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Quella sarà la motivazione tecnica, ma le ragioni che renderebbero insignificante la sopravvivenza della Provincia di Arezzo nel contesto degli accorpamenti è scritta in atti politici e in studi importanti a cui è necessario ricorrere. A meno che si travalichi nella propaganda a basso costo per fini elettorali.

In forma diversa, ma atti amministrativi e documenti politici degli ultimi vent’anni vedevano in prospettiva la necessità di una revisione territoriale della Provincia di Arezzo. Non tanto per il risparmio economico che ne deriva, legato non solo alla riduzione di Giunte, Consigli e Dirigenti insieme a tutte le strutture territoriali conseguenti dello Stato, ma soprattutto alla necessità di una programmazione territoriale ben più ampia che apre scenari economici imprevedibili di investimento privato. Solo per fare un esempio, un aeroporto inserito in un contesto economico ben più ampio diventa remunerativo dell’investimento e produce occupazione e turismo.

E’ qui la sfida che bisogna saper cogliere dall’accorpamento, invece di stare a lagnarsi di ciò che si perde, che in realtà è improduttivo, costoso e spesso inutile, visto che ad ogni tornata elettorale cambia la visione di ogni nuova Giunta e, con essa, ciò che già era stato iniziato molto spesso subisce variazioni se non abbandono per altre priorità che il giorno prima dell’elezione non lo erano.

“Convenzione di collaborazione tra le province di Siena, Perugia, Arezzo e Terni…”. Iniziava così un documento di grande importanza, firmato nel marzo 1994 in Palazzo della Corgna a Città della Pieve dai quattro presidenti delle province interessate, per il coordinamento dei quattro settori chiave assegnati dalla legge alle province stesse: Agricoltura, Industria e Servizi, Infrastrutture, Ambiente e Turismo. All’art.3 di quel documento veniva costituita legalmente la Conferenza dei Presidenti delle quattro province quale organo politico d’indirizzo, dotandola anche di personale necessario, segno evidente che ciò che Monti ha messo oggi in un decreto stava già nel senso politico degli amministratori dell’epoca. Anzi, si erano spinti ben più in là di Monti, superando anche i confini regionali per spingersi verso il Lazio. Perché anche le Regioni servono a poco quando poco è anche la dimensione dell’Europa, povera di risorse proprie, nel contesto globale. Uno dei “visionari” di allora insieme a Mauro Tarchi, è Marcello Panettoni, presidente della provincia di Perugia all’epoca, ancora oggi in campo a sostenere il vantaggio  dell’economia di scala nel trasporto pubblico. Ed è un vincente.

Non è quindi solo il risparmio a muovere Mario Monti, ma il vantaggio che l’Italia ne trarrà da una visione meno provinciale della propria economia. Non a caso dopo l’esperienza delle nuove province istituite in Sardegna è lo stesso popolo ad averle bocciate nell’ultimo referendum.

Fin qui la politica. Ma non è solo questo. Vediamo in concreto la questione economica che più di tutte ci sta a cuore, perché ne va delle generazioni attuali e future.

Si scrisse molto, ma anche gli imprenditori ne sanno molto poco della legge 580 del 23 dicembre 1993 sulla riforma delle Camere di Commercio, lanciata come “prima riforma della seconda repubblica”. L’unica purtroppo. Con essa si riconobbe alle Camere di commercio la potestà di non far coincidere la propria circoscrizione territoriale con quella della propria provincia. Fino anche all’accorpamento interprovinciale. Ciò per consentire al sistema delle imprese accorpamenti più funzionali in relazione alla struttura economica di zone comprese in province limitrofe. Fu Ferruccio Romualdi, già direttore della Coldiretti di Arezzo a citare all’epoca un saggio del prof. Salvatore Buscema il quale rilevava che quella delle Camere di Commercio poteva essere “una via per una successiva revisione delle Province sostenibile non solo da ragioni amministrative, ma anche da motivazioni economiche.”

E’ il momento di un grande cambiamento del sistema amministrativo dello Stato e degli Enti locali, imposto come sempre accade da una crisi economica (sempre meglio di un dopoguerra), e se qualcuno perde lo scranno e le proprie aspirazioni, pazienza. Va visto in modo positivo, senza fare ostruzionismo con la storiella di poter scegliere il censimento più conveniente ai fini della sopravvivenza della provincia di Arezzo.

Silvio Simi

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