La «terza via» di Mazzini

 

Questo articolo riproduce parte della relazione tenuta da Remo Bodei il 3 maggio 2005 all’Istituto italiano di cultura di Monaco di Baviera, nell’ambito di un ciclo organizzato dal suo direttore Francesco Iurlaro


Tra le icone del nostro Risorgimento Mazzini appare il più defilato. Non ha il fulgore corrusco di Garibaldi, l’astuto realismo di Cavour o la baldanza dinastica di Vittorio Emanuele II. Austero, ascetico, malinconico, amareggiato dalle molte sconfitte, esule per la maggior parte della sua vita (in Francia, Svizzera e Gran Bretagna), morto in incognito a Pisa con passaporto inglese, ha visto la sua immagine offuscata anche dallo stile dei suoi scritti, talvolta sovraccarichi di retorica patriottica e di linguaggio religioso ispirato.

Eppure, a rileggerlo oggi, con la complicità dei bicentenario della nascita, si hanno delle piacevoli sorprese rispetto allo stereotipo diffuso da una mal digerita cultura scolastica. Si scopre un pensatore lucido e incisivo, capace di offrire indicazioni anche al nostro tempo, così come nel passato ne fornì ai Repubblicani storici e al Partito d’Azione.

È stato, infatti, un coerente, tenace e lungimirante difensore del repubblicanesimo e della democrazia, quando queste forme politiche erano rare nel mondo; ha lottato con passione per la parità tra i sessi e per l’abolizione di tutte le forme, dichiarate o subdole, di schiavitù. Ha inteso il repubblicanesimo in senso classico, quasi plutarcheo, mettendo sempre l’accento sulla prevalenza dell’interesse generale su quello individuale. II rigore rivoluzionario, spinto sino al sacrificio di sé, è parte essenziale della dottrina e del carattere di Mazzini. Egli ha dedicato parte della sua vita di cospiratore a «infangar con la voce» e a «spegnere col braccio» i tiranni e i traditori della causa e ha praticato e incoraggiato la guerriglia secondo gli schemi proposti da Carlo Bianco di Saint-Jorioz in Della guerra nazionale per bande applicata all’Italia (1830) e ulteriormente elaborati da Garibaldi attraverso le esperienze latino-americane. Con esiti tragici questi saranno poi applicati nel Meridione d’Italia dai fratelli Bandiera e da Carlo Pisacane nella speranza delusa di innescare sollevazioni popolari.

Mazzini ha, soprattutto, cercato di attribuire ugual valore alla libertà e all’eguaglianza. Per la libertà – tramite Sismondi – si è riferito non solo alla tradizione di autogoverno dei comuni medioevali italiani, ma anche alle lotte a lui contemporanee (stabilendo, fra l’altro, legami personali con Carlyle e Stuart Mill). Seguendo una linea caratteristica del pensiero italiano, si è situato nell’alveo della filosofia civile: quella che, in un contesto di Stati regionali deboli e di una Chiesa cattolica forte, non si rivolge tanto agli studenti o ai dotti, quanto ai non-filosofi, assumendosi il ruolo di pedagogia politica e di fattore di unita nazionale; queIla, inoltre, che ha dato il meglio di sé in una sorta di critica della ragione impura, attenta cioè alla complessità del reale e al carattere impervio del cammino storico, senza però rinunciare al perseguimento della meta assegnatasi.

Sebbene ignaro dell’etimologia di eleutheria greca, libertas latina o di Freiheit tedesca (del loro essere connessi, rispettivamente, a Leute, “gente”, a Liebe, “amore” e a Freund e Freude, “amico” e “gioia” e, più in generale, all’idea del crescere insieme armoniosamente e senza impedimenti esterni), in Mazzini l’accento cade proprio sulla libertà collettiva, più che su quella individuale.

Egli non nega il perseguimento della libertà o della felicità degli individui (pur condannando il cristianesimo perché s’interesserebbe esclusivamente della salvezza personale), ma ritiene che esso non debba occuparne l’intera esistenza e che soltanto i liberi vincoli di associazione e di solidarietà consentano di raggiungere obiettivi capaci di modificare insieme la società.

