è facile intuire che i problemi della banca vengono da lontano. Da molto lontano.
Vengono da errori di gestione madornali, commessi negli ultimi 15 anni o forse piu’, che in coincidenza con la crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008, hanno finito per presentare il conto negli anni immediatamente successivi.
Il management che ha preso il controllo della banca però, si è però dimostrato inadeguato ad affrontarli, incapace di sottrarsi ai giochi finanziari e sottomesso a logiche estranee a quelle del profitto, che dovrebbero invece essere prevalenti in chi gestisce i soldi degli altri.
Ma se è relativamente facile individuare fisicamente i responsabili (non c’è dirigente, presente o passato che non sappia con esattezza di cosa sto parlando), non dobbiamo dimenticare che prima di tutto è tutto il sistema che ha dimostrato essere sbagliato. Se si è permesso a chi ha condotto la banca di sbagliare e continuare a sbagliare, è perché questo sistema non è stato in grado di evitare il perpetuarsi degli errori.
Per capire i problemi che si sono sommati sulla nostra banca, dobbiamo fare un cammino logico all’inidetro, stile gambero.
Molti in questi giorni, si aspettavano che si sarebbe ricapitalizzata la banca, attraverso un apposito fondo, il Fidt, costituito da capitale fresco messo a disposizione dai grandi istituti nazionali. è accaduto invece, che la BCE si sia messa di traverso e l’unica soluzione per evitare il default, salvando correntisti e dipendenti, sia stata la formula di cui abbiamo già avuto modo di spiegare i dettagli.
In realtà bisogna chiarire che solo la settimana scorsa l’Italia ha recepito il sistema europeo di risoluzione delle crisi bancarie, che era stato colposamente ritardato fino all’ultimo, anche se nel frattempo veniva costituita una apposita unità dentro Bankitalia.
Perdendo tempo, in attesa dei sospirati pareri delle rispettive commissioni di Camera e Senato, mentre il governo era affaccendato in altri problemi, abbiamo alimentato aspettative impossibili, abbiamo perso il treno dell’Europa a sostegno delle banche, rendendo sempre più comatosa la situazione di quelle in crisi, che non sarebbero giunte a questo, se sistemi regolatori e politica avessero fatto la loro parte.
Scrive Oscar Giannino: “Si fa quel che si è deciso oggi per evitare la paura dei depositanti, si dice: l’Italia della ripresa non ne ha bisogno e deve evitarla a tutti i costi. Siete sicuri che sia così? Oppure è per evitare che la gente inizi sul serio a farsi i conti e a guardare i bilanci bancari, per capire dove mettere i propri soldi, e di quali azioni e obbligazioni bancarie disfarsi?”
Questo è il cuore del problema. Se è giusto difendere incolpevoli correntisti e dipendenti (con necessari distinguo), chi acquista pacchetti azionari di grande rilevanza, deve immaginare e ben valutare cosa sta facendo dei suoi soldi. Non a caso il verbo usato per la borsa è “giocare”.
Facciamo allora un passo indietro. Il 20 gennaio del 2015, il governo decise che le grandi banche cooperative, avrebbero dovuto trasformarsi in SPA, dando un valore reale ai capitali immessi, ovvero conferendo a questi capitali la forza di comandare.
Il fuoco di sbarramento delle lobby, con l’arrivo del decreto divenne furibondo, sparando dalle trincee di tutti gli schieramenti politici. A destra come a sinistra. Dai cattocomunisti, come Beppe Fioroni e Stefano Fassina, al ciellino lombardo Maurizio Lupi, passando per il reduce degli anni d’oro della Balena Bianca, Paolo Cirino Pomicino.
L’obiettivo era la certezza, come anche in passato, di riuscire a mantenere il controllo sulle banche popolari, ben salde nelle mani di forze centriste su cui Comunione e Liberazione esercita oggi il massimo controllo.
Ed infatti, a difesa dell’ assetto di governance che voleva le grandi popolari delle cooperative, è sceso subito in campo il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi (campione di CL), demolendo a mezzo stampa il decreto e annunciato modifiche, ancor prima di aver consultato il capo del governo. “Nessuna volontà di “difendere poteri o lobby” (excusatio non petita…) – sostiene il ministro – “bisogna sfidare la modernità senza perdere le proprie peculiarità, che sono anche quelle di avere forme societarie diverse”.
Per l’occasione fu schierata tutta la potenza di interdizione di cui sono capaci le banche popolari, a riprova se mai ce ne fosse bisogno, che di “cooperativo” hanno poco, ma di “politico” moltissimo. Questa fu la rappresentazione della politica più meschina, quella che non accetta di essere messa alla porta e la cui estromissione sarebbe invece per l’Italia una svolta troppo importante. Tutti uniti nel difendere la “democrazia economica” e i “baluardi dell’italianità”. Ai “crociati” politici si è subito aggiunta la voce dei vescovi attraverso le Acli, ovvero le Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, e il megafono dell’Avvenire.
