Centrali e centraline: comuni, province e regione devono stare dalla parte dei cittadini

Ricordate come, negli anni Sessanta-Settanta del passato secolo, “esperti”, giornalisti, sedicenti “scienziati”, ci volessero convincere delle migliori qualità organolettiche degli oli di semi, del burro e delle margarine vegetali, rispetto all’olio di oliva: chi usava certi oli e certi condimenti, era più leggero, saltava staccionate ecc.? Poi, con l’aumento delle malattie cardiovascolari e delle conseguenti morti, c’è stata la rivalutazione dell’olio di oliva e della dieta Mediterranea.

Altro argomento: nello stesso periodo, in tanti oggetti e manufatti veniva inserito l’onnipresente amianto. Guanti da forno, teli per stirare, grembiuli per chi stava vicino a fonti di calore, vetture e locomotive ferroviarie, camini, onduline per tetti ecc. Addirittura se ne pubblicizzava la presenza, come un qualcosa di pregiato. Poi, dopo migliaia e migliaia di morti per mesioteloma, si è “scoperto” che forse l’amianto era pericoloso – cosa che da altre parti sapevano dagli anni Cinquanta – ed è stato bandito.

Adesso vanno di moda le biomasse, l’incenerimento dei rifiuti e di ogni altra cosa. I soliti esperti, giornalisti, sedicenti “scienziati”, o i loro degni eredi, fanno a gara nello spiegarci che non ci sono rischi, a redigere valutazioni di “impatto zero” sull’ambiente e sulla salute umana. Poi, però, c’è anche chi – come il prof. Montanari – parla dei perniciosissimi effetti sulla nostra salute delle micro particelle prodotte dalla combustione ad alte temperature. A scommessa, tra qualche decennio “scopriremo” che l’incenerimento e le biomasse sono dannose e nel frattempo hanno provocato morti. Ma intanto si va avanti, senza troppi problemi e guardando solo al businnes, ai soldi insomma.

Se per ottenere l’olio di palma si abbattono le foreste pluviali che ci danno ossigeno, chi se ne frega? Se per portare in Italia un litro di quest’olio di palma, tra mezzi meccanici che lo estraggono, automezzi e navi che ce lo portano, si consumano idrocarburi forse per più di un litro, chi se ne frega? Se si sottraggono milioni di ettari all’agricoltura alimentare e intere popolazioni del terzo mondo rimarranno impossibilitate ad acquistare cereali ed altri prodotti, chi se ne frega? Se aumentando la popolazione mondiale, tra 30/40 anni ogni fazzoletto di terra sarà prezioso e invece noi ricopriamo tutto di cemento, di asfalto e di piantagioni no-food, chi se ne frega?

Però, ci sono le paroline magiche: sviluppo, energia, posti di lavoro. Se invece di sviluppo questo sistema porta al sottosviluppo – come appare evidente – se l’energia prodotta è meno di quella consumata per ottenere i combustibili, se i posti di lavoro creati sono minori di quelli perduti, a pochi importa. Di sicuro non a chi ne trae vantaggi economici e neppure al legislatore, che rende possibile l’utilizzazione di questi combustibili “travestiti” da rinnovabili.

Siccome un grosso impianto di incenerimento delle biomasse creava forti resistenze nella popolazione limitrofa, si è pensato di crearne tanti, più piccoli. Il punto è: questi impianti sono pericolosi e dannosi per la salute umana e per l’ecosistema – come sostiene Montanari e tanti altri scienziati – oppure no? Perché se il pericolo esiste, nulla cambia se invece di un impianto da 50 megawatt ne costruiscono 50 da un megawatt. Se un grammo di veleno è letale, lo è anche se ne assumiamo cento dosi da un centigrammo!

E qui chiamiamo in causa PROVINCIA e REGIONE. Sono loro a dover impedire queste proliferazioni incontrollate di centrali e centraline a biomasse sul territorio. Sono loro a dover imporre la filiera corta e a monitorare la vera potenzialità del territorio sull’offerta di biomassa. Perché se ogni centrale dimostra di potersi rifornire in un raggio di 70 km, occorre valutare quanti centrali insistano nella stessa area e se davvero, tutte assieme, possano approvvigionarsi.

Occorre evitare concentrazioni in un’unica zona, utilizzazioni di combustibili provenienti da troppo lontano, realizzazioni di impianti al solo scopo affaristico: se hai un’azienda agricola e dimostri di avere scarti di legno o di prodotti agricoli (paglia, potature, letame ecc.) ti do la concessione, altrimenti no.

E poi, occorre informare i cittadini e non come succede quasi sempre, che si viene a conoscere l’esistenza di un progetto solo per caso o per “vie traverse”. Fu così ai tempi dell’ipotesi “aeroporto” in Valdichiana, è stato così per la centrale di Rigutino, passando per tutti gli altri episodi. Viene davvero da chiedersi il perché di questo strano “silenzio” delle istituzioni, quasi si volessero evitare eventuali proteste per favorire qualche “amico”.

Le Istituzioni – in particolare Comune, Provincia e Regione – devono stare dalla parte della cittadinanza e non da quella di certe multinazionali, potenti gruppi industriali, profittatori momentanei e piccolissimi gruppi organizzati (e/o strumentalizzati) dagli amici di questi “signori”. Solo così potrà essere riconquistata quella fiducia, ormai latitante nella maggioranza degli italiani che – parafrasando Carlo Levi – considerano lo stato “più cattivo del cielo e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte”.

Osservatorio per la Tutela e la Valorizzazione della Valdichiana

Ufficio Stampa

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