L’insorgenza aretina: moto spontaneo o piano prestabilito?
Sono più di due secoli che si discute se, l’insorgenza del Viva Maria di Arezzo, sia stato un evento spontaneo e casuale oppure si sia trattato di un piano, ben congegnato fin nei minimi particolari e riuscito perfettamente.
Ovviamente, se piano ci fosse stato, esso sarebbe stato preparato da elementi dell’aristocrazia di Arezzo e delle sue campagne, con l’ausilio dell’alto clero, i cui esponenti erano in gran parte soggetti provenienti dalle medesime famiglie dell’elite aretina: Albergotti, Brozzi, Guazzesi ecc.
C’è chi sostiene a spada tratta un’ipotesi e chi l’opposta. Anch’io negli anni Novanta, all’inizio delle mie ricerche, basandomi perlopiù su documentazione memorialistica e ricostruzioni di poco posteriori agli eventi del 1799, mi ero convinto dell’esistenza di un piano, per far insorgere il popolo aretino. Poi, consultando le migliaia e migliaia di documenti dell’Archivio di Stato di Firenze, dell’Archivio di Stato di Arezzo e degli Archivi comunali dei centri della Valdichiana, mi sono fatto un’idea diversa. E, al momento, non sono bastati a riportarmi all’iniziale convincimento, i pur generosi tentativi di coloro che hanno ricercato eventuali documenti, al fine di dimostrare l’esistenza di un piano.
Il mio ragionamento è semplice e chiaro: come scrisse Flaiano, gli Italiani sono specialisti nel correre in soccorso del vincitore. Questo è ben costatabile in tutte le epoche e anche oggi: quanti “bersaniani” fino al midollo, li sentiamo adesso osannare Renzi? E questo vale anche per il Viva Maria. Quando l’insorgenza parve avere vinto, in tanti cercarono di attribuirsi meriti. Tanto più, quando si ventilavano benemerenze, rimborsi, gratificazioni, da parte del Granduca.
Leggendo i lunghi elenchi del “Riscontro di tutte le suppliche” e delle “Informazioni della Deputazione di Arezzo … alle diverse suppliche”, ci prende un po’ di nausea. In tantissimi avanzano meriti da far valere, campagne che li hanno visti protagonisti, collaborazioni, suggerimenti, aiuti, prestiti, indumenti perduti in guerra ecc. da vantare. Quindi, richieste di gratificazioni più svariate: da un posto alla Sapienza di Pisa per un familiare, a un avanzamento nella pubblica amministrazione, da un impiego pubblico a una promozione o un “beneficio ecclesiastico”, da un rimborso in denaro a una pensione, da un sussidio a un vitalizio, da un cappotto o una coperta a un posto da militare, dall’autorizzazione a portare le armi a un riconoscimento, qualunque esso sia.
In tal contesto, molti presentarono anche “carte false”, nel senso che si attribuirono meriti poco verosimili. Da qui il vaglio della Deputazione e le frasi “sembra meritevole”, “si dovrà richiedere riscontro”, “appare meritevole”, “appare discutibile la richiesta”, “appare opportuno richiedere informazioni”, “non è possibile stabilire”, “non è noto in Arezzo”.
Ebbene, vi sembra possibile, credibile e logico, che se qualcuno avesse potuto vantare di aver predisposto – da solo o assieme ad altri – un piano per far insorgere il popolo aretino, l’aver organizzato una truppa armata clandestina, l’aver sobillato altri personaggi o comunque aver avuto un qualche merito nei fatti del 6 maggio, non sarebbe poi corso a presentare una richiesta di benefici al Granduca?
Gli stessi che, in certe ricostruzioni postume, si accreditano o vengono indicati da altri (magari loro discendenti), quali autori del supposto “piano”, non sono immuni dal vizio italico della ricerca di benemerenze. Infatti, appaiono negli elenchi, ma possono vantare meriti solo posteriori all’insorgenza del 6 maggio.
Gli unici, che possono chiedere riconoscimenti al Granduca, per aver favorito l’insorgenza aretina del 6 maggio 1799 sono: Giorgio Ortensi della Chiassa, di professione “polverista” (produceva polvere da sparo), che diffuse “la falsa nuova dell’arrivo degli Austriaci in Firenze”; Antonio Ravelli di Trento; Antonio Ercolani bracciante di Arezzo; Paolo Franceschini di Castiglion Fiorentino, dimorante in Arezzo; Giovan Battista Lisi e Bernardo Franceschini delle Poggiola e Silvestro Pasquini di Borgo a Giovi. Tutti per essere stati “fra i fautori” o “fra i primi capi” dell’insurrezione. Non ci sono gli Albergotti, i Brozzi, i Romanelli, i Montelucci, i Natti, che arriveranno dopo.
