Gli Ordini Professionali e le incursioni a gamba tesa…

 

 

 

 

 

 

 

“L’interesse  individuale  si  esplica  attraverso  la volontà delle associazioni professionali, l’interesse delle associazioni  professionali  attraverso  la  Corporazione, l’ interesse  delle  Corporazioni  attraverso  il  Consiglio.  Ecco,  in  atto,  una  gerarchia  economica  mediante  la quale  ogni  volontà  si  realizza  attraverso  quella immediatamente superiore. è questa organizzazione, quella  che  risponde  più  perfettamente  allo  sviluppo delle tendenze moderne in materia economica. Lo Stato Fascista non interviene nelle aziende, ma le coordina secondo direttive comuni. Ed è una concezione siffatta quella che rovescia i termini del presupposto socialista e supera, al tempo istesso, quelli del sistema liberale”.

Giuseppe Bottai, RASSEGNA ITALIANA, marzo 1930

Sono rimasto assai perplesso in merito al comunicato congiunto, pubblicato questa mattina, in cui comune e ordini professionali, chiedono un intervento sulla legge regionale 1/2005. Perplessità di ordine politico, ma soprattutto di opportunità. Gli  ordini  professionali  sono  enti  pubblici,  ad appartenenza  obbligatoria,  unici,  a  normazione  prevalentemente  statale  o comunque con valore normativo anche nell’ordinamento statale (a differenza dei sindacati dei  professionisti  sono  semplici  associazioni  di  fatto,  libere  sia  nell’esistere  sia nell’appartenervi,  sia nella loro normazione  autonoma e privatistica). Ed infatti, sia la Corte dei Conti, con determinazione n.43 del 1995, che il Consiglio di Stato, con parere n. 1587/1995 pubblicato il 9 gennaio 1996, hanno confermato  la  natura  pubblicistica  di  tali  enti.

Se nel merito non possiamo che concordare che la legge regionale 1/2005, sia una forma di autoerotismo cerebrale collettivo del consiglio regionale e che certamente non andrebbe solo semplificata, ma direttamente abrogata e riscritta da capo, resto tuttavia meravigliato che a prendere posizione siano gli ordini professionali, che attraverso queste incursioni entrano a gamba tesa in uno spazio prettamente politico, fuori dai loro ruoli e dai loro compiti, su una legge legittimamente emanata da un parlamento regionale con mandato di rappresentanza popolare.

La dottrina ha molto discusso, ed ancora discute, sul valore degli ordini. Sembra pacifico, che essi abbiano eminentemente la funzione di certezza legale (certazione): chi è iscritto ha i requisiti per potere esercitare professioni di rilevanza pubblica, ed è il solo legittimato a farlo. Ma è proprio l’obbligatorietà dell’iscrizione che priva questi organi di rappresentanza politica: potrebbe la motorizzazione civile pretendere di rappresentare gli automobilisti? 

Se fosse il Consiglio Superiore della Magistratura a criticare nel merito una legge emanata dal parlamento, sono certo che moltissimi si straccerebbero le vesti e griderebbero al conflitto tra poteri dello stato e alle indebite ingerenze. E sarebbe non solo giusto, ma anche sacrosanto. (Ricordate la censura di Cossiga su Galloni all’epoca del governo Craxi?)

Da molti anni ribadiamo la necessità di rivisitare profondamente queste corporazioni professionali (quella dei giornalisti poi è secondo me incostituzionale oltreché antistorica). Quando il ministro Tremonti, in uno dei suoi rarissimi sussulti di liberalismo, provò, con la manovra di luglio 2011 a inserire per decreto una riforma degli ordini, un drappello di lobbistiavvocatiparlamentari del Pdl, quelli che sono sempre pronti a salire sulle barricate per difendere le caste, minacciò di non votare la fiducia. E il sussulto rimase tale, spegnendosi nel sonno mortifero, mentre “l’avvocato” Angelino Alfano, quando era ancora ministro della Giustizia, preferì affidare agli stessi ordini il compito di scriversi da soli la loro riforma. Un papocchio stile porcellum !

 

Paolo Casalini

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