“Banca Etruria travolta in modo irreversibile da un progressivo degrado in corso, indisturbato da 11 anni”

 

Il motivo della secretazione, possiamo immaginarlo: è non disturbare la collocazione presso il parco buoi, di subordinate in atto proprio in quei giorni. Ancora nel 2013 infatti Banca Etruria sempre pressata da Bankitalia, riesce a piazzare un aumento di capitale da 100 milioni e quattro emissioni di subordinate per complessivi 120 milioni.

Oggi (ieri) è andata alla sbarra anche la Consob, responsabile ultima della trasparenza del mercato, che però replica subito che non può sapere della lettera di Visco se Bankitalia non glielo dice e anzi impone il segreto sulle sue ispezioni. 

In realtà la Consob sapeva piu’ di quello che oggi non ammette, visto che il 20 dicembre 2013, fa pubblicare un supplemento al prospetto informativo della subordinata IT0004966856, ormai già venduta , in cui si offre ai sottoscrittori la possibilità di revocare l’ ordine di acquisto entro due giorni lavorativi. (Fonte Il FQ)

I due giorni per la revoca sono la vigilia e l’antivigilia di Natale.

Ma in fondo anche la Consob ha le sue ragioni: solo oggi infatti si scopre che dal 2002 Bankitalia contesta la debolezza patrimoniale a fronte di crescenti rischi sui crediti. E’ lo stesso Visco ad ammetterlo scrivendo nel 2013 che fin dal 2002… “la Banca d’ Italia ha imposto un coefficiente patrimoniale specifico” (patromnialità superiore alle banche dette sane) ma pare sia servita a poco visto che scrive sempre il governatore: “Negli ultimi anni tali criticità si sono progressivamente accentuate”.

Ma torniamo all’annus terribilis: il 2013. Se già in una lettera del 24 luglio 2012, bankitalia aveva chiesto un rimpasto sostanzioso del CDA per la sua “inadeguatezza“, il 3 dicembre 2013 evidentemente le autorità di vigilanza cominciano ad innervosirsi seriamente e scrivono: “I ritardi accumulati nell’ affrontare le gravi problematiche e il ricorso ad interventi parziali e talvolta dilatori hanno contribuito ad accrescere le criticità – e concludono – A seguito del progressivo degrado della situazione aziendale, la Banca Popolare dell’Etruria risulta ormai condizionata in modo irreversibile da vincoli economici, finanziari e patrimoniali che ne hanno di fatto ‘ingessato’ l’ operatività. Si ritiene che la Popolare non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento” . Da qui la richiesta di fusione immediata con altro istituto.  

Eppure in Via Calamandrei si continua a far orecchie da mercante. Nessuno si dimette, nessuno se ne va. Si dovrà attendere l’aprile 2014 e l’ultimo famoso ultimatum imposto al CDA, per vedere timidi, tardivi ed inutili segnali di cambiamento. Fatto fuori il presidente Giuseppe Fornasari, va alla guida della banca il suo delfino e vicepresidente, Lorenzo Rosi (oggi indagato) con due vice presidenti: Pier Luigi Boschi (senza deleghe) e Alfredo Berni (come vicario) già ex direttore generale negli anni in cui la Banca, stando a Visco, era stata sfasciata.

In realtà Bankitalia avrebbe potuto commissariare l’Etruria fin dal 2009, dal momento che era perfettamente a conoscenza che il presidente Giuseppe Fornasari era stato eletto alla guida della banca grazie a un voto illegittimo a maggioranza risicata, espressa grazie ad un consigliere sovraffidatario (come tale non aveva diritto di voto) e divenuto poi anche insolvente (possiamo immaginare senza troppa fantasia, con quanta libertà espresse la sua opinione dentro al CDA) rientrato miracolosamente nei fidi in occasione del giorno del voto, grazie a giroconti milionari mai spiegati nel dettaglio, ma di cui la vigilanza evidentemente sapeva tutto

Scrive ieri Giannino: “In un paese minimamente civile, se emerge che dal 2002 al 2012 Bankitalia mandava lettere riservate di questo tono a una banca che non ha fermato, ha continuato ad autorizzare a emissioni di titoli a rischio, e che poi finisce fallita a fine 2015, mia modestissima opinione è che il governatore di Bankitalia va a casa subito”.

Paolo Casalini

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