8 laps to go. N.3: Promesse elettorali e copertura in bilancio

 

 

Siamo stati investiti da una rivoluzione di carattere antropologico: “abbiamo coltivato piu’ sobrietà. Piu’ razionalità. Piu’ misura, come stanno a dimostrare alcuni cambiamenti negli stili di vita e tutti gli indicatori di consumo. Nello stesso tempo però siamo caduti nella rabbia e nell’invidia sociale. Siamo un popolo fragile e polverizzato, esposto ai rischi prodotti dal potere cieco dei mercati, dal furto di sovranità, dalla crisi della rappresentanza: le tre grandi fratture che segnano l’Italia di questo tempo”. Tratto da “Il popolo e gli dei. Così la grande crisi ha separato gli italiani”, Editori Laterza (2014), ì Giuseppe De Rita e Antonio Galdo. (De Rita è fondatore e presidente del Censis)

La crisi ha davvero mutato la gerarchia dei problemi. E quindi ruoli che dieci anni fa, erano tutto sommato di semplice gestione, oggi sono diventati casi mediatici e in modo prepotente. C’è stato un tempo in cui la gestione dei rifiuti, degli asili, dell’acqua o la distribuzione del gas, erano problemi di pochi addetti ai lavori. Oggi, e lo dimostra il caso della GDF nella sede dell’ATO, sono casi da prima pagina.

Dal 2008 al 2013 le manovre dei governi hanno trasferito dalla società allo stato centrale qualcosa come 330 miliardi di Euro. Ovviamente a farne le spese sono stati prima di tutto i comuni, con un crescendo di intensità che sarebbe romantico (in senso ironico) definire rossiniano. In questa situazione è quindi assai difficile programmare gli interventi.

Il sistema degli enti locali sta in piedi solo perché i bilanci dei comuni sono in pareggio, ma in realtà sono stati la leva per finanziare i disavanzi dello Stato e creare le risorse per le politiche economiche: gli 80 euro di aumento per una parte degli italiani, sono anche figli dei tagli ai bilanci dei comuni. A questo si aggiunga anche il problema dei tempi. In teoria i comuni dovrebbero approvare i bilanci entro la fine dell’anno, ma ormai non è piu’ possibile farlo prima di maggio-giugno dell’anno successivo. Quindi in questi mesi, operano con risorse ridotte all’osso (soprattutto non possono fare investimenti) e il bilancio diventa al tempo stesso, di programmazione e consuntivo. Di fatto, è più semplice mettere un vincolo ad un ente locale, tagliare i trasferimenti, che rivedere i meccanismi delle manovre economiche.

L’Anci (Associazione dei comuni) chiede cose semplici: vuole creare prima di tutto una finanza snella. E snella vuol dire che il cittadino deve avere la possibilità di verificare, con relativa facilità, come si spendono i soldi (é quando non capisce che ci si allontana sempre più dalla politica e dai partiti).

Dopo le promesse elettorali, tutte o almeno molte delle quali, prevedono impegni di spesa, sarebbe necessario individuare anche le coperture necessarie a mantenerle. Fa sorridere la storiella del taglio degli assessori da 9 a 5 (un assessore guadagna quanto un insegnante medio) per finanziare grandi opere o massicce campagne di assunzioni. Sono scelte politiche? Forse. Ma dietro la politica ci deve essere anche l’onestà intellettuale di ammettere che i denari a disposizione sono quelli che sono, e con quelli dobbiamo fare i conti.

 

Paolo Casalini

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