Lo scorso 10 maggio 2014 si è tenuto in Arezzo il convegno dal titolo “obbligo di accesso” con sottotitolo “oltre le barriere architettoniche e gli steccati sociali”. Ad oggetto, “la progettualità partecipata per l’abbattimento delle barriere architettoniche”, è stato promosso da alcune associazioni vicine al mondo della disabilità con programma presso la casa delle culture in Arezzo.
Sono andato come visitatore interessato. Non sono uno che canta nel coro, cerco di adoperare l’intelletto finché mi è permesso e con esso contrastare l’ipocrisia e la falsità che si annida in molte manifestazioni a carattere pubblico. Questo non era il caso, ma per non contraddire la mia tradizione non posso che esordire segnalando come già dalla locazione offerta dal comune di Arezzo si possa comprendere come la sensibilizzazione culturale ed i riscontri fattivi sul tema della disabilità e dell’accesso trovino il primo, e talvolta insuperabile, ostacolo proprio nelle istituzioni che dovrebbero essere le più vicine a queste categorie.
La ristrutturazione della “casa delle culture” è avvenuta pochi mesi fa: ciò non ha impedito a progettisti, tecnici comunali e tutti gli enti preposti di rendere estremamente faticoso l’accesso a questi locali ad una persona che si muova con una sedia a rotelle o simili.
Come si vede dalla foto allegata, il portone è separato dalla strada da un gradino, anche detto “calci ai zoppi”; per lo scivolo, non segnalato, si costringe il disabile ad allungare il percorso di circa 70 metri: non è carino perché è fatica, molta fatica, e tempo, tanto tempo, e incazzatura, troppa incazzatura.
Potrei quasi tralasciare il fatto che non era stata prevista alcuna facilitazione di parcheggio per il presumibile arrivo di numerose persone disabili più o meno accompagnate con automezzi, ma certo non dimentico la mancanza di ogni tipo di segnaletica per cui i miei maleducati ed incivili concittadini aretini parcheggiavano non solo in divieto (e questo sarebbe solo un problema di polizia municipale che ovviamente non si è vista), ma in modo da rendere ancora più difficoltoso l’accesso ai disabili.
Il convegno ha consentito (una volta di più) ai membri della giunta Fanfani di offrirsi in un’immagine pubblica di grande attenzione verso queste tematiche: kiss my ass then bury me upside down scrivevano i soldati Usa sull’elmetto durante il Vietnam.
Mi fa triste incrociare gli assessori della città di Arezzo, vedere come abbassano lo sguardo (neanche gli fosse caduta una banconota da 100€) pur di evitare il mio sguardo e le critiche che rappresento.
Non è politica, è civiltà. Chi specula davanti ai temi drammatici che emergono a causa delle mancanze operative del comune di Arezzo è persona ignobile, vive nell’ipocrisia.
Finite le foto dopo il discorsetto, gli assessori sono scomparsi, tant’è che al momento delle conclusioni non ho potuto far altro che prendere le distanze da coloro che continuano a proporre di affrontare queste tematiche con tavoli tecnici e proposte da presentare alle istituzioni: no, questa situazione va affrontata con gli strumenti più eclatanti per suscitare l’attenzione della popolazione e dei media. Solo l’imbarazzo può costringere una istituzione a modificare il suo comportamento. Ribadisco, come e quando volete, mi incateno con le vostre carrozzine davanti alle sedi istituzionali e facciamo uno sciopero della fame. Perché occorre far capire che basta un attimo per trovarsi nella parte svantaggiata dalle menzogne e dalla negligenza.
Solo così è possibile stigmatizzare quelle norme stupide che rendono un bagno pubblico carino, ma pericoloso per un disabile (chiedete a chi si muove con ausili se è sicuro in tali toilette).
Sputtanare le soprintendenze che ci impediscono le soluzioni più elementari con regolamenti assurdi e con la negligenza nel compiere il loro dovere di funzionari pubblici.
Far capire che soluzioni che stravolgono la quotidianità non sono panacea universale: prima di spendere denari per modifiche che abbrutiscono la nostra città, potrebbero inizialmente semplicemente manutenere. Le pietre sconnesse nelle vie dei centri storici sono un ostacolo, ma stendere un manto di asfalto non risolve la vita, di sicuro fa sentire diverso.
Attenzione, non falsa pietà; verità, non bugie verso gente che è abituata agli aspetti più crudi della vita; persone ingombranti, ma spesso non se la sono cercata e certo non vogliono intralciare chi produce reddito, ma talune zoccole col tacco 12 potrebbero parcheggiare i loro bumerali un po’ meglio.
Diversi, ma non privi di discernimento. Non imbecilli.
Forse questo è quello che vogliono indurli a credere certi individui che vivono con emolumenti della collettività.
O altri che pocciano dalla mammella pubblica per le opere a favore dei disabili: meglio soli che male accompagnati.
Alessandro Ruzzi



