Caro Sindaco, ho deciso di rompere il silenzio di questi giorni ,silenzio dettato in parte dalla mia natura, in parte dalla natura della crisi che coinvolge il Comune di Arezzo e in cui anch’io in prima persona sono coinvolta in quanto Assessora dimissionaria.
La natura della crisi infatti è squisitamente politica e di personale e personalismi, su cui invece qualcuno ha insinuato e giocato, non ce ne è. Ho deciso di rompere il silenzio dopo aver letto la tua intervista alla Nazione del 31 maggio. Tu fai appello, come hai fatto molto spesso in queste due settimane, alla responsabilità. In questi mesi, di presenza in Giunta, mi sono sentita assolutamente responsabile. Non esiste una responsabilità in astratto ma sempre e solo una responsabilità-di. La mia responsabilità primaria è stata quella di essere fedele al patto elettorale (sancito da un programma) che avevamo stretto con la città e di farlo anche all’interno di una normale dinamica e dialettica politica. La mia responsabilità, prima che verso il Sindaco o il mio partito, è una responsabilità verso la città. Quella responsabilità è scritta in un programma elettorale. Quel programma elettorale disegna un modello di Città, a cui in questi mesi ho cercato con le mie modalità di dar corpo. Quel modello disegna una città sostenibile dal punto di vista ambientale (nuovo ciclo dei rifiuti, impegno primario nella raccolta differenziata, ponderatezza nelle scelte di grosso impatto ambientale, sociale ed economico come un nuovo inceneritore), dal punto di vista sociale (impegno per i più deboli, valorizzazione di servizi educativi pubblici in cui questa città può vantare una storia quasi unica in Italia), dal punto di vista della mobilità, delle scelte urbanistiche e di qualità della vita urbana. Quel modello disegna una città che usa strumenti decisionali di partecipazione della comunità, di trasparenza delle decisioni prese, di collegialità diffusa. Un modello insomma che va verso un’etica dei beni comuni.
Non mi sento di aver accelerato nessuna rottura, mi sento invece parte di un processo trasparente e democratico in cui tre partiti della coalizione di governo hanno chiesto una verifica che servisse a dar forza a questo programma. Se a tre quarti di questa verifica si interviene in maniera decisa su uno dei temi in discussione (criteri delle nomine nelle partecipate) e si prendono delle decisioni (facendo delle nomine) si deve farlo consapevoli che ciò può costituire un elemento che non aiuta il dialogo e che disattende, almeno in parte, la sostanza stessa del programma.
Ognuno di noi, per la parte che gli compete, dovrebbe leggere la realtà che lo o la circonda. Intendo per realtà quella delle nostre comunità, strangolate da una crisi che prima di essere economica (e lo è tragicamente) è sociale e culturale e non sempre e solo quella dei nostri apparati e strutture partitiche e simili, comunali, provinciali e regionali. Avevamo una grande opportunità: quella di voltare pagina,quella di imboccare strade e soluzioni diverse, quella di rompere con schemi e modelli ormai impercorribili perché autoreferenziali e non più grado di essere rappresentativi. Un anno fa, in questi mesi da amministratrice, in queste sofferte dimissioni mi sono sentita responsabile per questo e di questo. Insistere su modelli di gestione della cosa pubblica ormai improponibili perché anch’essi causa della crisi economica, sociale e culturale in cui siamo è un’altra idea di responsabilità, che non è la mia.
A volte si è responsabili anche avendo il coraggio di tornare indietro.
Lisa Sacchini
Ufficio Stampa