In questo poderoso braccio di ferro, Banca Etruria si è trovata al centro di una bufera mediatica e finanziaria, che ha contribuito a stritolarla. La presenza di uno sconosciuto padre della ministra Boschi, in quota al cda come confcooperative, è diventata lo strumento per l’assalto al decreto sulle popolari, mentre gli utili idioti delle opposizioni, cavalcando la situazione per fare sciacallaggio spicciolo, facevano il gioco delle lobby che controllano la finanza in Italia.
“Oggi siamo arrivati ad un altro capitolo di una lunga storia di errori e omissioni, bubbole e collusioni. Non credo che sia quello finale, ma il conto fino ad oggi, lo hanno durissimamente pagato imprese e famiglie.
Oggi è facile dar la colpa all’Europa, ma è una balla che non sta né in cielo né in terra: la colpa è di un sistema collusivo che non ha saputo e voluto guardare in faccia alla realtà e ha preferito sacrificare famiglie e imprese, pur di non rinunciare ai magheggi bancari e ai loro intrecci troppo stretti con la politica locale e nazionale”. Troppo tardi è arrivato il decreto che obbliga le grandi popolari a diventare SPA.
La partecipazione del cooperativista non sarà mai omologabile a quella di un’azionista di una società qualsiasi; il cooperativista dovrebbe essere un vero e proprio socio, che per essere tale deve avere un ruolo attivo. Scarsa partecipazione dell’azionista alle assemblee ed esistenza di gruppi di controllo che mirano alla conservazione assoluta degli assetti proprietari, inducono a ritenere che il vestito della cooperativa sia diventato improprio e stretto. Come si può infatti parlare di spirito cooperativo in una holding? Vi è un profondo travisamento del meccanismo. Una cooperativa non può essere una holding. La cooperativa è la società che vende servizi ad un suo socio: lo fa guadagnare un po’ di più sul conto corrente, o lo fa spendere un po’ meno, oppure gli fa ottenere dei mutui in forma agevolata. Lo spirito cooperativo era completamente scomparso nelle popolari italiane e restava solo una difesa ad oltranza di un’etichetta che non poteva resistere oltre. Lo spirito cooperativo avrebbe significato, per il socio, poter beneficiare dei servizi della sua società, avrebbe dovuto consentire un peculiare trattamento nell’investimento, nel deposito che il socio fa, oppure nella erogazione del credito nei confronti del socio stesso. Questo non si è verificato in nessuna delle banche popolari che, ormai diventate società lucrative pure, anzi purissime, hanno cercato di raccontarci la balla del radicamento sul territorio (già la sola BPE è estesa su 7 regioni).
Dalla seconda metà degli anni ottanta e poi negli anni novanta, si è verificato in misura crescente il fenomeno delle quotazioni, prima nel mercato ristretto e poi nel mercato ufficiale. La quotazione è finalizzata, evidentemente, a consentire l’immissione di denaro fresco e la raccolta sul mercato di nuovi capitali. Le limitazioni alla possibilità di influenzare il management, di condizionare la governance, avrebbero dovuto costituire un grave motivo di dissuasione per il capitale nuovo: cari azionisti, che avete perso una valanga di soldi, come avete potuto accettare di mettere i vostri capitali in una macchinetta tritasoldi senza alcuna possibilità di influire sulla sua governance?
L’avidità di potere e la volontà di accrescere il proprio potere, ha purtroppo contagiato gran parte degli Amministratori delle Banche, mentre pochi (cito Tommaso Padoa Schioppa) ritenevano che, operando anche in piccole nicchie di mercato, sfruttando sinergie comuni, avrebbero potute sopravvivere e svolgere un loro importante ruolo. Soci acquiescenti nelle Assemblee, magari poi remunerati con alcune migliaia di euro sotto forma di consulenze, hanno permesso di arrivare al punto in cui siamo oggi.
Agli inizi di questo millennio, era al governo Silvio Berlusconi (ci provò inutilmente e si arrese alla svelta), si parlò per un certo stempo delle banche popolari e del sistema cooperativistico che ne regolava la vita. Si disse che era necessario farle evolvere verso società più adatte a gestirne la vita, trasformandole in SPA e sottraendole alla gestione familistica a cui quasi tutte erano assoggettate.
La Commissione Finanze, presieduta da Giorgio La Malfa esaminò in quel periodo (2002 – 2004) due proposte di legge, ma ne furono presentate ben nove che prevedevano una riforma del sistema. Finirono tutte nello stesso cassetto, mai riaperto.
Ecco il risultato di tutto ciò: pur di non mollare il timone, conquistato sgomitando, ma senza passare attraverso le leggi del mercato e dell’economia, si è lasciata naufragare la barca. Si è continuato a nominare presidenti e consiglieri di amministrazione, con valanghe di impegni finanziari con la stessa banca amministrata: come mettere una faina di guardia ad un pollaio. Ammettiamolo: il sistema una testa un voto, è stato fondamentale al mantenimento del controllo sulle banche, da parte di gruppi di potere estranei al sistema della rappresentanza. Forse estranei alle stesse banche!
Come dichiarò il povero avvocato Corso Bovio,parlando del sistema della Banche Popolari alla commissione finanze: “50 anni fa abbiamo indossato il vestito della prima comunione e non lo abbiamo tolto piu’”
Paolo Casalini



