Giovan Battista Mineo e Giuseppe Rosadi, i due partigiani che, alla Chiassa, salvarono pi

 

Siamo nel giugno del 1944, il 26 una unità di partigiani, costituita da slavi e disertori dell’esercito tedesco, comandata da un russo di Odessa, fermò un’auto tedesca che procedeva lungo la via della Libbia, da Arezzo ad Anghiari. Nell’azione fu ucciso l’autista e presi prigionieri un colonnello tedesco assieme al suo attendente. Il colonnello era il barone Von Gablenz, fratello di due importanti generali e che al momento ricopriva importanti incarichi nel Korück 584 (l’organismo di difesa delle retrovie della X Armata) e portava rilevanti documenti per l’imminente ripiegamento del LXXVI Panzer Korps (corpo corazzato) ed il limitrofo LI Gebirgs Korps (truppe da montagna).

Il comando tedesco di Arezzo iniziò un grande rastrellamento, prendendo prigionieri più di 300 civili dei paesi limitrofi, che poi furono portati, assieme al parroco don Elia, all’interno della chiesa della Chiassa Superiore (AR). Fu quindi diramato un bando, che concedeva 48 ore ai partigiani per riconsegnare il colonnello ed il suo aiutante sani e salvi, altrimenti tutti gli ostaggi sarebbero stati fucilati.

Il dramma era che il comandante della XXIII Brigata garibaldina “Pio Borri” (Siro Rosseti) non era in grado di poter consegnare il colonnello, prigioniero del russo ed a questo poco interessava della sorte dei civili italiani. Anche un attacco alla chiesa della Chiassa, non era possibile, perché avrebbe provocato l’uccisione degli ostaggi. Intanto, Rosseti fece pervenire un messaggio al comando tedesco, in cui minacciava di uccidere i 35 tedeschi suoi prigionieri, se venivano usate violenze ai civili ostaggi alla Chiassa.

Nella notte, complici alcune sentinelle austriache, molti ostaggi (vecchi, donne e bambini) furono fatti scappare, ma ne rimanevano ancora più di 200 in chiesa. L’ultimatum stava per scadere ed ormai la strage era prossima.

Quando tutto stava per precipitare, arrivò alla Chiassa un partigiano su di un cavallo bianco. Andò al comando tedesco e chiese di poter parlare con il comandante.

Era Giovan Battista Mineo, il sottotenente partigiano “Gianni”, che munito di un lasciapassare repubblichino, faceva finta di lavorare per loro. Una specie di “agente segreto” dei partigiani, insomma. Era stata lui l’ultima speranza per il comandante Rosseti.

Mineo chiese al comandante tedesco altre 24 ore di tempo e si impegnò a riportare lui stesso il colonnello rapito. L’ufficiale tedesco chiese ai suoi superiori e alla fine, dopo alcune incertezze, fu accolta la richiesta di Mineo e le 24 ore furono concesse.

Mineo partì alla ricerca del colonnello e della banda slava, che trovò dopo molte ore di cammino, sulle montagne tra il Chiavaretto ed Anghiari. Ma il russo che lo aveva rapito, non voleva rilasciare l’alto ufficiale nemico.

Dopo molte trattative, portate avanti con pazienza ed intelligenza da “Gianni” Mineo, il russo consegnò il colonnello Von Gablenz ed il suo aiutante al partigiano italiano. Adesso, però, c’era da riportare l’ostaggio alla Chiassa, in tempo per la scadenza dell’ultimatum. Intanto, il comando della XXIII Brigata aveva mandato un giovane russo a prendere la cavalla Luna dal contadino Sergio Primitivi, abitante a Preconne di Anghiari; il russo si unì a Mineo e poi, con il colonnello e l’attendente, iniziarono la lunga marcia verso la chiesa della Chiassa.

Mancavano poche ore alla scadenza dell’ultimatum e la strada da fare era ancora lunga. Il colonnello, ultra sessantenne e menomato da una grave ferita risalente alla Grande Guerra, non ce la faceva a tenere un passo svelto. Fu fatto salire sulla cavalla, ma comunque la marcia proseguiva troppo lentamente. Arrivati verso le Chiassacce, Mineo incontrò altri partigiani, tra cui Giuseppe Rosadi; a quel punto, Von Gablenz scrisse un biglietto con l’ordine di sospensione della rappresaglia, Mineo lo prese, consegnò a Rosadi e all’altro partigiano russo i due tedeschi prigionieri, con l’ordine di accompagnarli alla Chiassa, mentre lui incominciò ad andare più veloce. Ma il tempo passava troppo in fretta e quindi Mineo incominciò a correre. Correva da tanto tempo, stava arrivando in vista della Chiassa, ma l’ultimatum stava scadendo.

Allora Mineo iniziò ad urlare con tutte le sue forze. I tedeschi, che stavano approntando il plotone di esecuzione già erano intenti a far uscire i civili dalla chiesa per fucilarli, sentirono le urla e, spinti anche dalle implorazioni delle donne del paese e delle vittime designate, si decisero ad attendere e per capire chi era che urlava, spedirono una pattuglia.

Il partigiano arrivò sfinito in piazza della chiesa e vide quell’orrendo preparativo in atto. Ebbe appena il fiato per urlare: “Il colonnello è vivo! È vivo! Fra  pochi minuti arriva!”.

Le fucilazioni furono sospese ed infine arrivarono i due tedeschi, scortati da Giuseppe Rosadi e dal giovane russo. Il colonnello diede subito ordine di aprire la porta della chiesa e lasciare liberi i più di 200 ostaggi. La gente piangeva, urlava di gioia, mentre le campane della chiesa suonavano a festa.

Il 29 giugno 1944, giorno dell’orrenda strage di Civitella, Cornia e San Pancrazio, Mineo – aiutato da Giuseppe Rosadi e da uno sconosciuto ragazzo russo – ha salvato più di 200 civili con il suo coraggio e la sua intelligenza.

Questa vicenda è stata narrata da Renzo Martinelli (I giorni della Chiassa, Firenze 1945), da Antonio Curina (Fuochi sui monti dell’Appennnino Toscano, Arezzo 1957), da Enzo Droandi (Arezzo distrutta). Ma nessuno si è mai sentito in dovere di ricordare questo fatto adeguatamente, rendendo onore ai due partigiani conosciuti: Giovan Battista Mineo, il partigiano “Gianni”, morto a Novara nel 1987 e Giuseppe Rosadi, morto nel 2008.

 

Santino Gallorini

 

Per saperne di più: Santino Gallorini, Il partigiano “Gianni” salva 200 ostaggi alla Chiassa, in Notizie di Storia, Periodico della Società Storica Aretina, n. 25 – Anno XIII, Giugno 2011, pp. 21-24.


Santino Gallorini

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