Chi racconta le novelle sulla crisi di Banca Etruria, cerca solo di far continuare a girare la giostra: a spese nostre!

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A giudicare dai risultati, sembrerebbe che all’interno di Bankitalia operino compartimenti stagni non in grado di colloquiare tra sé. La direzione della nostra banca centrale, evidentemente non sapeva cosa stesse facendo la sua stessa vigilanza, altrimenti non si sarebbe arrivati a questo punto senza una vera strategia o senza una soluzione già pronta.

Se ogni singolo reparto di questo meccanismo sembra aver operato al pieno delle sue competenze, la sommatoria che se ne ricava, è quella di una squadra di dilettanti allo sbaraglio.

Solo alla fine, quando ci sono state da tirare le conclusioni, ci si è accorti che proprio grazie a certe politiche di rigore nel ricalcolo dei conti, si era portato “astutamente” la banca alla dichiarazione di fallimento.

Molti oggi criticano con violenza l’idea di intervenire per alleviare il danno ai tanti risparmiatori turlupinati da un sistema che da molti anni stava preparandosi al disastro. Non mi stancherò mai di ripeterlo, in linea teorica hanno perfettamente ragione. Nemmeno io concordo che siano i contribuenti a rimettere a posto i debiti privati delle banche.

Credo però che prima di alzare bandiera bianca, uno stato sovrano o che pensa di essere tale, si debba sentire in obbligo di fare il possibile per raddrizzare la barca, senza scappare alla prima falla, gridando il salvi chi può.  

Non c’è dubbio che i risparmiatori siano vittime, ma è opportuno capire bene prima chi sia il carnefice.

Chi ha danneggiato irreparabilmente quei risparmiatori non è il decreto salvabanche, ma i consigli interessati che sono stati dispensati dai funzionari della banca, in un contesto normativo che consente e incentiva questo tipo di comportamenti. La storiella che la colpa è della politica o della casta o della Boschi o del su babbo, è solo una arma di distrazione di massa.

Le responsabilità hanno nomi e cognomi precisi. E sarà ora che nomi e cognomi precisi comincino a prendersi le responsabilità del caso.

Il decreto salvabanche (che in realtà, nel caso della BPE, ha salvato realmente solo un milione di correntisti e 200 mila aziende affidate), non ha salvato nessuna banca. Le ha dichiarate fallite. Facendo risorgere dalle loro ceneri dei nuovi istituti in grado di continuare l’attività di sportello e l’operatività nell’esercizio del credito, cancellando il management ed espropriando i vecchi proprietari: gli azionisti.

Coloro che continuano a sparare sciocchezze sui giornali o sulle TV, indicando nel governo la responsabilità dello sfascio della banca, stanno facendo il possibile per depistare l’opinione pubblica dalle vere responsabilità. Stanno impedendo che si metta mano ad una vera riforma del sistema, che impedisca nel futuro il ripetersi di eventi così dannosi, anzi catastrofici per un territorio. Così come hanno fatto le banche popolari, che per anni hanno cercato in ogni modo di impedire la loro trasformazione in SPA, invocando la territorilità, mentre in realtà stavano solo difendendo dei privilegi, che azionisti poco accorti avevano elargito a piene mani.

Il decreto salvabanche, ha semplicemente fatto propria la posizione della Banca Centrale, forse (e qui sono molto, molto critico) concedendo un credito di fiducia che andava meglio ponderato, perchè la Banca Centrale in definitiva, non ha potuto o saputo trovare migliori alternative praticabili, alla dichiarazione di fallimento.

Quel decreto, proprio perché assume una decisione di terzi, non è modificabile o emendabile. Può essere accettato o revocato nella sua interezza. Ma revocarlo significare andare dritti al Bail In.

Se proprio dovessi pensare male, direi che la banca centrale ha sfruttato la situazione per mettere a punto meccanismi applicabili in futuro su vasta scala. Una cavia finanziaria per intervenire quando ad andare in crisi non sarebbero quattro banchette che hanno poco peso, ma grandi istituti nazionali.  

Per questo valuto anche il fondo di solidarietà come un palliativo, funzionale solo a situazioni locali e contingenti. Forse irripetibile come esperienza, anche se dovesse essere approvato nel caso specifico. Dobbiamo invece trovare subito rimedi sistemici. Iniziando ad operare in difesa dei risparmiatori piu’ deboli e piu’ esposti al raggiro.

Finchè continueremo a permettere ai venditori delle banche di piazzare titoli che fanno comodo al board, per necessità di cassa o per scaricare a terzi errori strategici, non ne usciremo mai fuori.

Finchè permetteremo ancora in futuro di rivendere a clientela fiduciosa, i bond argentini, Parmalat o Cirio, che gli scienziati delle direzioni si erano messi in pancia, per scaricare sul risparmio nazionale i frutti della loro incompetenza, non ne usciremo mai fuori.

Finchè non saremo chiari, non attraverso clausole pasticciate e note incomprensibili a pag.49 del prospetto informativo, ma sulla stessa copertina con ben chiara la scritta: rischio 1, 2, 3 ecc, non ne verremo mai fuori.

Finchè una banca potrà serenamente “consigliare” i titoli da lei stessa emessi o i prodotti finanziari da lei stessa confezionati, raccogliendo un paio di firme in più su moduli di difficile lettura e che ne richiedono comunque molteplici, firmando qui, qui e qui in fondo… e anche qui nell’angolo, dove le ho messo la crocetta… non ne verremo mai fuori.

Finchè il risparmiatore che si reca in banca per chiedere un consiglio su come investire i propri risparmi, trova un venditore che ha tutti gli incentivi (postivi o anche negativi) a  piazzare solo i titoli emessi dall’azienda per cui lavora (o per cui l’azienda è interessata che vengano piazzati), e guarda caso sono anche i prodotti che garantiscono i maggiori ritorni ai venditori della banca, sotto forma di ricchi premi e cotillons, non ne usciremo mai fuori.  

Mi perdonino gli azionisti di BPE, ma quando nel 2011 (e il Boschi nel cda non c’era ancora) i problemi di Banca Etruria uscirono per la prima volta, quando ci fu chi cominciò a raccontare di fidi assurdi ad amici lontani, di acquisti farlocchi, di conflitti di interesse non risolti, di elargizioni e stipendi da favola, la risposta dell’assemblea fu un trionfo per il CDA uscente. Permettetemi oggi di essere critico: avete perso le azioni? Amen. Anche il mio povero nonno, nato nel 1886, sapeva che la parola azione, significa rischio.

Mi dispiace soltanto per quei duemila (su sessantaduemila) che nel 2011 ci provarono a cambiare le cose.  

Paolo Casalini

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