potrebbe essere pure giusto nella sostanza, ma per la dimostrazione di scostamento dalla situazione reale da parte della Banca d’Italia, che palesemente non aveva la piu’ pallida idea di ciò che stava proponendo con forza e pressioni.
Stiamo parlando di 18 mesi fa, non di 18 anni fa, tempo in cui le carte in tavola potrebbero essere cambiate in modo naturale. L’offerta era del 28 maggio 2014, il definitivo ritiro avvenne solo 19 giorni dopo, cioè il 17 giugno. Tempi strettissimi, in cui non si vende manco un auto usata figuriamoci una banca, che fanno immaginare oggi, col senno di poi, l’esistenza di un copione già scritto, in cui Bankitalia, fino a che gli ispettori della BCE non gli hanno fatto notare che il re era nudo, ha fatto tranquillamente solo la parte dell’utile idiota.
C’è di che essere preoccupati?
Paolo Casalini