Ma, per chi non fosse persuaso, parleremo anche della restante e fittissima documentazione. Documentazione davvero oggettiva: quella dei Podestà e Vicari dei centri insorti e quella del Presidente del Buongoverno di Firenze (capo della polizia), a cui arrivavano le informative dai suoi sottoposti e che si procurava informazioni, delazioni e relazioni, dalla sua efficiente rete sul territorio.
Da tali documenti vediamo quanto segue.
CLERO – Ad Arezzo non c’era il vescovo, perché mons. Marcacci era morto in gennaio. Guidava la diocesi il Vicario, Bernardino Cellesi, che fin dall’arrivo dei francesi in Toscana, si attivò per richiamare i parroci, affinché invitassero il popolo “a viver quieto, stare a sé e rispettare chiunque come conviene ai buoni Cristiani …”. Lo stesso fecero i vescovi vicini, di Fiesole, Sansepolcro e Cortona, che pubblicarono avvisi e appelli alla mansuetudine e al rispetto delle leggi dei nuovi “padroni”. (Vedi foto n. 2 e 3).
Quando arrivarono i francesi nelle città e nei paesi, vescovi, arcipreti, monsignori e semplici sacerdoti parteciparono alle cerimonie per l’innalzamento dell’albero della libertà, cantando il Te Deum. Quando inizieranno le inquietudini, il Presidente del Buongoverno scriverà spesso a vicari, podestà e giusdicenti, affinché “di concerto con i Parrochi e altre persone oneste”, mantengano tranquille le popolazioni. In tanti luoghi (Lucignano, Monte San Savino, Tegoleto ecc.), furono i locali parroci a riportare la calma, facendo rientrare le insorgenze popolari. (Vedi foto 4)
Il prof. Roberto Salvadori ha scritto: “abbastanza numerosi furono i parroci che mostrarono simpatia per la Rivoluzione e per la Francia”. Infatti, troveremo a insorgenza vincente, numerosi sacerdoti inquisiti e puniti, con mesi di “esilio” ed esercizi spirituali alla Verna, per aver mostrato simpatie per le idee rivoluzionarie.
Non ho trovato documentazione che provi – e neppure faccia ipotizzare – come l’insorgenza aretina sia stata promossa dal clero. Del resto, il Proclama del Generale Gaultier del 6 aprile 1799, era piuttosto chiaro: in caso di insurrezioni, se parroci e preti non si fossero immediatamente messi di fronte agli insorgenti per fermarli, sarebbero stati “riguardati come capi dei complotti della insurrezione e puniti come tali”.
ARISTOCRATICI – Scrive il prof. Roberto Salvadori: “Da più parti è stato sottolineato l’atteggiamento di prudenza e di moderazione tenuto, dinanzi all’insorgenza, dalla nobiltà aretina. Questo comportamento è evidente perfino nei suoi capi militari, a cominciare da Giovan Battista Albergotti che non esita a intervenire personalmente, a cavallo e con la spada sguainata per disperdere la folla che minaccia la vita dei giacobini arrestati”. Si tratta dei logici atteggiamenti tenuti da chi, più di altri ha da temere e da perdere, in caso di sommosse popolari.
Chi avrebbe pagato eventuali penali richieste dal governo francese alla Città? Dove si sarebbero indirizzati i soldati francesi in caso di saccheggi, se non nelle loro ricche residenze? Ve lo immaginate un nobile, proprietario di decine di poderi, armare i propri contadini e mandarli contro l’occupante, perché con i suoi provvedimenti e atteggiamenti “affama il popolo”? E se una volta cacciato l’occupante, i contadini si mettevano in testa che, forse, l’affamatore era il loro padrone? Non c’era stata per caso, da qualche parte, una rivoluzione, dieci anni prima, che aveva visto volare tante teste di ricchi aristocratici?
Comunque, al di là delle domande, più o meno legittime, i fatti, cioè i documenti, ci mostrano i nobili aretini – così come quelli dei paesi vicini – indossare le vesti dei “pompieri”, più che quelle degli incendiari.
Scrisse Antonio Albergotti, in un biglietto per il fratello Giovan Battista, che in seguito sarà il capo dell’Insorgenza: “Rammentate a tutti i nostri contadini di stare quieti nelle case loro e non si muovere in veruna occasione popolare … lo stesso dite a tutti”.
