Elezioni di Arezzo: Bracciali non pu

 

 

Questa è la democrazia. Chi vince, vince anche per un voto. Vero è invece che dopodomani, quella che oggi pare essere una maggioranza consolidata, può sciogliersi come neve a sole. Significa cioè che il voto è quanto mai liquido, spesso umorale, affidato a sensazioni del momento, istintivo e a volte rabbioso. Ma visto che questa è la democrazia, queste sono le regole del gioco, di questo dobbiamo parlare.

E’ evidente che nella sconfitta di Bracciali confluiscono una serie di concause, come è altrettanto evidente che le scelte fatte nella campagna elettorale, erano sbagliate. Sulle seconde ho già illustrato il mio pensiero e non credo ci sia bisogno di aggiungere molto altro. Sulle prime invece, ovvero sulle concause che hanno generato questo risultato, molto ci sarebbe ancora da spiegare. Ma limitarsi a liquidare il problema con una frase lapalissiana: “per vincere ad Arezzo ci vuole un Fanfani” significa, oltre che offendere Matteo, anche offendere la città di Arezzo. Non credo che gli aretini siano un popolo di coglioni che sappiano solo farsi abbindolare da nomi prestigiosi, nè tantomeno da questioni anagrafiche. Gli italiani in genere stanno lentamente ma inesorabilmente, orientandosi verso l’alternanza di governo, sia essa locale che generale. Forse un giorno arriverà anche lo Spoil System. Noi non disperiamo! 

Non c’è dubbio tuttavia, che la polarizzazione del voto porti molta gente a non riuscire a riconoscersi nei candidati che emergono dalla lotta politica, facendo crescere a dismisura il fenomeno dell’astensionismo. Maggiore scelta politica infatti, significa maggior desiderio di poter sostenere la propria idea e quindi maggior stimolo a recarsi a votare, ma significa anche dopo il voto, la necessità di mettere d’accordo istanze tra loro diversissime, che spesso sfociano in fibrillazioni interne e infine nella paralisi della azione di governo.

La vocazione maggioritaria per il PD, invocata ed inaugurata da Veltroni (a cui fece subito eco Berlusconi dal predellino), era il frutto di una stagione vissuta dedicando piu’ tempo alla composizione degli attriti interni, che alla cura del paese, tanto a destra che a sinistra. Per questo non mi scandalizza affatto il gran numero di persone che preferiscono non votare: si sentono minoranza non rappresentata e preferiscono passare la mano. Ma nonostante questo, considero ancora oggi prioritaria la possibilità di avere maggioranze chiare, che compattamente votano, si muovono e governano il paese.

In questo gioco democratico, l’alternanza diventa però fondamentale. Anzi, l’esperienza dei paesi a lunga tradizione democratica, che su questo sistema di contrappesi giocano tutti i loro destini, ci insegnano che 5 anni sono comunque troppi, poiché 10, come spesso accade, diventano un tempo infinito. Non solo per i governati, ma anche per i governanti. I quattro anni degli americani sono un tempo equo su cui gettare le basi per una leadership efficace: da raddoppiare se si decide di far proseguire, o da interrompere rapidamente se la si considera sbagliata. Spero che anche l’Italia in futuro prenda spunto e tragga profitto dalle esperienze degli altri. Tuttavia ben venga anche ad Arezzo un radicale cambio nei vertici di Palazzo Cavallo. Da qualunque punto di vista si guardi la cosa, è evidente che questo voto è destinato a rompere vecchi schemi di controllo sociale ed anche elettorale, che rischiavano di perpetuarsi per via dinastica, aggregando il consenso intorno ad antichi, anzi generazionali grumi di potere.  

In questo quadro, l’evocata presenza di Maria Elena Boschi, può essere strumento interpretativo solo per i pochi cialtroncelli che non hanno di meglio da fare che scrivere sciocchezze. Credo non ci sia un solo aretino, né di destra che di sinistra, che consideri degna di considerazione questa visione: refrain che invece va tanto di moda sulla stampa nazionale.  Segno di una informazione ormai in preda a luoghi comuni, ossessionata da teoremi e pregiudizi e impegnata piu’ alla loro dimostrazione, che alla ricerca della notizia e dell’analisi dei fatti.  

I problemi che aspettano il nuovo sindaco, sono facili da prevedere: dovrà tenere insieme una maggioranza tutt’altro che omogenea, unita durante la campagna elettorale, ma destinata a sgallettare sempre piu’ insistentemente per assecondare fasce di elettorato con istanze completamente diverse e a cui i partiti che la compongono dovranno comunque rispondere. Si preannuncia un periodo amministrativo, giornalisticamente molto divertente, subito dopo la fine della luna di miele elettorale. Questo è stato il primo pensiero dopo il risultato della notte del ballottaggio: finalmente ci sarà da divertirsi a scrivere. Per quanto mi riguarda, voglio che sia chiara la posizione: non ho mai fatto sconti neppure al partito che mi ha candidato, non ne farò certamente alla nuova maggioranza: senza pregiudizi, ma senza neppure giocare a nascondino.  

Simmetricamente, il vero errore, se tale può essere considerato, è la scelta maggioritaria fatta da Bracciali. L’esperienza di Fanfani, spesso sofferta perchè costretto a muoversi tra equilibrismi e personalismi vari, ha fatto credere possibile poter praticare la strada di un governo cittadino a trazione diretta. Fortemente compatto, unito fin dalle prime battute, ma espressione di una parte certamente non vasta dell’elettorato.  Si è pensato al dopo, ma non si è valutato il prima. A ciò si è unito in un unico fiume di dissenso, il desiderio di alternanza nell’elettorato, le difficoltà oggettive pagate dalla precedente amministrazione, che ha gestito un periodo di crisi globale senza precedenti e una certa aria di sufficienza nei confronti dei cittadini, che si è manifestata attraverso il burocraticismo dirigenziale, poco ostacolato da parte politica.

Infine la paura nell’incarnare un punto di rottura, un momento di svolta, unica possibilità per intercettare il voto di chi invece voleva veder cambiare le cose, ma facendosi paladino della continuazione, ha determinato il tonfo finale.

Non è vero che il potere logora chi non ce l’ha: il potere logora il consenso e fa sembrare l’erba del vicino sempre piu’ verde! E la fine tra i fischi della carriera di chi l’ha pronunciata (e che pensava di essere immarscescibile), ne è stata ampia dimostrazione.  

Paolo Casalini

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