Mazzini si è mosso con discernimento tra individualismo e collettivismo, tra il Sansimonismo, che, «mirando alla felicità sociale, distruggeva l’individualità» e la famiglia, e il Fourierismo, che, «mirando alla felicità dell’individuo, sopprimeva l’idea madre di società». Ha rivendicato sia i diritti introdotti dalle rivoluzioni moderne, sia, andando controcorrente assieme a Lamennais, i doveri del cittadino. È stato persino profetico nei confronti del comunismo, quale si presentava alla fine degli anni quaranta dell’Ottocento. L’enfasi di questo movimento sull’«assoluta eguaglianza» non condurrebbe, qualora i suoi progetti si realizzassero, né all’eguaglianza, né alla libertà: «Avrete una gerarchia arbitraria di capi con l’intera disponibilità della proprietà comune, padroni della mente per mezzo di un’educazione esclusivista; del corpo per mezzo del potere di decidere circa il lavoro, la capacità, i bisogni di ciascuno. E questi capi imposti o eletti, poco importa […] – sedotti dall’immenso potere concentrato nelle loro mani – cercheranno di perpetuarlo; si sforzeranno di riassumere, per mezzo della corruzione, la dittatura ereditaria delle antiche caste».

Salvo Mastellone, analizzando gli articoli di Mazzini su alcune riviste inglesi tra il 1846 e il 1847 ha individuato, attraverso precisi riscontri, le implicite repliche di Marx ed Engels alle obiezioni di Mazzini nel Manifesto del partito comunista del 1848. Sebbene i rapporti tra Marx e Mazzini non fossero certo idillici, specie nella fase della Prima Internazionale del 1864, a scatenare la reciproca ostilità è stato il giudizio fortemente negativo sulla Comune di Parigi da parte di Mazzini (definito da Marx «vecchio asino reazionario»).

Uno dei principali punti di dissenso tra i comunisti del tempo e Mazzini consiste nel fatto che per i primi «i proletari non hanno patria», mentre per il Genovese la Patria (quella dei popoli e non quella dei re, la «comunione di liberi e d’eguali», non la nazione in senso egoistico) è necessaria. Essa non coincide con il territorio e rappresenta l’anello di congiunzione tra la famiglia e l’umanità: «Patria e Famiglia sono come due circoli segnati dentro un circolo maggiore che li contiene, come due gradini di una scala senza i quali non potreste salire più in alto, ma sui quali non vi è permesso arrestarvi».

Per questo, non vi è contraddizione tra Patria e Umanità e tra Italia ed Europa, in quanto anche l’Europa è «la leva della libertà» cui sono demandate le sorti deI mondo (il Mazzini lettore di Tocqueville e ammiratore di Lincoln non è disposto ad abbandonare tale missione alla democrazia americana).

Ogni patria deve mantenere la propria identità: quel che si richiede per un’eventuale federazione futura tra i popoli – come primo passo verso una possibile, ma oltremodo remota repubblica universale – non è l’appiattimento politico e culturale su un unico modello, ma l’aderenza ai valori repubblicani e democratici (una sorta di patriottismo costituzionale alla Habermas, verrebbe voglia di dire),

La democrazia è un’esigenza irrinunciabile, un percorso privo di scorciatoie, che deve portare tutti i cittadini (e, segnatamente, gli operai) verso una vita meno carica d’ingiustizia e di diseguaglianza. È vero che, all’epoca, molti – al solo sentir nominare la “democrazia” – vedono agitarsi il fantasma del 1793: «Per loro la Democrazia è una ghigliottina sormontata da un berretto rosso». Ma non è certo questo il regime che Mazzini ha in mente e che considera ormai irresistibilmente in marcia. La democrazia, infatti, non è più «un sogno utopistico», «un’incerta previsione», «la vana fantasia di uno scrittore, o il grido lanciato per caso da un agitatore tra la folla». È una tendenza in atto, che si incarna nella storia del mondo, quale «moto di ascesa delle classi popolari desiderose di prender parte alla vita politica, finora riservata a una cerchia di privilegiati». È «il progresso di tutti attraverso tutti, grazie alla guida dei migliori e dei più saggi». Essa poggia sul «problema educativo», sulla necessità di eliminare nella società – e soprattutto tra i giovani – lo spreco di intelligenza e di energie morali: «Quanto spesso ho amaramente ripetuto, guardando giovani divenuti rovine viventi, il verso di Shakespeare: “Oh qual nobile mente giace qui spenta”».

Si impone qui, evidentemente, la questione di chi eleggerà i “migliori” e i “più saggi” o, in altri termini, di «chi educherà gli educatori». Per Mazzini a guidare l’Umanità verso l’immancabile Progresso è una sorta di Provvidenza, di Dio che vive nella storia. Una risposta debole, per noi, ma in grado di spiegare le ragioni del suo afflato religioso e della sua fede incrollabile.

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http://www.italianieuropei.de/ds/documenti/20050515-mazzini-1.html

La redazione

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