Il Presidente del Buongoverno, pare ben consapevole di questa situazione e invita i Vicari e i Podestà dei paesi insorti, a cercare la collaborazione dei nobili e del clero, per riportare la calma.
Del resto, molti di questi nobili, non appaiono entusiasti del ritorno del Granduca e se, quando l’insorgenza era ormai consolidata, si impegnarono nel Viva Maria, guidandone le truppe per il Centro Italia, non ebbero poi difficoltà – una volta tornati i francesi – a collaborare fattivamente con il Regno d’Etruria e con l’Impero Napoleonico.
Carlo Albergotti, ad esempio, che era stato a capo della Deputazione Civile, sia nel Regno d’Etruria, che durante l’annessione della Toscana all’Impero francese, “fu sempre considerato negl’impieghi Comunitativi”. Fu membro del Consiglio Municipale di Arezzo, Provveditore della Fraternita del Laici e Amministratore dei vacanti benefizi Ecclesiastici. Anche Giovan Battista Albergotti, numero due del Governo Militare del Viva Maria, nel 1808 è tra i membri del Consiglio Municipale di Arezzo e nel gennaio 1814 lo troviamo tra quelli che furono incaricati di organizzare un Corpo di Guardia Urbana per garantire l’ordine in città.
AGENTI DELLE FATTORIE GRANDUCALI – Arezzo aveva nella vicina Valdichiana molte grandi Fattorie Granducali e dei Cavalieri di Santo Stefano. Pertanto ci sono stati alcuni storici che – senza portare documenti certi – hanno sostenuto che i fattori e i loro più diretti sottoposti, avessero sobillato i loro contadini, al fine di indurli a opporsi ai francesi.
Se però, guardiamo bene i documenti, ci accorgiamo che in più occasioni esistono indizi, che ci portano a concludere come alcuni fattori fossero in realtà di sentimenti filo francesi e che comunque, non avessero alcuna simpatia per le “spedizioni” dei loro contadini fuori dai poderi della fattoria.
Ad esempio, l’Agente della Fattoria di Montecchio, di proprietà dei Cavalieri di Santo Stefano – Michele Francioli – viene annoverato fra i filo francesi dallo stesso Presidente del Buongoverno, che ne caldeggia la protezione da parte del Vicario di Castiglion Fiorentino.
L’Agente della Fattoria di Frassineto – Giuliano Mannucci – ancora il 22 maggio scriveva alla Soprintendenza dello Scrittoio delle Possessioni – da cui dipendeva la fattoria – illustrando l’atteggiamento tranquillo dei suoi contadini. Altre lettere risalgono all’8 giugno ed al 10. Con la seconda lamentava un’incursione di alcuni armati aretini alla Fattoria e narrava del panico avuto da lui e dagli altri residenti.
Del resto neppure gli occupanti francesi attribuirono alcun ruolo di sobillatori dell’insurrezione agli agenti delle fattorie.
Credo che da bravi funzionari granducali, così come i Vicari e i Cancellieri, anche i fattori obbedirono alle direttive emanate dal Granduca, al momento della sua partenza dalla Toscana. Si apprestarono quindi con coscienza, a eseguire quanto veniva loro comandato dalla nuova amministrazione francese di Firenze.
Anche a insorgenza ormai scoppiata e vincente, gli agenti delle fattorie granducali ebbero sempre un atteggiamento tiepido e fornirono aiuti in uomini, cavalli, biade, foraggi e alimenti sempre con il contagocce e solo se ripetutamente sollecitati dalla Suprema Deputazione. Le carte sono lì, a dimostrarlo. Basterebbe leggerle.
Abbiamo visto, però, che il mattino del 6 maggio, quando già era scoppiato il tumulto e la folla si era radunata in Piazza Grande per accanirsi contro l’Albero della Libertà, arrivarono in Arezzo parecchi contadini armati, dalle Poggiola. E i morti e feriti di quel giorno, sono proprio di Chiani, Le Poggiola e Battifolle. Quindi, appare chiaro che qualcuno, di quelle zone, abbia tentato un colpo di mano proprio per quella mattina. Anche la carrozza, che arriva in città con la vecchia che sventola la bandiera imperiale, cercava di accendere una rivolta. La coincidenza ha voluto che sia la carrozza, che i contadini siano arrivati a tumulto già iniziato e pertanto, della vecchia con la bandiera, nessuno si curò, mentre i contadini armati risultarono decisivi, nel cacciare i francesi da Arezzo. Ma meriti e ricompense, per questa azione, furono riconosciuti a Giovan Battista Lisi e Bernardo Franceschini delle Poggiola, non a nobili titolati o ad alti prelati.
Santino Gallorini



