(Dotarsi di una buona scorta di ironia prima della lettura)
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Facciamo una precisazione: le due assessore, Tanti e Nisini, fanno parte della giunta Ghinelli, solo in funzione delle teorie di “GENDER parity” che hanno stimolato l’Italia a seguire le indicazioni internazionali, inserendo l’obbligo di una “GENDER” rappresentanza nella giunta comunale. Nessuna delle due è stata eletta, ma chiamate di gran fretta per il rispetto della legge.
Non posso invece immaginare come sarebbero composti i gruppi consiliari, se non ci fosse stato l’obbligo del GENDER parity, anche nella presentazione delle liste elettorali. Ma questo è campo di mera ipotesi e non ci interessa.
E’ lecito invece domandarsi il perché, le due assessore che si trovano in quegli scranni unicamente per effetto e come risultato di tali teorie “GENDER”, siano contemporaneamente anche le piu’ accese e accanite accusatrici di dette teorie.
Che forse sia solo una manovra delle stesse per screditare così anche se medesime e convincere finalmente il popolo sovrano che le donne è bene che restino tra i fornelli?
Onestamente anche io ho sempre criticato le leggi che impongono la GENDER parity, partendo però dalla considerazione che la parità di genere, dovrebbe essere, non un obbligo di legge, ma una conquista culturale, che affonda le sue radici nella educazione, nella civiltà, nella maturità che si raggiunge con lo studio e con il confronto, fin dagli anni della scuola primaria. Una educazione alla parità che renda la parità stessa connaturata alla nostra civiltà, senza alcun obbligo imposto da leggi coercitrici.
Trovare in queste donne tanto accanimento contro tale visione delle donne nella storia, forse mi dovrebbe far ripensare al ruolo delle stesse e soprattutto dovrebbe far ripensare a tutte le teorie di GENDER parity.
Che abbiano ragione loro?
Almeno “certe donne” dunque, secondo la logica che si desume da queste prese di posizione, è bene che dai fornelli non si muovano, non perché io sia maschilista, ma solo perché pare che siano loro stesse a chiederlo a gran voce.
Si stanno impegnando infatti con tutte le loro forze, affinchè i maschi tornino finalmente ad occupare interamente la scena politica, e le femmine si occupino esclusivamente della casa, dei figli, delle faccenduole domestiche! Signori uomini del consiglio comunale: accontentale! Ruspisti ruspanti alla riscossa…
E questo non è forse tafazzismo allo stato puro?
Secondo il dossier GENDER Equality fra politica imprese e lavoro di Openpolis la questione GENDER è ancora un dibattito apertissimo. Inutili le potenti prese di posizione di donne di potere come Christine Lagarde, Hilary Clinton e Patricia Arquette. E’ lo stesso universo femminile che rifiuta questa visione, e le vicende aretine ne sono una ampia e inopinabile conferma. Il desiderio di sottomissione è connaturato alla stessa loro natura: ne fanno un caso politico, una questione vitale.
Il problema della GENDER Equality rimane irrisolto negli Stati Uniti come in Europa. La disparità rimane molto forte. Sui 93mila incarichi politici in Italia poco più del 21 per cento è ricoperto da donne. E ad eccezione della Presidenza della Camera dei Deputati, si evidenzia come raramente una donna guidi un’amministrazione o sia a capo di un organo monocratico di una Regione (10 per cento), di una Provincia (10 per cento) o di un Comune (13 per cento).
Interessante notare che dove le TEORIE GENDER equality sono maggiormente diffuse, le differenze vanno lentamente assottigliandosi. Orrore ! Vanno immediatamente bandite, vietate, boicottate, cancellate!
Forse sarà un caso che a guidare la classifica GENDER equality siano infatti i Paesi scandinavi e dei Nord Europa: Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca si aggiudicano la top five, seguiti dall’ Irlanda all’ottavo posto, Belgio al decimo, Svizzera all’undicesimo e Germania al dodicesimo.
La vera sorpresa europea nel rapporto 2014 è la Francia, il paese dei giacobini e da cui qualche ignoto, oscuro e sciocco funzionario, ha importato con una iniziativa estemporanea e personalissima, la dicitura scandalosa del genitore 1 e 2, che però passa dalla posizione 45 dello scorso anno alla 16ma.
Secondo la rappresentanza femminile aretina dunque, le donne dunque sono (e soprattutto devono restare) gli angeli del focolare domestico e il loro privilegiato incarico sarà quello di alternare lo smerdamento della prole allo spignattamento della cucina.
Nel nostro paese infatti, sono poche le madri con un bambino che lavorano rispetto al resto dell’Europa (57,8 per cento contro 63,4 per cento) e soprattutto rispetto agli uomini (86 per cento). Se poi i bambini crescono, i numeri crollano al 35,5 per cento (media Ue 45,6 per cento). Mentre l’occupazione maschile resta stabile sopra l’80 per cento.
Le dolenti note italiane riguardano soprattutto le opportunità e la partecipazione economica femminile ( che, in una media tra i vari indicatori, non raggiunge nemmeno la sufficienza) e la presenza di donne nelle alte sfere politiche. A parità di mansione, le donne prendono un salario inferiore all’uomo e la loro presenza tra le cariche manageriali è minima. L’Italia può fregiare qualche nome femminile tra le presenze parlamentari e le cariche ministeriali, ma spicca immediatamente all’occhio come, ad oggi, il nostro Paese non abbia mai avuto una donna come Presidente della Repubblica.
Le resistenze alla crescita culturale del nostro paese sono evidentissime. I tentativi di migliorare il livello di civiltà, che non significa affatto omologazione sessuale, ma almeno parità culturale, sono oggetto delle piu’ violente critiche.
Intere aree di opinione, affondano a piene mani nella arretratezza diffusa, alla ricerca di facile consenso. Decenni di lotte sono così spazzate vie da semplici slogan e dalla manipolazione dell’analfabetismo funzionale, che sta facendo calare un burqua virtuale sul nostro paese.
Ruspisti ruspanti, le vostre donne aprono davanti a voi le nuove praterie dell’integralismo talebano. Abbuffatevi..

Paolo Casalini



