Erano gli inizi degli anni ’90, quando un pomeriggio tornando a casa trovai mia madre, già piuttosto anziana, in evidente stato di eccitazione. Aveva in mano il libro: “Per tutte le Beppe”. Era commossa: aveva trovato la rappresentazione letteraria di ciò che era stato il suo dolore. Aveva sofferto di depressione grave molti anni prima, proprio nel periodo che aveva preceduto di poco la gravidanza che aveva permesso di dare alla luce il sottoscritto. Ma il ricordo di quei lunghi mesi non l’aveva mai lasciata. A volte credevo che la sola paura di riprovare quel dolore sconfinato, potesse farla precipitare di nuovo nel baratro. Parlava spesso di quei giorni. Della sua solitudine che nessuno capiva. Della vita che non valeva più la pena di essere vissuta. Del cielo che gli sembrava grigio anche quando era sereno. Quando trovò quel libro, era come se avesse ritrovato se stessa fuori di sé.
Era uscita da sola dalla depressione e forse proprio grazie alla gravidanza. Non senza prima aver sperimentato un ottimo farmaco, per fortuna in
dosi minime e poi interrotte, che sembrava fare miracoli. Si chiamava Talidomide. Prodotto in Italia su licenza, fu venduto con il nome di Sedimide. Per fortuna mia e per l’ansia sua, decise di interrompere ogni terapia quando si accorse di essere incinta. Sempre troppo tardi per non lasciare sulla viva carne del suo bambino (cioè io) il segno di quella seppure breve terapia. Credo di aver rappresentato per lei, il ricordo vivente della sua sofferenza.
Ma torniamo al libro di Santuzza. Da quando si era immersa nella lettura, lenta per via dell’età, ogni giorno aspettava di vedermi tornare per raccontarmi con entusiasmo ciò che più l’aveva colpita. Era una donna molto romantica, ma era stata anche una appassionata latinista, una ottima scrittrice e una grande amante della letteratura e della poesia. Le parole di Santuzza, attraverso i suoi occhi e il suo spirito, si animavano di concetti che probabilmente travalicavano quelli della stessa Santuzza. Ma andava bene così. Mi piaceva ascoltarla. Stimolata da quel libro, stava riuscendo a far emergere quelle paure che per decenni aveva tenute segregate nell’anima. Raccontandole spesso, ma senza mai affrontarle veramente.
Un pomeriggio la trovai particolarmente presa. Aveva scoperto la Beppa. Non ho ancora avuto la forza di leggere il libro di Santuzza. Non so neppure a qual punto si inserisce la figura della contadina. Forse perché ho paura di inquinare il ricordo dei racconti che mia madre mi faceva di ciò che aveva letto. Forse ho paura di scoprire che in quei racconti, c’era molto di più di quanto non ci sia nella realtà.
Oggi ne ho comprata un’altra copia e la leggerò, finalmente. Ma la figura della contadina che poi si uccide per disperazione,appartiene a quei ricordi vividi e delineati che non potrò mai dimenticare. Aveva rivisto in lei una sua parente, una poveretta campagnola che tutti descrivevano come una vagabonda e che soffriva di “fisime”. Quelle fisime, adesso lo capiva anche mia madre, erano il male oscuro, la depressione. Senza alcuno strumento comunicativo efficace e senza alcuna possibilità di difendersi da una malattia tanto subdola, la poveretta aveva trascorso la sua esistenza, fino agli ultimi suoi giorni, isolata dal mondo e dagli affetti e considerata da tutti una sciocca vagabonda.
Poi piano piano ne parlammo sempre meno. Convinto che ormai l’elaborazione razionale che era stata data a quel brutto periodo della sua vita, l’avrebbero difesa e le avrebbero dato gli strumenti per non viverla più.
Qualche anno più tardi, un pomeriggio la trovai in lacrime: “Si è arresa” mi disse. “Si è arreso chi?” chiesi un po’ impaurito. “Si è arresa – mi ripetè – Santuzza si è arresa” . Sul momento non riuscivo nemmeno a ricordare. Ma credo che la mia faccia, tra lo stupito e l’interrogativo, deve essere stata chiara, perché mi indicò il libro “Per tutte le Beppe”. Compresi finalmente. La lasciai parlare un po’. Pensai che era giusto che si sfogasse. Non aveva mai conosciuto Santuzza. Non sapeva neppure che faccia avesse. Eppure era stata una persona importante. Ma la vita scorre. Ed anche il ricordo di tutte le Beppe non fa eccezione.
Fino a che pochi anni dopo, il male oscuro non bussò di nuovo alla sua porta. E come un piovra la vidi abbattere tutte le difese, tutti gli strumenti che sorretti da una profonda cultura, fino a quel momento l’avevano tenuta esente.
Un professore importante, in una lectio magistralis alla commemorazione, ha detto che sui farmaci antidepressivi c’è un grande imbroglio realizzato dalle case farmaceutiche. Eppure senza quei farmaci, credo che mia madre avrebbe attraversato l’inferno proprio negli ultimi anni della sua vita. Io credo che il grande imbroglio lo si faccia nelle diagnosi, non nelle cure. E’ facile, per chi non conosce la depressione patologica, confondere la tristezza, magari per la perdita di una persona cara o la disperazione per aver perso il lavoro, con un mutuo da pagare e una famiglia da mantenere, con la depressione. Ma credo che i farmaci antidepressivi non siano la formula della serenità in pillole. Non mi intendo, nè di farmacia né di chimica, ma la patologia depressiva credo sia cosa completamente diversa da questi stati d’animo, che si risolvono semplicemente affrontandoli con coraggio.
Durante la celebrazione di Santuzza e del suo libro, ho veramente faticato a non commuovermi…
In memoria di tutte le Beppe.

Paolo Casalini



